Italia

50 minuti di corsa

Un mese in casa famiglia con ex detenuti. Lentamente Luca cerca di avvicinarsi ad un mondo che non ha mai visto. Un’ora di sport al giorno è l’occasione per capire che il carcere non limita semplicemente la libertà di movimento, ma plasma un soggetto che, una volta uscito, pensa allo spazio circostante come ad una cella, solo più grande.

Scritto da Luca Censi

C. è un signore di 55 anni, alto quasi due metri, occhi piegati agli angoli, capelli bianchi tirati indietro. Dormo in stanza con lui e con B., un altro accolto alla Casa Madre del Perdono, a Marciano (Rimini), la struttura della Papa Giovanni XXIII che ospita detenuti agli arresti domiciliari ed ex carcerati.

B. è un signore di 62 anni, voce metallica, una quantità infinita di storie da raccontare. Chiacchieramo tutte le sere prima di addormentarci.
Si parla di quello che è successo durante la giornata, della loro vita, del mondo del carcere, il tutto interrotto da spiritosaggini, a volte pesanti, da parte di tutti e tre a cui si risponde con minacce poco efficaci per via del sorrisetto dipinto sulle labbra di chi le propone.
Io mi interesso con l’imbarazzo di chi sa che sta chiedendo cose ovvie, loro mi rispondono con parole in cui è palese lo sforzo di rendermi comprensibile un mondo che non ho mai visto: i codici per ordinare le cose dall’esterno, la sezione a sorveglianza speciale, la comunicazione con l’esterno, i rapporti nel carcere, il giorno passato in cella, i letti a castello a tre o quattro piani ai due lati di una stanza piccolissima, la porta del bagno usata come tavolo per mangiare divelta e appoggiata sulle ginocchia, improvvisate gambe (appunto) da tavolo, discussioni interminabili su interpretazioni del codice penale in cui mi perdo dietro numeri di leggi continuando imperterrito ad annuire. Ma buona parte del tempo che precede il sonno io e C. la passiamo a progettare gli spostamenti e gli impegni della giornata successiva in modo da riuscire a ritagliarci l’oretta di corsa che ci spetta tutti i giorni, trasposizione in un mondo libero dell’ora d’aria.

Tutto inizia una delle prime sere che io arrivo in struttura: vado a fare una corsetta da solo e al mio ritorno C. mi rimprovera per non averlo chiamato e decide di fare partire il “progetto corsa” ogni giorno. Io dico che sono disponibile e la situazione mi è già sfuggita di mano.
Un paio di telefonate a Giorgio, il responsabile di progetto, qualche minuto di accordi per i turni della cucina e la cosa è decisa. Si andrà a correre tutte le sere.
Io sono spaventato dalla foga che C. mette nel parlare di questo nuovo impegno, dal fatto che non faccio sport e dalla mia spiccata propensione verso il tabagismo e l’indolenza. Comunque si comincia.
La prima sera si va a correre sulla statale che da Riccione sale verso l’entroterra: macchine che sfrecciano, C. davanti a me che ad ogni fanale si sbraccia per avvisare della presenza di un ex carcerato e di un volontario in tenuta sportiva che rischiano di farsi investire per una corsa. Non fa per noi, troppo pericoloso.
La seconda sera si decide di esplorare la zona dei capannoni industriali a ritmo di corsetta. Basta scendere le scale di casa, un appartamento che fa parte del capannone dell’azienda in cui gli accolti lavorano durante il giorno, si gira a destra e il gioco è fatto, almeno non si rischia di morire.
Le prime corse durano una quarantina di minuti, si prende confidenza con il posto e tra di noi con i differenti “stili” di corsa: veloce e affannato il mio, saltellante, costante, solido, il suo.
Già dalla prima sera capisco che non riuscirò a tenergli dietro per un’ora, obiettivo che si siamo proposti di raggiungere. Devo imparare.

Cerco di seguire il ritmo della sua falcata, lo osservo nei movimenti, gli chiedo consigli. Mi spiega che correndo con una falcata troppo lunga si consuma semplicemente il muscolo senza bruciare grassi e sopratutto non si riesce a correre continuativamente per un’ora. Con un passo breve e nello stesso tempo veloce si bruciano i grassi e si può correre per un’ora, quasi (?) senza sforzo.
Gli argomenti del confronto partono dallo sport per sfondare il muro del riserbo ed arrivare ad un dialogo spezzato da colpi di tosse, “inciampamenti” verbali e fisici, apprezzamenti sulle impiegate che escono dagli uffici della zona industriale, poi tutto torna a quello che succede a casa con gli altri accolti, i problemi della giornata, ma soprattutto si parla di carcere.
E spesso non si ha bisogno delle parole, ognuno dei due ascolta musica in cuffia e ci si scambiano segni, mugugni e frasi urlate.
Io comincio ad immaginarmi cosa voglia dire fare sport nell’ora d’aria, in un cortile grande poco più di una rotonda, e poi tornare in cella per una giornata intera.
Capisco che il carcere non limita semplicemente la libertà di movimento ma plasma un soggetto che, uscito, pensa allo spazio circostante come ad una cella, solo più grande. L’affezionarsi all’abitudine è la prima cosa di cui mi rendo conto: una volta individuato e scelto, il percorso sarà sempre quello, continuo di un’esperienza sicura, valutata e scelta tra quelle che danno meno problemi e rendono il massimo vantaggio.
La ritualità della ripetizione costante nel tempo dei movimenti del corpo per chi passa in carcere anni: controllare l’orologio ogni 15 minuti, ogni 10 minuti lasciare cadere in modo blando le braccia per fare defluire il sangue, aspettare con la faccia sudata e impassibile che finisca l’ora di corsa per poter dire che ce l’ho fatta anche oggi.
Gli eventuali problemi vengono dati dall’imprevisto di una macchina che sembra seguirti, da una persona ferma sul marciapiede, e la reazione è quella della difesa da un eventuale pericolo e, nei miei confronti, di protezione.
Quasi tutte le mattine appena sceso dal letto C. mi ricorda: “Fratè, alle cinque si va a correre!”. Il giorno che non me lo ricorda lo prendo di sorpresa: “Oh fratè, stasera si va a correre! Cos’è non ne hai più voglia?”.

Avere anche solo un appuntamento, tutti i giorni, in carcere può salvarti la vita, il pensiero torna sempre lì, ossessivo, un gommone salvagente che ti tiene a galla per le 22 ore che stai chiuso in cella.
Pensando alla corsa C. prende il volo dalla realtà. Può pensare al futuro.
Può pensare ad aumentare gradualmente il tempo della corsa, sentire il corpo vivo, che reagisce allo sforzo, pensare a quanti chili perde in un mese, cambiare l’alimentazione, prendere un lettore mp3, farsi portare un po’ di musica (rigorosamente leggera italiana degli ultimi anni), comprarsi un paio di scarpe per correre.
Può pensare ad evadere dalla prigione della mente.
Alla fine di ogni corsa pacche sulle spalle, lui è visibilmente orgoglioso di correre lo stesso tempo mio con 30 anni in più. Io sono segretamente orgoglioso di avergli dato il mio sostegno e di avere imparato a creare un punto su cui fare leva per scardinare la realtà.

Sono passato a salutare prima di partire per i miei otto mesi all’estero.
Da quando me ne sono andato C. non corre più e neanche io.

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