Caschi Bianchi Kosovo

Piccoli fuochi di speranza

Lo sconforto di chi non può fare altro che ascoltare, ma allo stesso tempo non vuole spegnere i piccoli fuochi di speranza e di cambiamento che incontra ogni giorno.

Scritto da Domenico Palazzi

Esistono posti al mondo dove la speranza è solo una parola, una scatola vuota dove buttare i propri sogni. In questi posti non ha senso parlare, non ha senso rimarcare l’ inutilità del presente. Si può solo ascoltare. Ascoltando si costruisce un piccolo tesoro. Di quelli rari. Nei Balcani esiste un proverbio per ogni situazione, come se tutto fosse già stato vissuto in passato.

Pochi giorni fa un mio amico albanese mi ha fatto capire con poche parole la frustrazione di chi vive il quotidiano senza intravedere però alcun futuro: “Siamo indipendenti, ma nulla dipende da noi”.

La stessa frustrazione mi viene sbattuta in faccia da un’anziana signora serba che mi accoglie nella sua casa spoglia : “La mia pensione è di 11 euro al mese, faccio fatica a comprare un kg di caffè. Al mio Stato ho dedicato tutta la mia vita ma a loro ancora non basta, vogliono anche la mia dignità”.
Mentre mi dice questo mi guarda, sorride e comincia con cura a prepararmi un caffè turco. Non posso fare altro che ascoltare, mi mancano le parole, mi sembra di non aver strumenti per poter capire ciò che si prova a vivere una vita da burattini nelle mani del politico di turno.

La politica in questa regione è ovunque, la sua presenza si è estesa ad ogni ambito della vita quotidiana. Qui è un atto politico persino offrire un caffè ad un italiano.
La politica ha costruito un nuovo Kossovo, uno stato indipendente e sovrano, riconosciuto solo da 55 dei 192 paesi membri delle Nazioni Unite.
Il 24 marzo è stato ricordato il decennale dell’inizio dei bombardamenti Nato sulla Serbia di Milosevic, l’inizio della guerra che ha portato all’indipendenza del Kossovo.

Oggi esiste un paese indipendente, con una propria bandiera, un proprio governo, un proprio esercito. Allo stesso tempo in questo paese stazionano circa 16.000 soldati del contingente internazionale della NATO, provenienti da 34 paesi. La nuova missione dell’ Unione Europea, denominata Eulex, dovrebbe avere il compito di organizzare tutte queste forze e di sostenere il nuovo stato kossovaro in questo momento di transizione verso la tanto ambita meta della Libertà e della Democrazia.

Mi chiedo quanto sia “Stato” il Kossovo, settimo paese nato dopo la morte della Jugoslavia.
In questo nuovo paese la disoccupazione risulta essere intorno al 50%, oltre il 90% delle aziende dà lavoro a non più di nove persone e in molti casi le ditte sono individuali. Lo stipendio medio si aggira intorno ai 200 euro mensili.

L’ unica entità che continua ad arricchirsi in questa area risulta, quindi, essere la mafia. Quasi tutta l’ eroina che parte dall’Afghanistan diretta nella ricca Europa transita attraverso il nuovo Kossovo. Oltre alla droga la mafia continua ad arricchirsi grazie al contrabbando, al traffico di armi, al riciclaggio di denaro e alla tratta di giovani ragazze che vengono vendute e spedite in ogni angolo del pianeta.

Il Kossovo odierno assomiglia sempre di più ad un narco-stato, un buco nero nel quale vengono risucchiate le speranze delle persone.
Questo non sembra importare a nessuno, quello che succede in questo “recinto” per persone deve rimanere ben nascosto, nessuno deve sapere la verità. Forse il motivo sta nel fatto che i 55 stati che hanno riconosciuto questo nuovo paese (tra cui la mia Italia) formano complessivamente oltre il 70% del Pil mondiale. In questo dato è evidente tutta l’ ipocrisia di chi disegna orizzonti di Libertà e Democrazia, sfruttando la sua forza economica per estendere il proprio dominio sullo scacchiere mondiale. La libertà qua è solamente un macchia d’inchiostro su un foglio, un suono che esce dalla bocca di qualche cieco.

Non c è alcuna relazione tra ciò che i media raccontano in Italia e nel mondo (poco tra l’altro) e la vita quotidiana che viene vissuta in questo posto; di tutto ciò che viene detto, solo pochi segmenti corrispondono alla realtà. Il motivo è scontato: gli interessi delle grandi potenze sono concentrati in questa piccola regione.
Vedendo tutto da vicino, le contraddizioni saltano subito all’occhio, è tutto talmente sporco che è impossibile non vederlo.

Questa è una tra le tante fotografie scritte del Kossovo odierno, una fotografia che preferirei gettare se non fosse per i tanti volti che mi hanno parlato arrivando dritti allo stomaco, insegnandomi come riuscire a tenere alta la testa tra le nuvole, mantenendo sempre però i piedi ben piantati a terra.
Da loro ho imparato anche a tenere sempre in considerazione un fattore importantissimo: qua siamo nei Balcani, il cuore pulsante, giovane e sofferente dell’ Europa contemporanea. Il Kossovo è il paese più giovane d’ Europa, più del 50% della popolazione ha meno di 20 anni e l’età media si aggira intorno ai 24.

In questa regione da generazioni e generazioni i popoli sono abituati a resistere nel loro quotidiano, contrapponendosi sempre ad un sistema autoritario imposto dall’esterno. I Balcani sono sempre stati terre di conquiste, da sempre parte di Regni e Imperi altrui. Nessuno tiene in considerazione questa grande forza che si è tramandata di padre figlio, la forza di chi ha già perso tutto ma non vuole nè arrendersi nè rassegnarsi.

Tempo fa in Italia lessi in un libro una frase di Ghandi che diceva “si può vincere in perfetta solitudine se non si rinuncia alla propria dignità”. Da queste parti tutti i giorni vedo dimostrazioni concrete di come questo ideale possa permeare la vita delle persone, dando loro la forza di difendere la propria dignità cercando di trovare nuove soluzioni a vecchi problemi. Ci sono persone qui che non si arrendono, che vogliono la verità e che sono disposti a difenderla con la propria vita.

Qui in Kossovo oggi questa battaglia la sta combattendo una nuova generazione, che ha vissuto la guerra solo a tratti e l’ha vista attraverso occhi da bambino, che si ritrova tutti i giorni incastrata nelle contraddizioni di un sistema che parla di libertà e che contemporaneamente agisce e si legittima negandola. Le contraddizioni sono evidenti, non riesco più a chiudere gli occhi,

Un amico albanese mi ha detto un giorno che si sente perso e che la stessa sensazione la vivono i giovani ovunque nel mondo, “we are lost”.
Concordo con lui, anche io mi sento perso, a tratti non riesco più a distinguere i colori che compongono il quadro che ci vede tutti protagonisti, tutto diventa bianco o nero e non c’è più spazio per le sfumature. Ma è proprio quando tutto sembra buio e senza futuro che si riescono a scorgere le piccole fiamme di speranza e di cambiamento.

Non posso fare altro che alimentare questi piccoli fuochi lungo la mia strada, questo perchè bisogna sempre ricordarsi che un mondo giusto non è mai nato.

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