• Cb Apg23, 2009

Burkina Faso Caschi Bianchi

Ocra

Nel suo viaggio di ritorno Elmar ci racconta il Burkina Faso…un quadro dai toni tendenti all’ocra…

Scritto da Elmar Loreti (Casco Bianco tornato dallo Zambia)

Il Burkina Faso è ocra; anche Ouagadougu, la capitale, è ocra. Il Burkina è anche giallastro, terra di Siena, terra di Siena bruciata, rossiccio, beige e tutte le altre variazioni del marrone si possano immaginare.

Le strade, le capanne dei contadini, i banchetti dei venditori di ricariche telefoniche, i maquis(1), le auto, le casette di paglia e fango, le mucche con la gobba, gli asini, le capre, i maiali, gli autobus, le foglie degli alberi…tutto è ocra, tutto è coperto da un sottile strato di sabbia proveniente dall’oceano di sabbia che lambisce il paese a nord.
Arrivi a Ouaga e il tutto si fa ancora più ocra: i palazzi governativi in stile sovietico con un tocco africano e i minareti delle moschee da cui muezzin stonati chiamano la folla. La cittadella degli artigiani a uso e consumo dei turisti è ocra; i mercati sono ocra. Il parco pubblico, oltre ad essere una discarica, è ocra.
…per non parlare delle strade laterali, che mai hanno conosciuto l’asfalto…
Le facce della gente, i vestiti tradizionali delle signore sempre intente ad aggiustarsi l’onnipresente pagne(2), le t-shirt da calcio della Juve, del Chealsea o di qualche altra squadra europea, le scarpe degli uomini d’affari e, in generale, le persone che abitano e lavorano questa terra, non sono ocra.
La gente si muove su un palcoscenico studiato apposta per evidenziarne i movimenti, siano essi spronare l’asinello a tirare con più energia il carretto, cuocere un pezzo di pollo o montone o anche solo starsene seduti o in piedi a non fare niente, guardando il bianco che passa.

I villaggi si animano all’arrivo di un bus: almeno una dozzina fra donne, bambini e bambine, ragazzi e anziani accorrono verso i nuovi arrivati alzando nuvole di polvere ocra, per vendere cibo (a volte molto invitante, a volte decisamente ributtante), le immancabili ricariche telefoniche, acqua nei sacchetti di plastica, bibite più o meno fresche, verdura, frutta o manioca.
Nessuno di loro è ocra. Certo, i vestiti non sono né nuovi né puliti ma non sono nemmeno esageratamente laceri o sporchi; le facce non sono sporche, il make-up della signora che mi vende un tortino è curato.
E’ un po’ come dire: “ok, siam poveri ma con stile, quindi non così poveri; non vogliamo dipendere da te, vogliamo solo che assaggi quanto è buono questo pezzo di montone appena cucinato, vogliamo fare affari alla pari con te che ti muovi e reciti, come noi, in questo teatro ocra.

Qualcuno di ocra c’è, tuttavia: sono i bambini che, latta da pomodori vuota in mano, chiedono la carità; ce ne sono almeno un paio per ogni villaggio in cui si fermano gli autobus e i taxi brousse.
Loro hanno il viso tutto impiastricciato di fango ocra, lo stesso si dica per le braccia coperte da magliette lacere e per le gambe magroline.
I soliti ragazzi di strada?
Difficile crederlo. Per come è fatta la società africana è impossibile, in un villaggio, che ci siano dei ragazzi di strada: c’è sempre almeno una zia pronta a prendersi cura di un bambino rimasto orfano o, nel caso in cui chi se ne prende cura decida che è un impegno troppo costoso, il ragazzo viene spedito in città o ci va di sua sponte per fuggire allo sfruttamento di chi se ne prende cura.
E questi invece?
Guardando con quanta rapidità questi bambini possono cambiare faccia, da desolante disperazione mentre allungano la mano a domandare uno spicciolo ad allegro e gioioso sorriso mentre corrono verso il prossimo bus saltellando, ho capito qualcosa. Ho capito che l’ocra sulle loro fronti non è altro che il loro abito di scena.
Magari generalizzo troppo, anzi, sicuramente generalizzo troppo; però ecco l’idea che mi sono fatto.

Un padre, magari quarantenne, con un totale di sei o sette figli, magari sparsi in più di un matrimonio (anche nel caso sia cristiano), deve riuscire a mettere a frutto nel più breve e vantaggioso modo i figli che ha generato; non avrà mai una pensione e, nonostante ora sia in forma, chi può dire quando la sua salute inizierà a peggiorare, con l’avanzare dell’età?
Per sua fortuna è burkinabè e non zambiano o congolese: non deve sentirsi ancora miracolato per aver evitato l’HIV nonostante quel paio di giovani puttane che si concede in un anno.
Quindi non è ancora morto di AIDS come molti dei suoi coetanei più a sud; teme, tuttavia, di arrivare al punto in cui, a causa degli acciacchi dell’età, non potrà più lavorare.
E’ sui figli che bisogna investire; un investimento diversificato per diminuire il tasso di rischio.
Quindi cercherà di mandare il primogenito a scuola, che di per sé sarebbe anche gratuita ma per la quale bisogna riuscire a trovare i soldi per l’uniforme (ocra), per non parlare dei libri, dei quaderni e delle scarpe. E’ una grossa spesa, certo, ma con un po’ di fortuna questo figlio riuscirà a trovare un impiego sicuro, magari un impiego statale con uno stipendio assicurato (quasi) tutti i mesi e la possibilità di seguire qualche altro business…sarebbe un sogno!
Le bambine aiuteranno in casa, è ovvio; questo significa che sostituiranno col tempo la mamma nell’andare a prendere l’acqua alla pompa installata dalla cooperazione tedesca, nel trovare legna e carbone, nel lavoro nel piccolo orticello dietro casa, nella cura dei più piccoli e al canale per lavare i panni.
Tutto questo nella speranza che vengano su carine e laboriose in modo tale da ricavarci anche un buon affare a farle sposare…
Un altro paio di figli gli servono già da adesso per condurre il carretto, badare le caprette e lavorare nei campi…

Poi, magari fra questi figli ce n’è uno un po’ magrolino, rachitico (forse nato in un periodo buio, senza troppo cibo per crescere correttamente), troppo deboluccio…non rende.
Ecco allora: ocra sulla faccia e barattolo alla mano; faccia commovente, mano tesa e lingua, col tempo, sempre più lesta.
Ecco da dove vengono quei piccoli mendicanti di campagna: una strada di grande comunicazione offre questo genere di impieghi, oltre a quello di vendere tortini al sesamo e banane, anche chiedere l’elemosina.
Un attività, quest’ultima, che in un paese quasi a maggioranza musulmano può essere abbastanza lucrativa per un padre che guarda al proprio futuro; un buon modo per mettere a frutto del materiale potenzialmente scadente.
Non si pensi che questo, al ragazzo gracilino, chiuda ogni possibilità di carriera, lasciandolo a sperare in un glaucoma o in qualche malanno deformante per poter continuare a mendicare una volta cresciuto.
Arriverà il tempo in cui si sposterà verso Ouaga o le altre città; si inventerà guida, venditore di paccottiglia, amico di tutti, conducente di minibus (non il guidatore, lo “steward”). Potrà trovare hotel, viaggi organizzati ai villaggi, corsi di tamburo e di danza, affitti di auto e motorini…e da ogni cosa riceverà una piccola commissione. Più si è bravi a intortare clienti, a spingerli a fare acquisti, più si guadagna.
Con un po’ di fortuna riuscirà a comprarsi un vecchio catorcio Peugeot e a tramutarlo in un taxi prima di essere troppo vecchio per continuare a fare il pirla con i turisti.
Il taxi, a causa della polvere sollevata dall’harmattan, il vento del nord che porta sabbia e tifo, diventerà ocra. Questo figlio di un padre previdente lo guiderà in giro per una città che conosce poco e gli permetterà un matrimonio e una casa nei sobborghi di Ouaga…le mura, di paglia e fango, tendenti decisamente all’ocra.

Note:

1. Specie di bar ristoranti di terz’ordine.
2. Specie di parei che le donne africane usano direttamente come gonna oppure per fare vestiti.

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