Caschi Bianchi Perù

Il nostro compito è quello di servire l’Umanità!

Una lettera aperta per raccontare i primi mesi di serivizio, vissuto e sentito come un servizio all’umanità, così come insegna Mons. Camara.

Scritto da Ambra Cicotti

“Partire vuol dire prima di tutto uscire da se stessi. Rompere il guscio dell’egoismo che ci rende duri nel nostro stesso ego.

Smettere di girare attorno a se stessi come se fossimo al centro di tutto.

Rifiutare di essere accerchiati dai problemi del nostro piccolo mondo.

Fossero anche molto importanti, l’umanità è molto più importante e il nostro compito è quello di servire l’umanità” (Mons.Camara)

Cari amici lettori, mi chiamo Ambra, ho 25 anni e sono una delle volontarie in servizio civile in Perú, esattamente a Sicuani, una cittadina a 2h e 30 da Cusco.
Scrivo perché sento dentro il desiderio, e la responsabilità di condividere quella che è la mia esperienza qui, sento di dare voce a tutti coloro che nessuno ascolta. Non a caso ho scelto di iniziare questa mia testimonianza con una frase di Mons. Camara, è uno dei tanti bellissimi testi che ci sono stati consegnati durante la formazione generale e specifica. In queste righe c’è il motivo del mio essere qui “il desiderio di servire l’umanità”.

Sono partita da casa il 30 Novembre 2009, sono 6 mesi esatti a oggi, io vivo in Sardegna, di fronte al mare…..quando sono arrivata quassù, Sicuani si trova a 3500 metri di altitudine, il panorama è cambiato considerevolmente..

Montagne imponenti, il fiume Vilcanota che taglia a metà la cittadina, mucche al pascolo,case fatte di mattoni di paglia e fango, strade non del tutto asfaltate..

Le strade invase da moto con attaccato dietro una cabina con un sedile che si chiamano moto taxi, e tricitaxi, che altro non sono che biciclette con davanti un piccolo sedile…e tutto questo unito a un tripudio di colori dei vestiti delle donne che variano dal rosa al fuxia, dal giallo al verde smaraldo: una meraviglia per gli occhi!

Sono stata accolta da don Luciano, un sacerdote sardo che da 10 anni vive qui, e sta portando avanti un lavoro straordinario con bambini e giovani.

Non dimenticherò mai le primissime ore del mio arrivo, qunado mi ha accompagnato alla Posada de Belen, ossia al rifugio di Betlemme, casa di accoglienza temporanea per bimbi abbandonati o vittima di violenze. Quando siamo entrati alla posada, dal corridoio siamo arrivati ad un giardino interno pieno di fiori, i bimbi stavano facendo il bucato. Come mi hanno visto mi sono corsi incontro, mi si sono buttati al collo riempiendomi di baci, poi una di loro si é avvicinata con una rosellina rosa e me l’ha regalata… non vi so descrivere l’emozione immensa che ho provato, questa rosellina, a distanza di 6 mesi è ancora con me, l’ho fatta seccare e ora è tra i ricordini che ho appesi nella mia cameretta..

Il giorno seguente mi sono inserita nel mio progetto “San Lorenzo”, un programma che accoglie bambini e adolescenti a rischio, il rischio che deriva dal vivere soli in città. I loro genitori infatti per motivi di lavoro devono fermarsi nelle comunità d’altura, a più di 4000 metri, dove  spesso non arrivano i telefoni e l’unico mezzo di comunicazione è la radio. Accompagniamo i ragazzi nei compiti, ricevono sostegno psicologico e un pasto caldo.

Recentemente ho vissuto un’esperienza molto forte, una delle bimbe del progetto è stata investita da una macchina. Una delle professoresse che la seguono nello studio l’ha accompagnata al pronto soccorso dove l’ho raggiunta anche io. E’ stato impressionante vedere che non c’era modo di avvisare i genitori. L’abbiamo fatto per radio ma la mamma non aveva ascoltato il comunicato ed è arrivata solo dopo tre giorni perché la sorella della bambina era andata in comunità a chiamarla. Questa bimba era completamente sola, affidata alle cure dei suoi fratelli maggiori adolescenti.

Li, accanto al suo letto pensavo a cosa sarebbe stato di lei se non fosse stata iscritta al programma, se la professoressa, per coincidenza non fosse stata sul posto dell’incidente per fornire ai poliziotti e ai medici i suoi dati anagrafici… sarebbe stata una bimba sconosciuta, ancora più indifesa e fragile.

A Sicuani è molto forte il problema della violenza sulle donne e sui bambini, il più delle volte questa violenza si consuma in casa o nell’intorno famigliare, cugini, zii.

Da quando sono qui mi sono state raccontate tantissime storie di questo tipo, persino una mia alunna, durante la colonia estiva mi ha raccontato la sua storia. Lei era frutto di uno stupro, il nonno materno aveva costretto la mamma a vivere col suo stupratore il quale ha abusato di lei quando aveva tre anni. In seguito i genitori si sono separati, lei è andata a vivere con la mamma e uno zio, lo zio, una sera con la scusa di farsi accompagnare al fiume ha cercato di abusare di lei. Ora è un’adolescente distrutta, che ha persino paura dell’aria che respira e che a causa di tutta questa violenza odia gli uomini e si veste con roba larga affinché non segni il suo corpo e non provochi sguardi indiscreti.

In questi giorni guardando la rosa che mi hanno regalato i bimbi pensavo che in fondo in quel fiore c’è la sintesi della mia esperienza qui, di quello che è stato fin’ora e di quello che sarà fino a novembre. Il bocciolo, le foglie verdi sono tutte le cose belle che sto vivendo, il sentirsi utile, il riuscire a strappare un sorriso alla gente, il soccorrere i bimbi che sono in difficoltà e pericolo. Le spine sono le enormi contraddizioni che questa società si porta dentro: la violenza, l’alcolismo, la dipendenza da giochi di rete, l’assistenza sanitaria a pagamento, il totale abbandono delle persona anziane e dei disabili. Tutte queste cose a volte pesano come un macigno sul mio cuore, mi riempiono di rabbia, di impotenza, di frustrazione. Proprio in questi momenti sento che sono chiamata a uscire da me stessa, a  lasciare da un lato quello che provo io, per aprirmi agli altri.

A volte la nostalgia di casa, degli amici è forte, ma poi penso a  questi bambini che non sanno cosa sia una casa, che hanno dei genitori ma spesso non sanno cosa sia ricevere un abbraccio o una carezza e sento che sono loro il motore del mio stare qui, sono la mia forza. E’  paradossale perché dovrei essere io a fare qualcosa per loro, ma la verità é che sono loro che fanno tanto per me, insegnandomi ad accompagnarli, incoraggiandomi con i loro sorrisi quando sono stanca e demotivata. Sono loro il mio faro, la luce che mi guida in questo  cammino e  mi dà la forza per andare avanti con ancora piú entusiasmo del primo giorno.

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