• Cb Apg23, 2008

Caschi Bianchi Zambia

Angel Romano M.

Mi chiamo Angel Romano M., sono nato nel Dicembre 1944 presso la missione di Lubwe, in Zambia.

Scritto da Claudia Corrado

Mio padre Romano M., lavorava nella miniera “Mufulira Copper Mines L.t.d”. Proprio qui, ho iniziato la mia educazione alla “Mufulira Primary School”.

Nel 1962 mio padre muore in un incidente all’interno della miniera lasciando mia madre da sola con otto bambini. Dopo il funerale i parenti di mio padre si presero ogni cosa che fosse appartenuta a lui, dai soldi a quei pochi oggetti che possedevamo.
Mia madre così rimase completamente priva di ogni sostegno e sola, in quel periodo triste per lei e per tutti noi fratelli.
Non potevo stare a guardare la mia famiglia che piano si sgretolava, allora decisi di sacrificare la mia scolarizzazione per aiutare mia madre e per permettere agli altri miei fratelli di andare a scuola. Lasciarla è stato davvero doloroso per me, mi piaceva andare a scuola, ascoltare l’insegnante raccontare cose a me sconosciute e poi farle mie, ma non era tempo di sognare.
Cercai a lungo un impiego ma era quasi impossibile trovarne uno fisso, così lavoravo qui e là, facendo un po’ di tutto, dall’autista al contadino. Qualche volta riuscivo a racimolare abbastanza denaro per comprare qualcosa da mangiare e pagare le tasse scolastiche ai miei fratelli, altre volte, invece, fallivo.
Il pensiero di aiutare altre persone a crescere, a studiare, a diventare uomini o donne mi faceva stare bene, mi faceva sentire utile in questo paese dove tutto sembrava andare dalla parte sbagliata. Sapendo che un giorno anche la mia vita prenderà il volo e non voglio che i miei bambini soffrano come ho sofferto io. Qualche anno fa mio figlio e in seguito altre due figlie, sono mancati, lasciandomi sette nipoti. Per un attimo mi è sembrato di tornare indietro con il tempo, con i miei fratelli, ma ora penso: sono quasi alla fine della mia vita, come posso crescere questi bambini, donar loro un futuro? Come hai sempre fatto Romano, mi dico. Sbottono i polsini della camicia e tiro su le maniche.

HIV/AIDS

La piaga dell’Hiv è davvero uno dei più grandi problemi esistenti qui in Africa (in particolare nell’area sub-saharaina), che richiede l’attenzione e la partecipazione di ognuno di noi. Da qualche anno sono volontario presso la Diocesi di Mansa nel progetto Home Based Care (sostenuto anche dall’USAID), che si occupa dell’assistenza ai malati di Aids. In questo modo cerco anch’io di dare un piccolo contributo. Sono felice quando riesco ad aiutare uno di loro, anche nelle piccole e semplici faccende quotidiane, come una chiacchierata, molto spesso davvero liberatoria. Credo anche che questo grande problema vada affrontato su tutti i piani; in primo luogo c’è l’assistenza medica (non garantita purtroppo, in modo sufficiente né da questo progetto, spesso per mancanza di fondi, né dall’ospedale di Mansa). Sarebbe meraviglioso se un’associazione come la Papa Giovanni XXIII decidesse, tra tutto il bene che già fa, l’apertura di un ospedale, in particolare penso ai pazienti nello stadio della malattia avanzato e quindi con poche speranze di vita. Morire di Hiv è una morte atroce, farlo senza la giusta assistenza e da soli lo è ancora di più, questi pazienti hanno il diritto di essere curati, anche qui in Africa.
L’aids non si porta via solo migliaia di persone ogni giorno in tutta l’Africa, non gli basta. L’aids non colpisce i vecchi, le persone già malate. È una malattia della sofferenza, del degrado, dell’incertezza, del “ormai non ho più nulla da perdere”. Anche l’aspetto della sessualità è da considerare. Qui è concepita in modo diverso che dai paesi occidentali, non è una cosa sporca, di cui vergognarsi. Basti vedere le danze, i rituali come ogni passo, ogni azione siano eseguiti con la massima passione. Inoltre credo che ci siano altri due fattori, uno contemporaneo e l’altro riguardante la tradizione. Il virus si è adattato al cambiamento, al nuovo tipo di degrado che ha sommerso il nostro paese. Prostitute, droga, ragazzi di strada, stupri e violenze. Così il marito o fidanzato vanno con la prostituta, giovanissima, che poi rimarrà incinta, lui tornerà dalla moglie, avranno altri rapporti sessuali. La ragazzina partorirà e la moglie scoprirà di essere incinta. Tutto ciò impregnato di Aids. Circa la tradizione, fino a qualche tempo fa (succede ancora nei piccoli villaggi) c’era l’uso della magia, della stregoneria. C’erano diversi riti, tra cui quello chiamato “cleaning”, per cui quando il marito di una donna moriva lei dovesse avere un rapporto sessuale con il cognato per purificarsi, o si credeva che un uomo malato di aids per guarire dovesse avere rapporti con una vergine. A volte capitava che le persone andassero dallo stregone per farsi curare, lui con tagli provocati da coltelli o lame faceva scomparire il male, ma uno più grande si introduceva dentro la persona.

Di questo male rimangono loro, i figli. Gli orfani. Le cifre sono numeri quasi impossibili da immaginare. Vengono ridotti in cifre per far capire quanto pericoloso è l’aids. Ma loro non se ne fanno nulla di numeri, hanno perso i loro familiari, l’affetto, le cure, hanno lasciato la scuola.
Noi abbiamo moltissimi orfani all’interno della comunità. Il mio ruolo di volontario nel programma HBC consiste anche nel monitoraggio di questo fenomeno e nel verificare che i bambini orfani in carico al progetto siano aiutati e protetti.

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