• Cb Apg23, 2007

Brasile Caschi Bianchi

Quanto costa questo bicchiere d’acqua? In visita alle case dei tagliatori di canna da zucchero

La pastorale diocesana visita le case dei lavoratori migranti che abbandonano la famiglia per andare a tagliare la canna da zucchero nella foresta. Spesso tornano più poveri di prima perchè, analfabeti, non hanno firmato nulla. La visita offre conforto morale, spirituale, e legislativo. Katia è colpita dalla generosità della gente, che vive senza alcuna comodità e senza mezzi. Bere un bicchiere d’acqua non è un gesto banale, e il suo prezzo è scritto sul viso di Maria, Monica, Juanito e di tutte le famiglie che incontra.

Scritto da Katia Cecconi

Ci si ritrova alle 10 di fianco al Santuario. Alle 11 le persone di Araçuaí e dintorni sono arrivate, ma il pulmino che viene da Guariba, stato di San Paolo, con i missionari della pastorale dei migranti, ancora non si vede. Mezzogiorno: che si fa? Un frate decide di partire con la sua macchina, tra le altre persone che partono con lui, ci sono anch’io. In macchina si parla portoghese, tanto e velocemente, e il sobbalzare della macchina non agevola la possibilità di partecipare al discorso, così dopo poco i miei occhi e i miei pensieri si allontanano dall’abitacolo per immergersi nell’imponente verde che ci circonda.

La macchina sobbalza più del solito. Riportando la mia attenzione alla strada noto che davanti a noi non c’è asfalto. Verso le 20 ci siamo tutti, ceniamo, facciamo una riunione per decidere come dividerci, a che ora partire, insomma una cosa da dieci minuti …(beato ottimismo!)

Lo scopo della missione è l’appoggio alle famiglie dei lavoratori migranti. Gli uomini di queste famiglie per otto o nove mesi ogni anno lasciano la loro famiglia, la loro casa, la loro terra per andare a tagliare la canna da zucchero a migliaia di chilometri lontano da casa. La pastorale va a visitare i lavoratori nei luoghi di lavoro per dare un conforto morale, spirituale ma anche legislativo.
Non è facile stare tutti quei mesi lontano da casa, il peso ricade tutto sulle donne della famiglia, e gli uomini tornano più stanchi e più poveri di prima, semplicemente perchè, spesso, non sapendo nè leggere nè scrivere, non hanno firmato nulla e guadagnato niente.

Nei villaggi ci aspettavano da ieri pomeriggio. Siamo in quattro, le comunità sono due e così ci dividiamo, P. Garcia ed io rimaniamo nella comunità di Santana; Márcia ed Antenor in quella di Cipó.
Lasciamo gli zaini da Mônica, la sua famiglia ci ospiterà oggi a casa sua. Mônica ha 17 anni, parliamo um pò e mi dice che le piacerebbe continuare a studiare, fare l’università, ma ci vogliono soldi e la sua famiglia non può permetterselo. Il dialogo non è del tutto scorrevole, a causa del mio portoghese non sempre corretto, e dell’ondeggiamento del pulmino. Mônica chiede cosa serva per partecipare a questo tipo di missioni e Garçia le risponde: “buona volontà”. Lei commenta che in un certo senso si sente missionaria da una vita; poco dopo capisco meglio cosa intende dire. La sua casa è carina, azzurra, e davanti ci sono tanti bei fiori tropicali coloratissimi, dentro è un pò meno colorata, agli occhi ma non al cuore: spuntano due bambini, sono i suoi fratellini più piccoli, loro sì che colorano la casa! Una vecchia panca fa da divano, per assistere alle così tanto amate novelas. La cucina è composta da un fornellino a gas, un vecchio tavolo e qualche non più giovane mensola dove sono riposte le pentole.

Iniziamo a far visita alla casa vicina, in questa famiglia ci sono due uomini che tra poco partiranno per andare a lavorare in qualità di tagliatori della canna da zucchero e mentre Garçia parla con loro, entra in casa una bambina, pare che abbia iniziato a camminare da poco, la metto a sedere sulle mie gambe e ci gioco un pò, e quando alzo la bambina: sorpresa! I miei pantaloni sono sporchi di cacca!

Un pò di carta per pulire, un sorriso e capisco che i pannolini costano troppo e che non puoi permetterti di lavare mutande tutti i giorni se non hai l’acqua.

Mentre gioco davanti casa con i bambini noto che sei pali e un pezzo di terra possono fare una grossa differenza, possono diventare meglio di San Siro laddove non c’è nulla. Il padre di Monica accompagna Garçia nella casa vicina, dove le finestre rimangono chiuse e dal suo alito capisco che quella vecchia casa è una sorta di bar.
Monica ci accompagna nella visita di altre case eci trovamo ad attraversare il letto di un fiume, in secca nonostante quest’anno abbia piovuto più del normale. L’acqua è scesa dal cielo, ma poi anche a valle. Nel frattempo però almeno per una cosa il Governo Brasiliano si è mosso: la realizzazione di un progetto, che consiste in grondaie per condurre l’acqua che scende dalle tegole ad un tubo che porta la pioggia dentro ad un pozzo.

Tra le pannocchie di mais c’è Joanito che sta seminando i fagioli nell’attesa della prossima pioggia. Joanito è un sognatore intorno ai 35 anni con moglie e tre figli, che ha già lavorato per tanti anni nella canna da zucchero, suo padre è morto quando aveva 8 anni, così lui ed i suoi fratelli sono cresciuti prima del previsto. Ha rinunciato allo studio e un pò alla volta, al ritorno daí campi dove si recava per tagliare la canna da zucchero, si è comprato del bestiame, e della terra, per poi creare una famiglia insieme, e mattone su mattone si è costruito una casa. Joanito sa che il suo campo, a causa della mancanza d’acqua, non è sufficiente per sfamare la sua famiglia, ed è dunque pronto a partire di nuovo. Questa cosa gli fa male perchè ha già sperimentato una volta, che tutti quei mesi lontano dai suoi figli, lo rendono un estraneo per loro.

Tornaniamo a casa di Mônica, e timidamente lei e sua sorella mi dicono che fare la doccia non è molto agevole. Mi chiede se preferisco che l’acqua già pronta sul fuoco per me sia tiepida o calda: qualsiasi cosa va bene! Questo recipiente e la scodellina che vi sta galleggiando dentro sono la mia doccia. Esco per entrare a “San Siro” ed ammirare il cielo, che spettacolo gratuito e sorprendente mi viene offerto! Dormo in un letto duro, sapendo che la famiglia si è ristretta, qualche figlio ha dovuto condividere il letto per lasciare due letti liberi per noi.
Mentre aspetto che il caffè bollente del termos si raffreddi un pò nel bicchiere, mi guardo intorno e penso che quel rubinetto non è altro che un suppellettile, e chissà se un giorno pótrà mai svolgere la sua funzione.

La visita alle famiglie continua anche il giorno dopo, nelle case nascoste dietro un verde impenetrabile. Sono strutturalmente uguali, costruite con mattoni di terracotta e legno, con fondamenta di pochi centrimetri, e tutte le abitazioni sono senza soffitto, le tegole, le travi di legno e gli animali che ci abitano sono ben visibili. Con gli anni non riescono più a sopportare il periodo delle pioggie tropicali e del sole cocente.
Nelle case più povere si arrangiano usando come sedie i sacchi pieni del raccolto dei campi; non c’è televisione, non c’è stereo, non c’è neppure un tavolo scardinato. In altre case c’è il dio televisione, con le sue novelas ed il suo big brother brasiliano, questo oggetto è così prezioso che di solito è ricoperto da plastica. Così si va a raccogliere il caffè o a tagliare la canna da zucchero, giorno dopo giorno, sudando mattone per mattone, per poi avere, dopo anni di andata-ritorno, la propria casa.

Maria, occhi castani grandi e profondi, ci accoglie in casa sua e poco dopo aver sciolto il lieve imbarazzo iniziale, ci dice che ha dolore alla colonna vertebrale e per questo deve assumere tre medicine al giorno, il progetto della cassa d’acqua da lei non è arrivato e per questo i panni si lavano quando vuole il cielo. Suo marito ha problemi di cuore, ha bisogno di medicinali, e la sua condizione física non gli permette di spostarsi per lavorare. Così lo fa lei ormai da diverso tempo, accompagnata dal figlio più grande di 18 anni. Il figlio piccolo ha 14 anni, si chiama Jason, lo scorso anno è rimasto a controllare ed aiutare il padre, che da solo non riesce con il suo problema di alcool.
Maria continua a parlare, io mi soffermo sulla profondità dei suoi occhi, sento la sua fatica, non sento le sue lacrime ma le mie, mi devo trattenere, sarei stupida a piangere lì. La sua apparente mascolinità si è sciolta per lasciare spazio ad un dolore di donna, di mamma, di moglie e di lavoratrice di questa terra senza acqua, e di queste coltivazioni di caffè deleterie per la sua schiena.

Prima di benedire la casa, Padre Garcia benedice il bicchiere d’acqua e con un discorso accompagna questa benedizione: “Quanto costa questo bicchiere d’acqua?”. A volte i nostri telegiornali commentano quanto possa essere costoso um bicchiere o una bottiglietta d’acqua comprati nelle piazze famose di città turistiche; qui questo bicchiere d’acqua non compare su un listino prezzi cartaceo, ma su quello della vita di queste persone. Sta scritto sul viso di Maria quanto costa questo bicchiere d’acqua.
La struttura piccolina davanti alla quale passiamo più tardi, non è una casa ma una delle tante baracche-osteria, che fanno si che laddove non arriva l’acqua, arrivi la cachaça.
Al rientro, è buio, l’unico riferimento che ho è la camicia bianca di Garçia che sta dinnanzi a me, illuminata dalla luce delle stelle. La piccola torcia del sacerdote mi è di vero aiuto, la strada non è brevissima ma arriviamo finalmente a casa, la cena era stata preparata da Teresinha prima di uscire di casa. La famiglia non cena e lascia tutto per noi.
Dopo cena gioco un pò con le bambine, Beatriz e Carol mi svelano un segreto, la loro mamma oggi ha preparato i biscotti, però non si possono mangiare fino a domani mattina per la colazione. La mattina dopo la luce del sole mi sveglia passando tra le tegole, mi sembra tardi, in realtà poco dopo scopro che sono le 6,30, la colazione è già pronta: caffè e biscotti. Questa treccia di pane dolce è la più buona che io abbia mangiato da quando sono in Brasile.
Continuiamo per altre visite: Benedetta, vedova dallo scorso anno con otto figli, di cui due piccolini. Ironizza e sorride, il peso non traspare, è solo immaginabile. Sembra che anche la struttura fisica della casa con le sue pareti curve, ceda al peso della vita di chi la abita. La figlia maggiore ha 17 anni e quest’anno dovrà andare a raccogliere il caffè, ha uno sguardo sfuggente e arrabbiato, ma come darle torto?
Continuiamo finchè arriva il momento della messa, ore cinque tutti davanti alla scuola. Abbiamo parlato tanto dell’importanza dell’acqua, e questa arriva, puntuale: ci dà giusto il tempo di concludere la messa e le nuvole scaricano il loro peso a terra. Se piove tanto, da qui non si va via, il pulmino non uscirebbe dal fango. Salutandoci molti ci invitano a dormire nelle loro case.
Sembra di pattinare, e dopo tanti tentativi scivolo definitivamente nel fango! Teresinha e sua figlia sono poco più avanti, avranno pazienza se mi attacco a loro tipo cozza? Si scaricano le torce e in quel momento di buio assoluto, i miei occhi possono ammirrare un cielo stellatissimo, e la vallata piena di lucciole.

Arrivati! Ci metto qualche minuto ad entrare perchè vorrei evitare per quanto possibile, di portare il fango che ho sotto i piedi dentro casa, gli infradito li lascio fuori, domani quando la terra sarà secca, basterà toglierla. Nel frattempo l’acqua per lavarsi è già stata messa a scaldare sul fuoco e così anche il cibo per la cena. Davanti a questa bacinella d’acqua, osservo i miei vestiti, le mie mani ed i piedi sporchi di terra e non so da dove iniziare. Mi fermo con Teresinha a chiacchierare, anche suo marito tra qualche giorno partirà per andare a tagliare la canna da zucchero, restando lontano da casa per diversi mesi e così anche lei come tutte le altre donne che ho incontrato, sarà mamma, papà e dovrà da sola occuparsi della terra, mi dice: “Sì, la vita qui è difficile, ma rimanere tristi e seduti non serve proprio a nulla”. Mi offre una sedia, la guardo mentre scalda l’acqua per il suo bagno, è una donna pacata, generosa, mi sento piccola in questa stanza altrettanto piccola.

Il risveglio del giorno dopo è sempre dovuto a questo sole dispettoso che mi dà il buongiorno. Mi alzo e appena sposto la tenda per uscire dalla camera, in terra davanti a me ci sono le mie infradito, con la differenza che sono tornate del loro colore originale perchè Teresinha le ha lavate. Prima di uscire Teresinha mi dà un sacchettino trasparente, dentro ci sono i suoi biscotti, non posso non accettare un gesto così! La strada sembra essersi asciugata, gli altri compagni di viaggio ci raggiungono e dopo mille e un abbraccio ci salutiamo.

Ora mentre lavo i pantaloni, mi sembra di strizzarli un’infinità di volte ma la terra non se ne vuole andare via, il risultato è acqua rosso, colore del calore e del dolore di un cuore lacerato. Alla scuola dei poveri non esci con un bel voto, ne esci piccolo, piccolo. Non ne esci materialmente ricco, ma anzi, apprendi che quel poco che hai, acquista maggior valore se viene condiviso.

Terra secca in attesa che la pioggia soddisfi la sua sete e, penso che non sia un caso se anche la preghiera del Padre Nostro qui in Brasile ha una piccola quanto caratterizzante differenza, invertendo l’ordine cielo-terra, quando recita “sia fatta la Tua volontà così in terra come in cielo”.

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