• Caschi Bianchi Apg23, 2010

Brasile Caschi Bianchi

Il rientro – Brasile

Il ritorno nelle parole di Emanuele, Casco Bianco che ha prestato il suo servizio in Brasile

Scritto da Emanuele Bambara, Casco Bianco Apg23 a Castanhal, Parà

Indeciso fino all’ultimo se partecipare al bando di servizio civile del 2009, presento la domanda. Destinazione. Brasile nord. Nello stato del Parà in una città vicino alla capitale Belem.

In effetti è l’unica informazione che ho, perché presto mi viene svelato che il progetto in cui sarei dovuto essere impiegato è stato chiuso.  In fondo la cosa non mi preoccupa perché l’idea è andare a fare qualcosa di buono, qualsiasi cosa essa sia. Genericamente l’idea è questa. Temi come conflitto, pace, nonviolenza non sono nella mia testa fino al momento della formazione. È in quest’occasione che si inizia a parlare di quello che faremo, di cosa siamo: caschi bianchi. Siamo in tanti con tante idee differenti, chi credente chi no, chi studente, chi lavoratore, chi appena maggiorenne chi quasi ventottenne, chi benestante, chi un po’ meno. Ma in formazione, nonostante la divisione in due gruppi siamo incredibilmente uniti. Solo dopo riuscirò a darmene una spiegazione.

Anche se realmente non pronto, mi trovo in Brasile.

A Castanhal la problematica della droga è molto forte. La vivono i senzatetto che dormono in strada, così come le persone che lavorano nella discarica e molti di quelli che alle spalle hanno un’infanzia senza il padre. Cioè colui che dà i limiti.

Per  procurarsela si è pronti a fare follie. Compreso rubare e uccidere. Solo che invece di finire nel carcere normale, qui per maggiore sicurezza si preferisce inserire queste persone nel carcere psichiatrico.  Che per un meccanismo particolarmente ingiusto può diventare arbitrariamente un carcere a vita.

In tutti questi posti in qualche modo mi è stata data la possibilità di conoscere il conflitto strutturale più da vicino. Ho lavorato un po’ nella profumata discarica, ho visitato e fatto attività nelle lussuose carceri. Ho chiacchierato con gli ormai amici moradores di rua (senza tetto) e vissuto dentro la comunità terapeutica.

In tutti i posti dove mi sono trovato, ho cercato di costruire relazioni, spiegare in poche parole come mai un italiano si trovasse da queste parti. Ho spiegato che al di là della mia volontà c’era un associazione italiana presente in Brasile e uno Stato che mi pagava per fare quello che facevo. Non ho mai corso un pericolo pur frequentando zone e persone poco raccomandabili a detta della popolazione locale. Mi sono chiesto allora se forse è veramente passato il messaggio che sono qui per portare a mio modo la pace o comunque un’idea di benessere che è trasversale alla singola appartenenza a uno stato nazionale o a un altro.

Non lo posso sapere con certezza, ma ho la chiara sensazione di avere costruito delle vere relazioni. Di quelle che non partono dal timore reverenziale o da una potenziale sicurezza che un’arma può ispirare, di quelle che non sono determinate dal beneficio economico che può significare stare vicino ad un italiano, ma di quelle che partono dall’aver cercato in tutti i modi di mettere la vita con l’altro.

Lo scontro culturale c’è, lo vedo  ancora oggi negli italiani che arrivano, ma forse la mia provenienza meridionale, forse la mia giovane età lo hanno portato a essere veramente una ricchezza reciproca.

In tutto il mio periodo di servizio sono sempre stato a contatto con molti dei miei “colleghi”. Tutti si sono stancati, e la maggior parte sono stati contenti di aver fatto questa scelta. Ci ritroveremo a  fine settembre. E sarà una grande, pacifica festa. Lavoreremo perché il nostro impegno civile non finisca con il nostro contratto. “Caschi bianchi – corpo civile di pace 2009”: questo è il titolo del progetto a cui abbiamo aderito. Il corpo, pur se costituito da parti differenti, è unito. È nella ricerca di una pace concreta, fatta di scelte quotidiane, che questo corpo civile è stato unito sin dall’inizio nella formazione e spero che in qualche modo lo rimarrà.

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