Caschi Bianchi Tanzania

Noi, volontari dell’Africa…

Una riflessione sul volontario che parte per l’Africa: non un eroe che salva, ma una presenza che dovrebbe ascoltare, guardare…e a volte anche accettare di sentirsi inutile.

Scritto da Chiara Avezzano

Partire per l’Africa ultimamente va proprio di moda, se riesci a fare questo passo e ti metti in viaggio per il continente nero, acquisti così tanti punti tra i tuoi conoscenti che poi non basta loro (e non basta a te) una vita per farti scendere dal gradino che un’esperienza del genere ti ha aiutato a costruire. I volontari che partono per l’Africa in realtà sono tutti diversi, forse la sola cosa che li accomuna tutti è aver messo piede su questa terra rossa, ma poi in fondo ognuno lo poggia in maniera diversa, il piede.In generale si pensa che un volontario parta per l’Africa perchè si sente pronto a fare del bene. Il volontario dell’Africa parte per donare se stesso agli altri, se non ha dentro di sé uno spirito missionario è solo perché in realtà non riesce ad ammetterlo, ma è ovvio che se va laggiù è perché vuole rendersi utile, vuole fare qualcosa di buono per gli altri, vuole sporcarsi le mani. Per questo il volontario dell’Africa è una persona da rispettare. Sembra non aver paura di nulla, parte per un mondo tanto lontano e torna tutto soddisfatto per quello che ha trovato.
Ma chissà quanti volontari dell’Africa tornano a casa soddisfatti perché hanno trovato esattamente quello che cercavano.

In genere, quando la gente arriva quaggiù, per prima cosa si sente inutile. Si aspettava forse case da costruire, pozzi da scavare, scuole da allargare. Voleva forse sollevare dal fango un bimbo malnutrito, scacciando via dai suoi occhi tutte quelle mosche che gli ronzavano intorno, voleva guarire qualche malato, non tanti, ma qualcuno sì, fare qualcosa di concreto ed utile per la gente di questo posto. Invece arriva, e scopre che l’immagine che aveva è tutta da cancellare. Tutto da rifare. I bambini ci sono, ma sorridono tutti, e non vengono a raccontare proprio a te i loro problemi, si limitano sempre e solo a sorriderti, così che ti appaiono come dei bambini del tutto normali. Fango ce n’è, ma al massimo è da spalare via, e ti si attacca alle scarpe regalandoti cinque centimetri in più di altezza, e ti si attacca ai pantaloni che dovresti forse lavare un giorno si e un giorno no, se ti venisse in mente di averli sempre puliti. Mosche ce ne sono, ma forse più zanzare, ed hanno un ronzio fastidioso come poche altre zanzare del mondo. Di malati questo posto abbonda, ma non aspettano di certo un volontario per guarire, e non si aspettano di certo che sia un volontario qualsiasi a guarirli, perché di guarire in realtà hanno perso le speranze.

Penso tante cose sui volontari dell’Africa, e tra loro includo anche me, poiché gira voce che spesso io parta per questi posti andando proprio a fare volontariato. Ma se c’è una cosa che penso di aver capito, proprio venendo in questi posti, e osservando le persone attorno a me, quelle che vivono quaggiù e quelle che come me vengono quaggiù solo per passare un breve periodo, magari di “volontariato”, è che il volontario dell’Africa dovrebbe imparare a stare zitto e ad ascoltare, dovrebbe lasciare a casa tutto ciò che sa di un posto come l’Africa, tutto quel poco che sa, ed arrivare quaggiù solo con la voglia di scoprire. Il volontario dell’Africa dovrebbe capire che quaggiù non c’è bisogno di lui, che questo continente è nato prima di lui (e prima di tutti in realtà) e sa fare benissimo a meno della gente del nord. Dovrebbe capire che nessuno qui lo sta aspettando per davvero, e che le persone in questo posto hanno imparato molto bene a cavarsela da sole. Dovrebbe capire che comprendere una cultura non significa saper mangiare l’ugali con le mani, ed imparare i saluti può aiutarti ad essere apprezzato dalla gente del luogo, sì, ma non significa essere più vicino per davvero a loro.

Il volontario dell’Africa dovrebbe capire che vedere una baraccopoli, conoscere un bimbo malato di aids, camminare per le strade sporche di fango e vedere dal vivo le donne che trasportano i secchi con l’acqua presa al fiume sulla testa, non significa entrare per davvero nei problemi della gente di qui, non significa riuscire a capirli, non significa poterne parlare. Il volontario dell’Africa dovrebbe imparare a mettere da parte la macchina fotografica e ascoltare di più quello che dicono le persone, quello che raccontano certi sguardi, quello che significano certi contatti.  Il volontario dell’Africa, per riuscire a guadagnare davvero qualcosa da un’esperienza come un viaggio in Africa, non dovrebbe sentirsi potente, non dovrebbe mai credere di essere speciale, non dovrebbe sentirsi per nessun motivo un eroe, e non dovrebbe mai riconoscere in lui l’immagine che molti hanno di “volontario”.

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