Brasile Caschi Bianchi

Le tre grazie

“A metà del percorso di servizio civile, mi chiedo se ció che stavo cercando dall’esperienza come casco bianco é proprio quello che mi ritrovo tra le mani.” La quotidianità di un casco bianco con le famiglie affidatarie di João Pessoa

Scritto da Paola Leone, Casco Bianco Apg23

É possibile riassumere i miei primi tre mesi di Brasile da casco bianco in un unico concetto: CONDIVISIONE della vita quotidiana di casa famiglia. Splendido! Quando scelsi la destinazione del mio servizio, ció che mi spinse verso l’opzione “Brasile Nord-Est” fu proprio la presenza di piú case famiglie sul territorio. Pensai che, dopo diversi anni trascorsi a concentrarmi soprattutto su me stessa, sarebbe stato piú semplice rapportarmi con una realtá elementare e apparentemente facile come quella di una casa famiglia. Le altre proposte della “Papa Giovanni XXIII” sono infatti le seguenti: comunitá terapeutiche di recupero tossicodipendenti, unitá di strada (impegno volto a “tirar via” dalla strada ragazze costrette a prostituirsi), centri diurni per disabili, pronte accoglienze minori o adulti, progetti di condivisione con i senza tetto, ecc. No, no, non mi sentivo in grado di affrontare realtá cosí complesse e impegnative. Dunque, vai: punto tutto sulla casa famiglia! Aaaah (stupore!), mai avrei immaginato potesse mettermi sul serio alla prova; la stessa scelta del paese di destinazione, non é stata per niente radicale: né Zambia o Bangladesh o Georgia. Binomio CasaFamiglia – Brasile: dovrebbe filare tutto liscio, no?! Mai fare i conti senza l’oste.

Circa un mese fa, qualcosa ha cominciato a scricchiolare. La saudade[1] del lontano cantuccio raggomitolato tra le Alpi biellesi, l’irrefrenabile routine di casa, la pazienza che lentamente sembrava iniziasse a svanire, la voglia di mettersi sul serio in gioco (testando i propri limiti) per dare il meglio di sé… Tutto questo ha contribuito ad offuscare un po’ il filtro attraverso cui mi confronto giorno per giorno con il mondo. Ció si é tradotto nell’orribile tracobetto (e vai di citazione cinematografica: chi l’azzecca?) del “STO PERDENDO TEMPO”. Perché?

Perché non sono stata in una favela.

Perché non ho avuto la possibilitá di farmi “agguantare” da frotte di bimbi scalzi, malnutriti e bisognosi di coccole.

Piú in generale, perché non sono ancora stata SCHIAFFEGGIATA moralmente da una realtá che non ha bisogno di ulteriori parole per descrivere le proprie carenze. Insomma, perché il mio impegno qui non si puó tradurre nella classica immagine collettiva di quel che un missionario dovrebbe fare.

Terribile errore di valutazione. Non mi sono accorta che lo SCHIAFFO quotidiano arrivava puntuale, eccome se arrivava (e continua ad arrivare!).

Ogni giorno quando, conclusa la corsetta mattutina, la piccola puffa[2] richiama la mia attenzione dato che necessita di un cambio di pannolone (con sorpresa ovviamente!).

Ogni mattina in cui, ancora seduta a tavola per tomar o café da manhã[3], le tre pesti straparlanti[4] giá assilano per cominciare a fare i compiti di scuola.

Ogni volta che, balançando[5] sulla sedia a dondolo in preda a un bell’abbiocco aggressivo, il mitico Mr. Chiclete[6] attacca a piangere e urlare stile ambulanza, perché ha voglia di essere portato a spasso o perché mi ha appena “benedetto” con la sua santa pipí.

Ogni volta in cui le adolescenti di casa sono animate dal sacro santo e fastidiosissimo diritto di essere strafottenti, come solo loro sanno essere.

Ogni volta che (giuro che la citazione vascorossiana non é voluta!)… faccio esperienza di quelle 3 sconosciutissime Grazie che sono: la caritá, l’umiltá e la pazienza (intesa anche come ascolto dell’altro). Che fatica gente!

Comunque sia, maggio é arrivato e con lui la nostalgia del profumo di robinie in fiore. Niente lamentele: qui in qualsiasi periodo dell’anno la natureza dona uno spettacolo di “fiori artificiali” sempre ricco e strabordante di colori.

Questo mese poi, ne è sbocciato uno mooolto particolare nel giardino: é il progetto “Familias Acolhedoras”[7], di cui d’ora in avanti faremo parte anche io e Camilla (l’altro CB!). Il lavoro che stiamo svolgendo si muove su due binari:

ACCOMPAGNARE individualmente alcuni bambini accolti nelle case famiglie della “Papa Giovanni XXIII”, attraverso attivitá ludico-ricreative, per cercare di tracciare insieme la loro storia personale (spesso frammentaria). Lo scopo é di creare un album che raccolga tutto il materiale elaborato, per recuperare cosí la loro IDENTITÁ perduta;
ASCOLTARE e CONDIVIDERE storie di vita delle famiglie affidatarie (nella quasi totalità dei casi rappresentate dalla sola figura materna), con l’intento di farne una pubblicazione italo-brasileira.

Mi sento motivata e piena di grinta verso questa nuova e inattesa proposta! Credo che l’insegnamento ricevuto dalle 3 Grazie nei primi mesi mi sarà sicuramente utile nei giorni a venire; non solo: nella valigia che riporterò a casa c’è ancora mooolto spazio…

Note:

1. Il dizionario italiano – portoghese (brasiliano) della casa editrice Hoepli di Milano, traduce questo termine come “malinconia della solitudine e della rimembranza”; tuttavia, domandando qual é il significato del termine saudade, qualsiasi brasiliano vi risponderá che é intraducibile!
2. È una vivacissima bimba di 11 mesi, figlia di una giovane ragazza madre (14 anni) accolta in casa.
3. Fare colazione.
4. Due bimbe di 8 anni e uno di 4, caratterizzati da una parlantina micidiale giá di primo mattino!
5. Dondolando.
6. Bimbo idrocefalico di quasi due anni, soprannominato cosí a causa di curioso movimento ritmato della bocca, molto simile a quello di chi mastica cicles (in portoghese per l’appunto, chiclete).
7. “Famiglie Affidatarie”.

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