Caschi Bianchi Tanzania

Verso Dar es Salaam

L’attesa in un ospedale, anche se nella turistica Dar es Salaam, conserva sempre un sapore un po’ amaro: impotenza per tanta sofferenza e indignazione per le ingiustizie e le discriminazioni.

Scritto da Chiara Avezzano

Sulla strada per Dar attraversi decine e decine di baobab. Avevo sentito parlare dei baobab attraverso il racconto de Il Piccolo Principe, lui se ne lamentava, perché crescevano a dismisura e invadevano il suo piccolo pianeta. Ora li ho osservati dal vivo, e credo siano davvero degli alberi strani. Strani e belli. I loro rami si stendono senza una direzione precisa, non sembrano seguire un’armonia generale, uno si protende verso l’esterno e l’altro torna indietro verso il tronco, tronco che non è mai uguale da albero ad albero, perché c’è quello largo e basso e quello alto e diritto, quello deforme o quello regolare, e non esiste baobab uguale all’altro. Da qualche parte li chiamano “gli alberi sottosopra”, perché i rami assomigliano a delle radici. Vivono anni ed anni, forse secoli, ed io li osservavo e pensavo a tutte le cose che devono aver visto quegli alberi in mezzo a quelle colline, a tutte le generazioni che hanno visto passare di lì.

Sulla strada per Dar attraversi anche Mikumi, un parco nazionale. Così mentre te ne stai comodo nella tua bella automobile, o mentre cerchi una posizione per dormire nel tuo scomodo autobus, può capitarti di incontrare un elefante sul bordo della strada, e poco più in là magari una giraffa, qualche gazzella, o molto più probabilmente dei babbuini – quelli sono simpatici- seduti come in riflessione o mentre trasportano un cucciolo sulla loro schiena. Se sei fortunato può anche attraversarti la strada un’aquila con nel becco una preda, un’aquila bella grande, di quelle che si vedono solo nei documentari, o col binocolo in cielo lontano.

Sulla strada per Dar attraversi anche le colline, verdi colline, direi quasi violentate da questa strada asfaltata che stona parecchio col luogo. E forse sarà per farla sembrare meno austera che hanno inventato le buche che a tratti la riempiono, e ti costringono a procedere lento, a meno che tu non voglia distruggere i tuoi ammortizzatori, come fanno più o meno tutti gli autisti dei pullman che viaggiano su queste strade.

Sulla strada per Dar si trovano anche molti poliziotti, di quella specie corruttibile che a me proprio non piace. Poliziotti vestiti di bianco, seduti all’ombra di un albero o piazzati in mezzo alla strada per fermare i camion, o gli autobus, e strappare loro una multa o più frequentemente una mazzetta.
E più ti avvicini verso Dar, più ti assale il caldo. Caldo umido, quello peggiore. I vestiti ti si attaccano addosso e tu non vedi l’ora di arrivare. Ma più che per il caldo, ti accorgi di essere arrivato a Dar per il traffico. Macchine ovunque, ferme in code interminabili, direi a qualsiasi ora del giorno. Taxi, bus colorati, macchinone coi finestrini chiusi perché tanto dentro c’è l’aria condizionata.

Dar es Salaam, siamo arrivate, la nostra meta di questi quattro giorni di maggio.

Questa volta siamo finite quaggiù per accompagnare Zulfa, una bimba di casa, a fare delle visite di fisioterapia. A Dar c’è un grande ospedale specializzato tra le altre cose anche in ortopedia, e così ci siamo sorbite otto ore di autobus e siamo giunte al CCBRT (1), immenso, con i suoi tanti reparti e i suoi troppi pazienti. Credo che gli ospedali nel mondo si assomiglino tutti, ovunque persone che sperano in qualcosa che li faccia stare meglio e medici che girano indaffarati per i corridoi, che non sembrano avere il tempo di guardarsi un po’ intorno. Negli ospedali mi assale l’angoscia, troppe persone che stanno male ed io non so cosa farci, e so di non essere io a dover fare qualcosa per loro, ma l’angoscia me la ritrovo comunque. Ho scoperto che gli ospedali in Africa l’angoscia sanno anche aumentarmela. Mi guardo intorno e scopro malattie di cui non avevo mai sentito parlare, tantissimi bambini, troppi, e pochi dottori, troppo pochi. Mi dico che è già una fortuna che qui dentro dottori ce ne siano, altrove entri in ospedale e sei fortunato se ti visita un’infermiera con diploma, dottori neanche a pagarne. Ma in ogni caso rimangono pochi.

Noi attiriamo subito ed inevitabilmente gli sguardi di tutti, credo per due motivi in particolare: accompagniamo una bimba tanzaniana e dal colore della nostra pelle si capisce subito che noi tanzaniane non siamo; in quanto bianche, ci troviamo dalla parte sbagliata, perché siamo dalla parte dei pazienti. Non siamo dottori. Qui gli unici bianchi che si vedono hanno il camice, oppure sono studenti provenienti da chissà quale città europea, che circolano per i corridoi con i loro bei sorrisi stampati in volto, ed io mi chiedo se quei sorrisi servano invece a nascondere l’insicurezza che magari li prende, quando davanti ai loro occhi si ritrovano così tanta gente che sta male e che da loro o da chiunque altro cerca solo un aiuto qualsiasi.

Alcune persone hanno il coraggio di avvicinarsi a noi, sono curiose di sapere chi siamo, cosa facciamo, perché siamo lì, e si mostrano subito gentili ed amorevoli verso Zulfa, che accetta le carezze più o meno di tutti senza dire una parola, come al solito, ma sorridendo.
Altre si avvicinano sfacciate, e avanzano richieste assurde, neanche avessimo una bacchetta magica nelle nostre borse, e potessimo risolvere i dubbi e le domande di tutti .
Altre ancora, forse più timide, ci fissano solo da lontano, preferiscono restare col dubbio o forse lasciare noi in santa pace, e noi sopportiamo a stento gli sguardi di tutti, e ci concentriamo su Zulfa, sopportiamo tutto prendendo esempio da lei, che sa insegnarci così bene come si sopportano le cose che danno fastidio.

Stando in ospedale abbiamo modo di sperimentare almeno un po’ la triste vita dei pazienti: ore interminabili di attesa, dottori che sanno dirti poco e male, che tra loro a volte si contraddicono, che a noi non danno speranze mentre illudono con una facilità disarmante un’altra mamma africana che ha affrontato questo viaggio assieme a noi con la sua bambina. Ma sono dottori, voglio sperare che sappiano quello che fanno e quello che dicono, altrimenti per questa gente non c’è davvero più speranza.

Abbiamo modo di sperimentare anche il potere che abbiamo, questo potere bianco che nessuno di noi ha mai richiesto, ma che purtroppo o per fortuna ci ritroviamo dalla nascita. Quando mi accorgo che una delle mamme venute assieme a noi sta aspettando fuori ad una porta più del dovuto, ed altre persone le stanno passando davanti, entro io per lei a chiedere notizie, e il dottore la chiama e la fa entrare quasi subito. Visitano sua figlia in tre, ed io mi chiedo se è per grande professionalità o se questo avviene per causa mia. E intanto penso che tutto questo non è giusto, che è sbagliato considerarmi diversa solo perché bianca, è sbagliato darmi privilegi che io non ho mai chiesto, è sbagliato che i dottori ragionino così, è sbagliato che questa mamma non sappia protestare, ed è sbagliato che qui le cose procedano in questo modo, persino in ospedale.

Nei quattro giorni passati a Dar, ho avuto modo di assaggiare un po’ questa grande città, le sue strade immense, i suoi semafori, i suoi bianchi che popolano le pizzerie di sera e ho trovato anche qui le solite contraddizioni che forse ogni grande città africana presenta: da un lato le immense ville degli ambasciatori stile Hollywood, dall’altro i negozietti di legno che sembrano appartenere ad un mondo diverso.

Ho pensato ad Iringa, a quanto mi sembrava avanti rispetto ad un villaggio che ho visitato qualche tempo fa, e a quanto ora mi appaia come un luogo ancora capace di conservare certe sue tradizioni.
Chissà, forse tra qualche anno Iringa assomiglierà di più ad un posto come Dar. Forse con meno caldo e senza il mare e così tanto turismo, ma non credo manchi molto per veder scomparire del tutto quelle donne con addosso ancora gli abiti tradizionali. E chissà, forse è giusto così. Ma a me pare invece che ci sia qualcosa di sbagliato, perché Dar non mi è sembrata una città molto simpatica, anche se è piena di centri commerciali e cinema e ristoranti. Per me rimane molto più accogliente un luogo come Iringa, non ancora violentato in modo così arrogante da tanta cultura occidentale che, volente o nolente, a questi posti non appartiene affatto.

Note:

1. Comprehensive Community Based Rehabilitation Tanzania – Comunità di Riabilitazione su Base Comunitaria

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