• Cb Caritas, 2007

Caschi Bianchi Sri Lanka

Una verità da gridare a tutti

Dopo un mese in Sri Lanka, Valentina sente l’urgenza di segnalare una situazione dimeticata: non c’è stato solo lo Tsunami, ma una guerra che dura da 20 anni. Non c’è solo necessità di costruire case, ma anche quella di creare consapevolezza sociale ed umana, in un paese dove un velo di ignoranza aiuta a mantenere un sistema oppressivo, a spese di chi vive in situazioni di marginalità estrema.

Scritto da Valentina Ferraboschi. Foto: Cinzia Penati

Non è da molto che sono qui, eppure inizio a sentirmi parte di questo mondo, di questa realtà così violentemente diversa dalla nostra. Ciò non significa che non pensi all’Italia e a tutti i volti della mia famiglia, della mia quotidianità, a cui vola sempre il mio pensiero sorridente.

Non sento l’urgenza di condividere le esperienze, i momenti di gioia e di sorpresa, l’inizio del mio servizio qui, le cose a cui mi sto adattando. Credo sia giusto parlare della situazione di un paese lacerato dalla guerra civile e dai soprusi ai diritti umani.

Il mio lavoro si divide tra Colombo, la capitale, e, Marawila nella diocesi di Chilaw, distretto di Puttalam in cui passo la maggioranza del tempo; sempre nella costa Ovest, ma più a Nord rispetto a Colombo. L’una è una realtà urbana, quasi occidentale, in cui si trova qualsiasi cosa, dove le comodità e i divertimenti non mancano. L’altra è un paese tra giungla e oceano, in cui le persone, sembra non abbiano mai visto un ‘bianco’. Un posto in cui tutti mi salutano, quasi per darsi un tono. Anche se questi luoghi distano solo 70 chilometri, a Marawila sembra di essere catapultati in un’altra dimensione. Quasi di fare un tuffo in una realtà arretrata di un secolo fa… Eppure è tutto Sri Lanka. Almeno è tutto lo Sri Lanka che vedo e che posso percepire io. In questi due luoghi così diversi non si respira aria di guerra, di morte, di torture e di paura.
Il conflitto si protrae ormai da oltre 20 anni. Il teatro dello scontro è il Nord del paese l’esercito governativo contro i ‘ribelli’, le tigri Tamil. La zona più a Nord del paese è completamente chiusa. Non si passa, non si arriva. Le Tigri Tamil sono asserragliate nelle foreste e tentano di mantenere le posizioni conquistate e di mantenersi in vita. Il piano, più o meno latente, del governo va verso lo sterminio completo dei ribelli per «permettere a singalesi e tamil (le due principali etnie dello Sri Lanka) di vivere pacificamente nel paese». Cito le parole del mio vicino di casa a Marawila. La maggioranza delle persone crede ciecamente alle parole dei giornali, che sono quelle del governo, molto democratico. Sono volutamente ironica perché la situazione fa sorridere.
A Colombo, ogni 50 metri (e non scherzo) c’è almeno un poliziotto o un soldato con mitra o fucile. Posti di blocco ovunque per giungere nel mio paesino, ma dopo la prima settimana, si inizia ad ignorare tutto. Diventa parte del contesto; diviene normalità. E si rischia di non soffermarsi sulle notizie, che con qualche sforzo si trovano. Si può star qui e non rendersi conto che vengono uccise almeno 20 persone al giorno al Nord, tra le due forze belligeranti e civili; che lo Sri Lanka è uno dei paesi al mondo con il maggior numero di desaparecidos. Si può non percepire il conflitto e quello che succede. La gente sorride, non parla di politica, non critica il governo. «Tamil e Singalesi possono vivere bene, se non fosse per i ribelli». Eppure i Tamil dello Sri Lanka hanno espresso anni or sono la loro volontà comune.

Venerdì è stato ucciso il portavoce delle Tigri. Alla sera da casa mia a Marawila si sentivano dei botti. Dopo un po’ di paura, ho scoperto che erano ‘petardi’ per festeggiare la morte di quest’uomo. Il paese versa in condizioni di povertà e arretratezza, ma si festeggia per la morte di un uomo. Ci sono situazioni di marginalità estrema e di isolamento dal mondo e dalla conoscenza dello stesso. Le persone sono mantenute sotto un velo di ignoranza che permette al governo di fare quello che crede. Senza nemmeno pensare che la priorità dovrebbe essere la cura dei cittadini, dei loro bisogni e del loro sviluppo.

Rimango attonita di fronte a tutto ciò ed essendo un’osservatrice della prima fila non potevo che non condividere queste riflessioni. Essendo all’inizio dell’esperienza inizio a comprendere ora quello che farò e in cosa sarò impegnata, quindi la situazione politica e sociale è la più lampante da gridare a tutti. Nel mio ruolo di casco bianco, poi, questa situazione diventa un’urgenza da rendere manifesta. Non c’è stato solo lo Tsunami qui, c’è anche una guerra che non accenna ad affievolirsi, anzi… Non c’è solo necessità di costruire le casette spazzate via, ma anche la necessità di creare consapevolezza sociale ed umana.

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