Caschi Bianchi Tanzania

Fango

Riflessione di un casco bianco sui bisogni e sui desideri dei giovani.

Scritto da Chiara Avezzano

Oggi ero con i piedi nel fango a spalare via la terra da uno scolo per l’acqua che abbiamo in giardino, otturatosi a causa di una pioggia abbondante di qualche giorno fa, e mentre ero lì assieme agli altri, come un lampo mi sono venuti in mente i miei coetanei, quelli che amano riunirsi fuori ai bar, un bar qualsiasi, basta che al momento sia quello che va più di moda. Chissà se loro i piedi nel fango li metterebbero mai.

A volte mi sembra che molti ragazzi della mia età si divertano solo girando con la loro auto nuova per la città e trovino gratificante mostrarla in giro per far vedere a tutti le possibilità delle loro famiglie. Alcuni passano ore ed ore fuori ad un bar a parlare di chissà cosa con gente che forse nemmeno conoscono per davvero. L’unico problema che si pongono è come e dove passare la loro serata, e non sembrano chiedersi altro.

Ed io l’altro giorno, mentre spalavo via il fango dal giardino, pensando a questo tipo di giovani, mi sono sentita di colpo fortunata. Perché io ho avuto la possibilità di provare cosa significa dover spalare via la terra da uno scolo per l’acqua otturato, faticando assieme ad altri per liberarlo in vista della prossima pioggia, e molti giovani non hanno questa possibilità. Forse non se la vanno nemmeno a cercare, è vero, e forse non trovano neanche troppo costruttivo andarsi a cercare una possibilità del genere, eppure io credo che avere l’occasione di sporcarsi un po’ i piedi nel fango, avere l’opportunità di avvicinarsi ai problemi reali della gente comune, e magari provare a capirli, sia una grossa fortuna.

Forse un giorno certi miei coetanei diventeranno grandi avvocati, o dottori con le tasche piene di soldi, o magari imprenditori della miglior specie. Eppure, se non avranno mai avuto o cercato l’occasione di scendere dal gradino che si sono costruiti, io credo che non avranno poi sperimentato troppe cose belle di questa vita.

Mentre eravamo in giardino con zappa alla mano è arrivata Bahati, una nostra vicina di casa.
Bahati ha ventitrè anni e due bambini: Frida, sette anni, e Dani, di tre. Niente marito, qui capita spesso. A casa sua la pioggia di qualche giorno fa ha sparso il fango in tutto il cortile interno, facendolo arrivare fin dentro il suo bagno. Bahati se n’è andata dicendo che l’avrebbe spalato via come al solito, “Hamna shida”, non c’è problema, mantenendo in volto quel sorriso che si porta sempre dietro, nonostante tutto, qualsiasi cosa stia facendo.

Mentre andava via io la guardavo, e guardandola ho provato per lei una grande tenerezza.
Bahati è più giovane di me, sulle spalle si ritrova già due figli, belli e svegli, ma che le daranno grandi preoccupazioni. Ogni giorno frequenta una scuola professionale dal mattino fino a sera, e riesce a tirare avanti un po’ grazie a piccoli lavoretti saltuari, un po’ perché viene aiutata dall’associazione presso cui sto svolgendo il mio servizio civile. In ogni cosa che fa, dalla più piccola alla più grande, ci mette passione, non sembra cercare chissà cosa e le basta quel poco che si ritrova. Non si perde mai d’animo, ti accoglie in casa sua come fossi l’ospite più importante, è sola ma non sembra preoccuparsene, ha una grande curiosità verso di me e verso questa Italia di cui sente solo parlare, di cui forse sentirà solo parlare anche in futuro, e ha grande rispetto per gli altri, per noi. Quando Dani ci chiama “bianchi”, lei lo sgrida, con dolcezza, e gli spiega che non deve etichettarci in questo modo solo per un colore diverso della pelle, perché siamo tutti uguali, non c’è nessuna differenza.

Io invece a volte penso che qualche differenza, tra noi e loro, ci sia. Guardo Bahati e mi chiedo come si comporterebbe lei in Italia, nella mia città. Cosa direbbe osservando tutti quei giovani come lei che sembrano solo perdere tempo, che inseguono forse soldi e successo come fossero le cose più importanti di questo mondo, che sembrano guardare dall’alto in basso tutti quelli che non sono come loro, che invece la macchina non ce l’hanno, e i soldi per uscire ogni sera non li hanno.
Forse Bahati, davanti a loro, anche in quel caso, sorriderebbe. Non riuscirebbe a chiedersi perché le possibilità che vengono date a questi giovani non vengano invece date a persone come lei, che faticano per vivere, che fanno di tutto per dare ai loro figli una vita dignitosa, più dignitosa di quella che hanno vissuto loro finora. Non riuscirebbe a fare confronti.

Eppure io, guardando lei, sono spinta a farne. E mi chiedo quanto sia giusto per Bahati non avere le stesse possibilità che invece si ritrovano molti ragazzi della mia città.
Ragazzi che non sembrano nemmeno capire il valore di tutto ciò che hanno.

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