Albania Caschi Bianchi

Una democrazia immatura che schiaccia il debole. Intervista a don Antonio Giovannini: sacerdote milanese da 9 anni in Albania.

Il mancato cammino di educazione a una cittadinanza attiva e responsabile non ha permesso di raggiungere una consapevolezza di diritti e doveri e una coscienza collettiva. Molti se ne vanno per cercare di risolvere il proprio problema personale, mentre il problema collettivo sembra irrisolvibile.

Scritto da Luca Censi

Puoi presentarti dicendo chi sei e come sei arrivato in Albania?

Sono di Milano e sono prete da quasi quarant’anni, da nove anni in Albania.
In Italia mi occupavo di immigrazione su incarico del Cardinal Martini. Dopo undici anni di quel servizio mi hanno inserito in un’altra esperienza in cui non mi sentivo molto realizzato, a Garbagnate Milanese, fuori Milano: lì sono arrivati alcuni albanesi dopo la crisi del marzo ’97. Nel settembre ’97 mi sono detto: andiamo a fare un giro in Albania, per vedere da dove viene questa gente e per capire da quale realtà proveniva.
Avevo già girato il Marocco e qualche altro paese. Visto che ‘erano anche altri sacerdoti stranieri, ho chiesto di venire qui. Nell’estate del ‘99, al tempo dei profughi kossovari ho dato vita alla mia esperienza girando un po’ l’area. Quindi sono quasi 9 anni che sono qui.
Il tipo di esperienza che io faccio viene chiamato “fidei donum”: siamo sacerdoti diocesani prestati alla missione per un po’ di anni in modo da coinvolgere le parrocchie di provenienza.
Arrivato qui il primo problema è stato imparare un po’ la lingua e la mentalità; da Milano mi avevano detto che qua parlano tutti italiano, il che non è vero perché lo sanno in tanti ma ad un livello bassissimo. I primi mesi sono stati di ambientamento.
Nei viaggi che facevo ho affrontato la situazione dei profughi kossovari che erano decine di migliaia a Skutari e, a Kukes, 150 mila. Nel giugno ‘99 improvvisamente è scoppiata la pace, anche un po’ inattesa, per cui la maggioranza è tornata in poco tempo, prima coi propri mezzi, poi con camion, anche dell’esercito italiano, e ho fatto servizio per alcuni giorni alla stazione ferroviaria di Mieda dove arrivavano lunghi treni carichi di profughi kossovari che si erano procurati tutto quello che potevano: coperte, lenzuola, cuscini, materassi, metri cubi di roba.
Sono stato per qualche tempo in Kossovo, il primo viaggio nel luglio del 99, quando c’era ancora l’odore dei cadaveri. Ho fotografie di un carro armato spezzato in due da un missile con il carro qui e la torretta e il cannone di là, poi sono andato anche in agosto e in settembre.
Nel Natale 2000 ho aiutato un po’ don Giovanni Fiocchi nella zona di Puka, poi sono stato incaricato di seguire la montagna di Shllak e Koman; andavo il sabato a Koman e la domenica a Shllak, sulla montagna, trovando difficoltà ambientali – più che strade delle piste – e difficoltà ad orientarmi.
Intanto qui a Skutari mi ero cercato un po’ di persone che mi potessero accompagnare come traduttori o mediatori culturali. Questo gruppetto di ragazzi albanesi è diventato poi prezioso quando abbiamo pensato, dopo tre anni, di costituirci associazione. Attualmente stiamo lavorando abbastanza bene, come partner in alcuni progetti.

Quali realtà affrontano i progetti che segui in questo momento?

Più che altro sono i progetti che sono venuti a cercarci. Ho iniziato invitando amici delle Acli con cui avevo collaborato nell’accoglienza stranieri a Milano e siamo andati visitare le fabbriche. Siamo partiti dai progetti di formazione lavoro, sviluppandoli poi in maniera differenziata.
Il mio lavoro si potrebbe dividere in tre parti per schematizzare: un lavoro soprattutto del sabato e della domenica a livello pastorale a Koman e dintorni, un secondo livello sempre di tipo pastorale svolto qui a Skutari con la comunità Papa Giovanni XXIII o con persone in ricerca di senso o gruppi che mi chiamano per un ritiro o per confessioni; la terza parte è più specificatamente sociale e nasce dall’idea di sviluppare il cristianesimo anche in campo sociale.

I primi tempi che vivevo in Albania i giovani mi dicevano: “Qua non c’è niente da fare, solo faticare, sudare per niente, bisogna solo andare via”. Per citare una battuta quando chiesi che tipo di fabbrica si poteva fare mi dissero: una fabbrica di barche per andare via!
Un progetto della Caritas francese per aiutare lo sviluppo prevedeva una formazione per animatori. Appena un ragazzo o una ragazza imparava a guidare la macchina, a suonare e animare, partiva subito per l’estero. Oggi questo in parte è diminuito anche se in molti paesi ex comunisti la caratteristica comune del mondo giovanile è lo spaesamento e la mancanza di prospettive per il futuro. Anche in Italia c’è questo problema ma è anche in uso uno schema intellettuale: vedere, giudicare, agire. Cioè aggirare l’ostacolo che inevitabilmente ti capita di affrontare nella vita, quindi fare delle ipotesi di risoluzione. Qui molti si lasciano un po’ vivere aspettando che le cose succedano senza tentare di determinarle, con fatalismo. Il problema è sopratutto a livello politico. Mi dicono: “Io ho delle responsabilità, figurati i capi, se abbiamo dei capi così cosa vuoi aspettarti, quando avremo dei capi migliori…”
L’idea di mandare a casa i capi non gli passa neanche per la testa. Chi ha i soldi e chi è potente decide tutto

L’Italia si è accorta dell’Albania quando ci sono stati i primi sbarchi. Dopo il regime di Enver Hoxha, durato 40 anni, ci si è svelato un mondo che era a pochi km oltre il braccio di mare.
Si può delineare un rapporto tra il lunghissimo periodo di chiusura che ha avuto l’Albania e la realtà di oggi?
Un sacerdote pugliese venuto qui nei primi tempi ha scritto le sue memorie con questo titolo: “Abbagliati dalla libertà”. Cioè la libertà è arrivata così violentemente da lasciare sconcertate le persone che non sono riuscite a crearsi un’auto regolamentazione. Per cui secondo me è difficile dire se siamo in un tempo di democrazia oppure no.
Uno scrittore dell’Erzegovina ha detto: “Siamo in tempo di democratura, una simpatica unione tra democrazia e dittatura.”
Una democrazia matura tutela il debole, una democrazia immatura permette di schiacciare il debole. Questo è uno degli aspetti drammatici che ci sono in Albania.
Inoltre il mondo cosiddetto “sviluppato” non ha aiutato. Dopo il periodo di Enver Hoxha e Ramiz Alia sono arrivati una marea di aiuti umanitari – qualcosa arriva ancora adesso, ma in maniera molto ridotta – fino a distruggere l’economia locale. Poi sono arrivati i modelli consumistici legati alle televisioni in particolari private (il caso di canale 5 è emblematico), senza che gli albanesi avessero nessun tipo di spirito critico, per cui credevano a tutti i prodotti che venivano reclamizzati.
Quindi ora se si parla di sobrietà tutti ti diranno che sono scemate, uno che vive dignitosamente si sente nessuno. Puoi vedere anche gli intellettuali incantati davanti a telenovelas e scemate del genere, senza avere la capacità di capire da che mondo provengono.
È mancato completamente il cammino di formazione verso la democrazia e quindi ad una cittadinanza attiva, un’educazione ad affrontare diritti e doveri , a trovare un modo di affrontare i problemi assieme. Per dirla con le parole di don Milani: affrontare un problema da solo è avarizia, affrontare i problemi assieme è politica. E ancora qua la gente non sa come si fa.

Nella prefazione a La linea dei mirtilli, Paolo Rumiz scrive dell’Albania: “Tirana è uscita dalla mafia comunista per entrare nella mafia liberista, è sfuggita alla morsa del materialismo collettivista per ritrovarsi preda del materialismo collettivista.” Quanto la mafia influenza la vita politica e sociale in Albania?

Nel ‘68 era uscito lo slogan “non fate la guerra fate l’amore”, qualche anno dopo alcune reclame dicevano “non fate la guerra, fate la spesa”. Qui la grande mancanza di accesso ai beni di consumo ha provocato gravi danni.
Qui gente di 30/35 anni si ricorda di quando si stava in fila anche di notte per riuscire a prendere un po’ di latte e un po’ di burro o un po’ di caffè, e magari quando toccava a te non ce n’era più. Quando la gente si sedeva per terra per riposare un po’ metteva un sasso al suo posto e gli amici spostavano il sasso avanti. La gente si è buttata sul consumo, le rimesse degli emigrati costituiscono una grossa fetta del PIL e la popolazione non è abituata all’economia di mercato cioè alla competitività, i mercati occidentali hanno un’aggressività e mezzi di convinzione che qua neanche sospettano.
Questo è un terreno molto fertile per ogni espressione mafiosa in particolare per la commistione affari e politica dove la politica significa esercizio di un potere a difesa dell’interesse personale.
Oggi andare per Skutari non ci sono problemi. Sette otto anni fa a Tirana si andava in giro tranquillamente anche di sera e di notte mentre qui il vescovo si preoccupava di dirmi di non andare in giro la sera. Io andavo in giro lo stesso stando un po’ attento, ma non mi è mai successo niente. Addirittura a Koman dove vado a dire messa il sabato, non chiudo neanche la porta la sera: a Milano la chiudo, anche a Skutari per un minimo di sicurezza, a Koman no.
Dal un punto di vista della trasparenza economica e politica, sono passati troppi soldi sporchi. C’è stata la grossa operazione delle piramidali finanziarie che ha messo in moto l’ira di dio, e qui c’è gente che ha venduto la casa per investire soldi, per poi perdendoli tutti.
Le mafie di mezz’Europa hanno portato qui i loro soldi e ancora oggi a veder certi tipi di costruzioni, pensiamo ai distributori di carburanti, ai negozi e ai locali, c’è un modo di inserirsi sul mercato molto di più con il commercio che con l’imprenditoria, anche se un meccanismo analogo l’avevo visto in Irpinia dopo il terremoto. La gente non arrivava a capire il valore dell’imprenditoria.
Direi che l’economia è basata molto sulle rimesse degli immigrati, di cui buona parte va in beni di consumo di status simbol e nel costruire una casa.
La casa è vista come bene rifugio, come qualcosa che è mancato, come qualcosa che è mio e che in effetti mette in moto un po’ di soldi ma non è un bene produttivo, e a sua volta assorbe altro danaro.
Qualcuno che ha raggiunto in Italia o altrove un artigianato di produzione prova a venire qui a fare quella produzione. Penso che questa sia una buona strada da incentivare e in effetti l’Unione Europea ha cominciato a fare qualcosa.
Purtroppo il sistema è così interconnesso, da rendere difficile affrontare i problemi globalmente. Quando vai a toccare una cosa è legata a tante altre.
La mentalità del Kanun tradizionale, di tipo tribale, è molto forte nei paesi nelle montagne ma anche nelle periferie delle città. La gente si porta dietro la stessa mentalità e davanti a un problema la ricerca della linea di minor resistenza è quella di dire andiamo via. Io dico proviamo a cambiare la cosa qui, faccio un esempio concreto: se una ragazza ha problemi con i genitori perché sono troppo chiusi e ha il fratello in Italia vuole andarsene. Io le dico: proviamo a cambiare i genitori. Mi guarda come se avessi detto chissà quale eresia; l’idea che si possano cambiare le cose non le passa neanche per la testa, anche se la realtà sociologicamente e culturalmente è cambiata in maniera vertiginosa
La società albanese è patriarcale, legata al tabù, al non parlare al non dire. Ma se tu tiri via il tabù non c’è il valore del rispetto umano a sostituirlo, e allora si passa da un estremo all’altro.
Quando uno ha un problema dice “vado via”. Sono andati via in tanti e così ognuno risolve il proprio problema personale, il problema collettivo non si può risolvere.
Gjergi Fishta, uno dei massimi poeti albanesi diceva: è più facile raccogliere tante pulci in un sacco che fare andare d’accordo due albanesi. Come se ne esce? Non saprei. Ci sono situazioni di povertà estrema, carenze alimentari. L’alcolismo è un grosso problema, più grosso della droga, ed è un fenomeno così accettato, da essere veramente esteso, e manca qualche gruppo specifico che lo possa affrontare.

Inizio del boom albanese e possibilità che l’economia albanese possa decollare. Quale sono le previsioni per il futuro?

È una bella domanda perché mancano statistiche, e molti dati sono di difficile accessibilità. L’economia presa in senso globale macroscopico è in espansione, c’è chi parla del 6-8-10 %, ma in maniera estremamente diversificata, per cui alcuni si arricchiscono, ma la fascia bassa della società aumenta e soffre dell’aumento dei prezzi.
I prezzi dei beni di prima necessità sono cresciuti molto. Ad esempio: prima di limoni se ne consumavano pochi. Oggi che se ne consumano tanti e c’è un po’ più di benessere il prezzo dei limoni è andato su tantissimo. È anche vero che il limone non è un bene primario, però tanti prezzi sono aumentati, a cominciare da quello del pane. Sono in molti ad essere tagliati fuori da questa crescita e la loro situazione finisce per aggravarsi. Io non posso dire verso dove si andrà. L’associazione che abbiamo messo in piedi per l’integrazione delle zone rurali si trova a essere assediata da gruppi, progetti, gente che viene a cercarci. Bisognerebbe farsi furbi e cercare di guadagnare un po’, il mio primo obbiettivo era riuscire a non fare partire i giovani che collaboravano con me e rimanere sul territorio. Mentre chi fa lavori manuali in gran parte usa i soldi per partire col gommone: almeno due funerali li ho celebrati io, conoscendo le persone morte.
Nella famiglia di Bruna, una mia amica, l’unico fratello maschio è morto in mare portando lo sconcerto a tutti quanti.
I contorni del boom non li conosco bene, so che c’è stata una crescita di banche. Quando sono arrivato qui era impossibile farsi mandare i soldi dall’Italia, bisognava andare a Tirana e anche nella ricostruzione del Kosovo era impossibile mandare i soldi qua. Oggi esiste un sistema finanziario, cominciano ad esserci gruppi che selezionano persone chiamate economisti che poi sono ragionieri e contabili. Lo stato da parte sua sta cercando di uscire dall’incertezza, dalla confusione, dall’irregolarità in maniera caotica, mettendo controlli un po’ come capita.
Ben venga lo stato che aveva abbandonato le persone negli istituti, poi arrivano da noi e ci chiedono di conservare un campione del cibo che diamo ai bambini per almeno un giorno in frigorifero, oppure chiedono ai bambini: chi è che ti lava, chi è che ti bada, ma tu sei contento qui o vuoi andare a casa? Tutto con un fare inquisitorio. Oppure ci chiedono di rendicontare le spese e di conservare le fatture degli acquisti. Però i negozi non fanno quasi mai la fattura quindi tu ti trovi con il negoziante che ti guarda male e pensa: “ma guarda ‘sti italiani che vogliono la fattura, adesso ti faccio pagare una volta e mezzo.”
Sempre sul boom economico si può dire che al centro sud c’è un’altra velocità, favorita dalla pianura più estesa e quindi dall’avanzamento tecnologico nella coltivazione dei campi, c’è più turismo, ma ci sono anche altri fattori che influenzano la ripresa economica, non ultimo il Kanun e la mentalità piuttosto ristretta e circoscritta dove lo stato così come lo conosciamo noi è sempre mancato ed è stato sostituito dal Kanun con le sue leggi.

Quale valore viene dato al Kanun oggi e quali sono le ripercussioni sulla vita sociale albanese?

In Italia, in occidente, siamo abituati a considerare la nostra appartenenza a uno stato con una serie di diritti e di doveri, quindi un’appartenenza di tipo giuridico. Invece qui in Albania l’appartenenza è basata sulla nazione e sul sangue, per cui la tribù è il nucleo che ti accompagna anche nei tuoi spostamenti in posti in cui il clan diventa secondario, come per esempio la città.
In molte periferie si vanno ricostruendo i nuclei dei fis (clan) di provenienza. A Tirana ho visitato dei centri che hanno magari centomila abitanti con situazioni limite, come ad esempio un ex convitto dove ogni stanza viene occupata da una famiglia, gabinetti in comune e impianto dell’acqua rotto. Sono bombe sociali molto grosse.

Il Kanun viene applicato solo al nord o è un’usanza presente in buona parte dell’Albania? C’è stata una fuoriuscita del Kanun dall’ambito legislativo a quello della regolamentazione di conti tra famiglie e di controllo del territorio?

L’esercizio effettivo del diritto e quindi il funzionamento dei tribunali è molto scarso per cui finché l’apparato legislativo è mancante ci si basa sul Kanun. Ci sono diversi tipi di Kanun, ma tutti con una grossa matrice comune. La città come tale tende a cambiare modalità e a imporre i suoi ruoli attraverso l’assorbimento dei nuovi venuti alle abitudini occidentali: ad esempio la scelta dello sposo o della sposa viene lasciata al singolo. Bisogna però tenere conto che in una struttura sociale come quella albanese quello che si dice di una persona, la valutazione sociale che il nucleo di appartenenza dà del singolo, spesso conta più dei fatti: un esempio, qualche anno fa qua a Skutari due ragazze vennero rapite, qualcuno telefonò alla polizia e si riuscì a bloccare la macchina alla frontiera. Vennero riportate a Skutari ma i genitori non le vollero più in casa, poi decisero di tenere la minore di 14 anni. Quella di 16 passò due notti dalla polizia finché i genitori vennero convinti anche dalla comunità a riprendersela a casa. Assurdo.

C’è ancora oggi un’identità albanese e qual è l’essenza di questa identità?

Alcuni dicono che l’Albania è un’unità incompiuta, dato che mancano mezzi di comunicazione (in Italia l’unità è stata creata anche tramite la via ferroviaria). Nonostante l’Albania sia piccola la velocità di comunicazione sul territorio è molto ridotta. Fino a 130 anni fa nel nord dell’Albania circolava l’alfabeto cirillico, nel sud il greco, il corano a caratteri arabi più i caratteri latini. Fino a 130 anni fa solo alle elementari si studiava in lingua albanese, gli studi superiori erano fatti in italiano o in tedesco oppure c’era il collegio turco. A un certo punto si è deciso di usare i caratteri latini con 36 fonemi per l’alfabeto. Allora cos’è questa identità albanese? Se un ragazzo di Skutari va a Tirana e si compra un burek con gli amici c’è sempre chi ride del modo in cui parla al cameriere.
I ceppi linguistici fondamentali sono due: il tosco del sud e il ghego del nord, il tosco è stato preso come lingua letteraria, poi ci sono le varianti kossovare e i dialetti delle montagne. A me capita quando vado in Italia col mio furgone targato Skutari, di essere fermato in autostrada e di vedermi offrire da bere all’autogrill. Quindi c’è appartenenza del popolo albanese alla sua terra, una fierezza delle origini. Da qui ad un’organizzazione statuale il passo è lungo.
Il popolo albanese ha scritto poco di sé, ha parlato poco di sé, ha lasciato poche tracce sulla sua storia.

Ultima domanda: è vero che la cosa più pericolosa da fare in Albania è avventurarsi nel traffico?

Sì, direi che bisogna essere prudenti, c’è molta gente che non rispetta nessuna regola, in più di notte, ma anche di giorno, puoi trovare un cavallo in mezzo alla strada o che mangia i rifiuti, o pecore, cani, maiali, camion senza luci. Certo regolamentare il traffico, e le regole in generale, avrebbe una ricaduta enorme.

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