• Cb Focsiv, 2010

Burkina Faso Caschi Bianchi

L’inizio del viaggio

Una partenza carica di emozioni e sentimenti senza suppellettili a seguito. Due piedi leggeri pronti a gettarsi in nuove avventure, lasciando una parte di sé tra la terra rossa e il sole.

Scritto da Antonio Esperi, Casco Bianco in Burkina Faso

Sono arrivato in Africa a meta dicembre, ormai sono nove mesi che vivo a Bobo Dioulasso, in Burkina Faso. L’aereo era partito da Venezia per trovare la corrispondenza a Parigi. L’aereo era pieno, un mix multietnico ben stipato. Partivo con delle condizioni meteo pessime, era più di una settimana che pioveva e le temperature erano basse. Per ammazzare il tempo ho approfittato dello schermo sul sedile dove guardare qualche film e di un libro per leggere un po’.   Pochi mesi prima della mia esperienza africana avevo lavorato in Islanda, ero curioso di vivere lo “sbalzo” tra la cima e la coda della classifica dell’ufficio statistico del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite. Nel report, infatti, l’Islanda si posiziona al terzo posto, mentre il Burkina Faso staziona al 177simo. Dall’isola dove la natura regna sovrana (geyser e vulcani), alla culla dell’umanità.  Una volta atterrato ho atteso che il velivolo si svuotasse di tutti i suoi ospiti, ero seduto in fondo, vicino alla coda. Nel momento in cui ho messo il piede fuori dall’aereo ho capito che il mio abbigliamento non era adatto alle temperature locali, scarponi, jeans camicia e maglioncino erano decisamente troppo! Aiuto, c’erano una trentina di gradi ad accogliermi. Era notte e non si vedeva nulla se non i punti di illuminazione attorno alla pista. Prendo la navetta, un autobus “France au revoir”, recuperata da qualche aeroporto d’oltralpe. Il tragitto è breve. Incontro il banco visti, essendone provvisto, avanzo, passo al controllo delle vaccinazioni per la febbre gialla (nei paesi dell’Africa Occidentale è obbligatoria). Inizia cosi il “calvario” per passare il controllo del passaporto, non ricordo quanto ci ho messo. I minuti passavano e la massa di persone in attesa si accalcava ai diversi banchi del controllo. Arrivato, consegnato passaporto e cartoncino in cui si indicavano tutti i dati della permanenza nel paese, passo. Accedo a un secondo stanzone, anche questo fatto di cemento grezzo con cavi elettrici in vista, neon bianchi, serramenti mancanti e niente pavimento. Un gran magazzino in costruzione, al grezzo, con un tetto di lamiera a proteggere i passeggeri dalle intemperie. Alla mia destra una lunga fila di bagagli, valigie, zaini, sacchi, allineati in attesa che il proprietario si riprenda cura di loro. Bisogna dire che questi disguidi sono dovuti al rifacimento dell’aeroporto. L’aeroporto internazionale di Ouagadouglou è in ristrutturazione da un paio d’anni e quindi ci si deve adattare.

Trovo prima lo zaino e in seguito il trolley. Il personale in divisa blu elettrico sorveglia le procedure sorridendo. In fondo allo stanzone vedo l’uscita, uno scivolo di cemento armato con delle transenne, tutto attorno facce, genitori, parenti, cartelli con nomi occidentali. Un’occhiata veloce, a colpo sicuro vado verso chi sarà la mia guida in quest’esperienza di Servizio Civile in Africa.   Un paese nuovo da scoprire, vivere. Una realtà lontana da tutto ciò che avevo precedentemente vissuto e che non ha mai smesso di sorprendermi e contraddirmi. Questi mesi mi hanno dato molto e sono sicuro che ogni giorno avrà qualcosa di sorprendente fino all’ultimo giorno. Oramai prossimo alla partenza sono carico di emozioni e sentimenti senza suppellettili a seguito. Due piedi leggeri pronti a gettarsi in nuove avventure, lasciando una parte di me tra la terra rossa e il sole.

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