• Caschi Bianchi apg23

Caschi Bianchi Zambia

Nell’incredibile mondo di Mary Christine

ncontri inaspettati e nuove amicizie nel daily centre per disabili di Ndola: una fattoria in cui imparare a lavorare, ad ascoltarsi, a comunicare, anche quando sembra impossibile, costruendo relazione.

Scritto da Filippo Mancini CB apg23 2009

La mia testimonianza nasce dopo 5 mesi trascorsi nel progetto Mary Christine Farm della Comunità Papa Giovanni XXIII a Ndola, città dello Zambia, nella regione del Copperbelt.
L’occasione mi è stata fornita dalla visita del tutor per i caschi bianchi accompagnato nell’occasione da una troupe audiovisivi così composta: Marzia, cameraman dalle montagne di Cuneo, Flavio, regista e scenografo per il Centro diurno “Ramo Audiovisivi” della Comunità Papa Giovanni XXIII, e un giornalista di eccezione: Livio.

Il progetto della troupe era quello di riprendere le attività dei caschi bianchi nei progetti della Comunità Papa Giovanni XXIII nella zona Zambia, per produrre un medio-metraggio da proiettare nelle scuole superiori italiane; iniziativa di informazione promossa dal Centro Ramo Audiovisivi.
Tranquilli … non vi sto per raccontare la mia esperienza davanti a telecamera e microfoni, ma il sorprendente  incontro umano, tra differenti culture, di cui sono stato testimone.

Attori protagonisti: Livio e i ragazzi del progetto.
Livio è un ragazzone di 30 anni diversamente abile, con un ritardo mentale dalla nascita: è giornalista, cantante e lavoratore per a Cooperativa La Goccia nella provincia di Cuneo … direi un ragazzo impegnato.
Il 2 Maggio 2010 Livioè salito per la prima volta su un aereo e si è fatto: 2 ore di volo Milano – Londra, 10 ore Londra – Lusaka e per finire altre 4 ore in macchina da Lusaka a Ndola, per sbarcare il 3 Maggio nella missione della Comunità Papa Giovanni XXIII in terra zambiana.
“Mannaggia! Che coraggio!” … avrà dormito due giorni interni per riprendersi da questo volo internazionale … chissà come sarà stato snervato dopo un viaggio così lungo, sicuramente frastornato e
spaesato, nel ritrovarsi da bianco in una terra di neri! Chiaramente no!
Cena, notte ristoratrice e la mattina dopo alle ore 7 in punto (più o meno) pronto per salire sul bus Mary Christine e cominciare le riprese con il resto della troupe.
Ritrovarlo alla farm, insieme a tutti i ragazzi del progetto, mi ha regalato delle emozioni davvero indimenticabili che ho deciso di raccontarvi.
Il Mary Christine Project è un training centre/working place per disabili mentali e/o fisici dove sono inseriti 20 ragazzi che vanno dai 23 ai 45 anni. La fattoria (farm) si trova nella zona rurale della città, su Misundu Road, distante circa 10 km dalla town e lontana dai diversi compound dove i ragazzi vivono. Si estende per circa 11 ettari di cui 4 coltivati e i restanti 7 lasciati alla natura, al bush[1] e alla vita dei suoi animali (scimmie, uccellini dalle piume colorate, falchi, serpenti, api). I ragazzi trascorrono qui gran parte della giornata (dalle 8 alle 16.00) impiegati nelle diverse attività della fattoria.

Il progetto provvede al trasporto, all’alimentazione (colazione e pranzo), a una retribuzione settimanale, alla fornitura di un sacchetto di nshima[2] e delle verdure il venerdì, al materiale per l’igiene personale (spazzolino, dentifricio, saponetta, sapone per i vestiti), all’attrezzatura lavorativa (stivali e uniformi) e, secondo possibilità, all’abbigliamento (calzini, mutande, pantaloni, magliette).

Che bella la felicità dei ragazzi che mi si avvicinavano sorridenti: “Mona, mona Filippo…babacino…babacino from Italy”[3].
L’arrivo di Livio e della troupe è stato un tornado di gioia. L’incontro con i ragazzi del progetto un incanto: una meraviglia per il cuore, una bellezza per lo spirito, uno stupore per gli occhi.
Scorrazzando tra i pollai e il frutteto, tra il campo e i pomodori, Livio si è trovato come a casa e mentre il resto della troupe si trovava impegnato nelle riprese, cominciava a stringere le prime amicizie.
Era la prima volta che si confrontavano con un altro babacino mzungu[4]!
I babacini, così ‘battezzati’ anni fa dai missionari, sono i ragazzi del progetto “with the computer broken”” …under 100% normal”, come si definiscono loro: “slow learner”.
Il primo incontro di Livio è stato con il senior del progetto il ‘vecchio’ Mushili.

Per una buona mezz’ora i due si sono intrattenuti, faccia a faccia dialogando animatamente e con disinvoltura! Livio era riuscito a distogliere Mushili dall’assidua attività di general cleaning[5], a staccarlo per un po’ dal suo fedele slash[6], e ad abbattere le barriere linguistiche che presumibilmente dividevano i due!
Lo stupore ha colto a quel punto tutti noi abili, che assistevamo da lontano a quell’incontro!
Marzia, telecamera in spalla, filmava affascinata, Flavio con un sorrisone di piacere e l’educatore che avanzava progetti di studio e di ricerca comunicativa.
Che spettacolo!
Perché anche a me è capitato più volte in questi mesi di fermarmi con Mushili e ascoltarlo nelle sue digressioni … ma dopo un po’ quel gap linguistico del Chibemba (lingua locale) mi ha delle volte bloccato, costringendomi all’ausilio di qualche traduttore o dissuadendomi dalla conversazione.
Livio invece, italiano con la sola padronanza della sua lingua (e a modo suo), e Mushili, zambiano con la sola conoscenza del chibemba, se la raccontavano e si lasciavano conoscere.
Spesso confrontandoci con un altro che parla la nostra stessa lingua fingiamo di ascoltare davvero le sue parole, ciò che ci vuol dire, così immersi nel nostro io e nei nostri ‘secondo me’. E quando l’altro poi non parla la nostra stessa lingua, lo sforzo aumenta, per finire ad  arroccarci dentro noi stessi dietro alla barriera linguistica che ci divide e ci preclude la possibilità di vivere l’altro.
È stata per questo una meravigliosa scoperta assistere a quell’incontro tra due diversamente abili  come Livio e Mushili che, non si sa come, né perché, non si stancavano l’uno dell’altro e nella presumibile incomprensione linguistica, ma si intendevano perfettamente.
Forse penserete che sto raccontando delle novelle, ma vivendo con Livio per una settimana in diversi contesti, che non fossero solo quelli della fattoria, è emersa una spigliata socialità, ma anche una sua sottile capacità di intendere l’altro pur non parlando la stessa lingua.

Il top della giornata però, è stato l’incontro tra Livio e Mukuka: il nostro pastore delle caprette.
Che gioia vederli uno per mano dell’altro pascolare le pecore, ragionare vicino al recinto e avviarsi insieme verso l’insaca[7] per fare pranzo.
Come due fratelli mano per la mano che si erano ritrovati dopo tanto tempo.
E Livio, che alla fine del pranzo, sfamato dalla sua razione di nshima uscire dalla sala da pranzo e cercare fuori Mukuka, con il piatto in mano, per offrirgli parte del suo pranzo.
Gesti di amicizia e di affetto tra due persone, che un’ora prima non conoscevano l’esistenza dell’altro.
Un’unione così spontanea, semplice, vera, tra due persone di origine, culture e storie così lontane e in così poco tempo, è difficile testimoniarle.

Note:

[1] Bush: bosco.
[2] Nshima: piatto tradizionale, quotidiano dell’alimentazione zambiana farina di mais bianco, simile alla polenta.
[3] Traduzione: “guarda guarda un babacino dall’Italia”.
[4] Mzungu: uomo dalla pelle bianca.
[5] General clearing: una delle attività svolte dai ragazzi nel progetto, trad: pulizia generale.
[6] Slash: strumento a mano usato per tagliare l’erba
[7] Insaca: capanna tradizionale zambiana, luogo di incontro e fraternità.

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