Caschi Bianchi Ecuador

In viaggio sulla Cordigliera

Mi sembra di essere arrivata in Paradiso per la pace e la serenità che trasmette questo luogo, dove gli unici suoni sono quelli del vento e dell’acqua, che si sente scrosciare forse da qualche cascata in lontananza.

Scritto da Giovanna Mariani

Mi sto inerpicando su per le Ande, seguendo il percorso delle curve a U.. sarà per questo che non riesco a scrivere, mentre l’autista di un bus agghindato con teli ricamati, crocifissi e scritte religiose da tutte le parti, incalza con le marce, sorpassando la fila di camion e macchine che trasportano di tutto (banane, viveri vari, legno o passeggeri casuali rimorchiati sul pick-up). In una strada che a me francamente sembra a senso unico per quanto è stretta! E mentre il celeberrimo autista guida, parla al telefono e fa un sacco di altre cose, al volo fa salire venditori ambulanti di cibo, di erbe medicinali a me sconosciute ma con nomi di grande effetto, tipo uña de gato, uña de drago..dulcamara..a sentir loro dai magici effetti curativi e sicuramente utili a qualche shamano per le sue pratiche ancestrali. Menomale che stavolta non è salito il tipico santone! uomo povero, disperato e peccatore, redento dalla fede evangelica. Di solito, infatti, sale sul bus, racconta la propria testimonianza e chiede soldi.

Continua il viaggio. Qua e là dal finestrino si vedono famiglie di indigeni che coltivano il proprio orticello. Mano a mano che si sale, i finestrini si appannano leggermente a causa della fredda temperatura esterna. Io sono partita ben attrezzata, con diversi strati di maglie, maglione e per concludere un poncho di lana, comprato a 10$ al mercatino artesanal di Quito (il mio poncho guatemalteco purtroppo l’ho perso in qualche lavanderia). Inizialmente mi ero anche messa un paio di occhialoni da sole, che suscitando lo sguardo incuriosito di alcuni passanti, mi sono subito tolta, per evitare di passare da turista gringa di turno!

Anche il paesaggio inizia a cambiare, allargandosi tra vallate e picchi di montagna, e, a suon di cumbia, ci ritroviamo sul Páramo, una specie di prateria andina, dove non si vede più neanche un albero, ma solo qualche cespuglio qua e là. I cactus, hanno dei fiori fantastici, rossi, gialli, e talora sono piantanti a mo’ di recinto dei campi e sui loro bracci spinosi sono stesi vestiti ad asciugare.
Le curve anche aumentano e ad ogni svolta mi domando se si vada a finire dritti nel precipizio. Così passo parte del viaggio pregando di non cadere di sotto. Per me che soffro di vertigini é meglio non guardare i precipizi che si aprono a strapiombo sulla strada, ma sicuramente meglio guardare la maestosità delle montagne andine con le loro vette impennate a triangolo verso l’alto. Questo è il loro regno, qua le Ande dettano le regole. Anche il bus deve rallentare per sottostare a questa natura forte, imperante, che non si è lasciata del tutto dominare, nascondendo fin quassù i suoi tesori più belli. Ogni tanto compaiono famiglie quitchua che coltivano i pendii delle montagne. Sembra un patchwork tappezzato di riquadri coltivati, e le coltivazioni poi mi hanno spiegato sono solo di papas (patate), fave, e dell’immancabile mais. Io ho mangiato le papas muroponcho, chiamate così perchè muro in lingua locale significa colore, e queste patate al momento della raccolta sono di tanti colori, proprio come i poncho! Producendo soltanto questo, quando la produzione è in abbondanza, il surplus al fabbisogno familiare si rivende al mercato.
È bellissimo vedere i quitchua in mezzo ai campi, come macchie di colore in mezzo al verde del campo e al marrone della terra. I loro vestiti sono invece di colori sgargianti, rossi, fucsia, verdi e la cosa divertente è che i bambini sono vestiti tali e quali gli adulti, ma ovviamente a dimensione ridotta. Li si vede correre in questi spazi ampissimi, da una capanna di paglia all’altra, insieme a pecore e lama. Di llama (come si chiamano da queste parti) ce ne sono tantissimi, di tante varietà. Alcuni hanno il pelo lungo e boccoloso; altri sembrano struzzi per quanto sono alti e secchi. Poi ci sono migliaia di pecore, che sono rotonde per quanta lana hanno addosso, qualche mucca e diversi porcellini neri. Tutti legati al guinzaglio come cani. Paradossalmente gli unici ad essere liberi sono proprio i cani, che da veri padroni stanno a guardia del gregge. In mezzo alla strada, talora sbuca qualche donna che trasporta, in equilibrio sulla sua schiena “consolidata”, sacchi di mercanzie, e magari insieme al sacco porta anche un bambino, nascosto in un fazzolettone di stoffa legato al collo della mamma. È incredibile vedere questi quitchua, che a Quito mendicano per le strade e sono ignorati dalla gente comune come fossero fantasmi di qualche epoca lontana, vederli qui nella propria terra, padroni di una ricchezza così grande, che appartiene solo a loro.
Nel frattempo il bus si ferma e fa salire una famigliola che lo aspettava pazientemente seduta sul ciglio della strada. Bellissimi tutti quanti, padre, madre e 2 figlioletti, avvolti nei loro teli, mantelli, ponchi colorati. Ciò che invidio di più, forse per il freddo, è il cappello della donna, dal quale sbuca la sua lunga treccia avvolta totalmente in un nastro. La gentilezza dei quitchua è impressionante; sarà che magari conoscono poche parole in spagnolo o per secoli di dominazione, comunque sono molto gentili e per fermare il bus, non urlano “stop” o “pàrese” come reclamassero un diritto, ma semplicemente mormorano un “gracias”…Che bello sentirli parlare nella loro lingua, anche se ancora non capisco il quitchua, a parte qualche parolina che mi hanno insegnato gli indios dell’Amazzonia, come warmi (ragazza), kari (ragazzo), panga (foglia), huaua (bambino) e così via. L’emozione che mi ha dato vedere questa gente è indescrivibile, vorrei abbracciare ognuno di loro, per la semplicità che gli appartiene, per i loro sguardi neri, profondi e vissuti, per le loro mani sporche di terra e per i loro sorrisi accoglienti. Mi sembra di essere arrivata in Paradiso..(fosse anche il paradiso degli ultimi e degli umili).. per la pace e la serenità che trasmette questo luogo. Sensazioni che mi hanno poi accompagnato per tutti i giorni che ho trascorso sulle Ande, dove gli unici suoni potenti sono quelli del vento e dell’acqua, che si sente scrosciare forse da qualche cascata in lontananza.

Intanto appena penso al Paradiso, con il bus ci ritroviamo avvolti in una nuvola. Al di là del finestrino vedo solo il cielo bianco, e io mi aggrappo prima allo zaino che tengo stretto sulle mie ginocchia, poi alla tendina ricamata del finestrino.. mi sento un po’ precaria. Poi guardo le facce tranquille e sorridenti che mi stanno attorno (a parte quelle delle mie due compagne di viaggio, assorte dal panorama almeno quanto me) e cerco di assumere la stessa espressione.
Ad una fermata improvvisata, scendono delle persone e il bimbo quitchua, appena tocca terra, vomita. Ciò mi consola: non è solo il mio stomaco da occidentale ad avere problemi. Cerco di tenere a bada le uova fritte e i pancitos della colazione e il viaggio continua. Chiedo al vice autista presumibilmente a che altitudine siamo, ma questa sembra una domanda di poco conto per lui. Che importa, visto che deve percorrere quella strada chissà quante volte al giorno. È la nostra fermata, finalmente arriviamo alla hacienda dove mi informano che ci troviamo a quota 4000 m. La nostra meta è la Laguna di Quilotoa. Una laguna di origine vulcanica, che si trova in mezzo alle Ande. Nel percorso che ci porta fino alla laguna, finalmente ho l’occasione di comprarmi a15$ il desiderato cappello quitchua che ha un po’ la forma dei cappelli degli alpini e veramente qualcuno ha pure la pennetta laterale; fortuna che il mio è blu, caldo ma.. guardo dentro e leggo..echo en ITALIA…ma non dovrebbe essere tipico quitchua? Spero che sia solo una targhetta appiccicata là..
Dopo la gita alla laguna, dalla quale siamo risalite con dei muli, data la salita improponibile per i nostri polmoni, torniamo alla hacienda, una specie di agriturismo in versione andina, a conduzione familiare con cani, pecore, lama e ovviamente polli. Siamo accolte in una sala, dove si riuniscono tutti gli ospiti, riscaldato da una stufa a legna, unica fonte di riscaldamento della struttura (e a dir la verità unico tipo di riscaldamento che vedo in tutto l’Ecuador, visto che non è abitudine dotarsene in casa, nonostante il freddo di Quito). Menomale che in camera si rimedia con svariate coperte di alpàca, messe una sull’altra. Insomma, nella casetta di legno, con tappeti di pelle d’animale e copridivano in montone, sul quale stiamo comodamente e caldamente sedute, ci servono un buon liquore caldo, il canelazo, fatto con la cannella. Il dueño ci parla dei problemi degli indigeni, degli effetti della dollarizzazione dell’economia e della sua scelta alternativa di non emigrare ma di rimanere nella sua terra e di vivere dei proventi di un turismo etico, attraverso la conduzione di questa hacienda, nella quale tutto viene prodotto organicamente. E qua la mia amica Antonella ricorda alcuni murales visti per le strade: “Se vende paìs con vista al mar”, “Se compran votos..se vende paìs” , che testimoniano il livello di frustrazione e protesta della popolazione per alcune politiche passate prese dalla classe dirigente locale, politiche che per risanare la crisi economica hanno invece danneggiato le fasce piú povere. Cosí le risorse locali sono diventate un buon affare per gli investitori stranieri, e molte ricchezze, materiali e ambientali, sono state depredate e distrutte in vista di un profitto che ha avvantaggiato ben pochi. Dopodichè ci viene servita una ricca cena, con minestra di patate o “melloco”, riso e pollo come secondo e una bella torta al cioccolato. Durante la discussione della cena si finisce a parlare inevitabilmente di politica, del governo del Presidente Correa, se propone veramente qualcosa di innovativo a favore del popolo e dei più poveri con la sua idea della revolución ciudadana, o se è il nuovo populista di turno, scuola Chávez.

Comunque, il sonno quassù viene in fretta. La mattina seguente ci svegliamo presto, grazie anche ai galletti che ci danno il buongiorno. Colazione super proteica e si riparte per Quito. Ci hanno consigliato di partire presto perchè è un giorno di festa e gli autobus non passano con frequenza. E infatti dopo una dolce e incalcolabile attesa, sdraiate sull’erba assolata, si ferma un camioncino che ci carica sul rimorchio, all’aperto. Cosí, quando tutte accovacciate abbiamo attraversato la parte più alta e fredda del tragitto, dove la “neblina” non faceva vedere neanche a un palmo di distanza, mi è venuto in mente la scena del film “I Diari della motocicletta” (quando il giovane Che Guevara si ritrova sulle Ande del Cile e inizia a nevicare…
Arrivate al terminal di Latacunga, saliamo in tutta fretta su un bus per Quito. Finalmente casa, e in questo insolito martedì di festa, ritorniamo alle nostre abitudini. Eleonora che si dà da fare per il pranzo, Antonella con la musica e io che mi dedico alle telefonate, portandoci però dentro la vista meravigliosa di un pezzo di mondo finora sconosciuto.

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