Caschi Bianchi Zambia

Keep Zambia clean… partendo da dove?

In un paese dove la cultura della raccolta dei rifiuti è inesistente, una campagna governativa invita a rispettare l’ambiente, ripulito in primo luogo dai venditori ambulanti e dai bambini di strada. Mentre in Italia si parla di decrescita e di consumo critico, e ci si interroga sui danni che il nostro sistema economico sta arrecando al mondo, nel “terzo mondo” lo stesso sistema tenta di far credere alla gente che consumare sia la via allo sviluppo. E sono i bambini con la loro manualità, a indicare il riciclaggio come azione ben più efficace di un distruttivo sgombero del centro cittadino.

Scritto da Davide Donnola, Casco Bianco a Ndola

“Keep Zambia clean” è il nome di una campagna lanciata dal Governo del paese.
Tramite una serie di iniziative promosse in varie parti del territorio zambiano, si vuole diffondere la cultura della pulizia dell’ambiente, della raccolta dei rifiuti.
Non passa giorno che su qualche quotidiano locale non si trovi la notizia di iniziative legate a questa campagna. Lo stesso presidente Mwanawasa è impegnato in prima persona, insieme alla moglie e a vari ministri, e percorre il paese dispensando consigli e dritte su come sia meglio vivere in città pulite. La moglie, in visita ad uno dei compound di Lusaka, manifestava la sua soddisfazione nel vedere come squadre di donne appositamente organizzate per quella visita avessero ripulito i polverosi viottoli del povero sobborgo.

Vivere in un ambiente pulito, raccogliere la spazzatura sparsa ad ogni angolo, rendere il territorio più vivibile e contemporaneamente più salutare. Tutti buoni propositi, ma cosa si nasconde dietro a tutto ciò? È proprio vero che questa campagna sta funzionando così bene, come certe persone al potere vorrebbero far credere? Oppure nasconde qualcosa?
Sfogliando i quotidiani mi imbatto in una grande foto, che rappresenta una ruspa in azione in una via cittadina, intenta a sradicare precarie costruzioni in legno. Incuriosito leggo la didascalia.

Proprio nell’ambito della campagna “Keep Zambia clean”, il municipio di Lusaka aveva dato l’ordine di sgomberare tutti i venditori ambulanti non autorizzati che abitualmente vendevano ai bordi delle strade della capitale. Riportare ordine, ridare luce e riqualificare le vie cittadine, questi erano gli obiettivi di tale azione.
Il commento concludeva dicendo che la polizia non aveva forzato nessuno; anzi tutti erano stati avvertiti tre giorni prima che sarebbero stati cacciati.Ma chi sono questi “tutti”? Sono donne che vendono frutta, o bambini con secchi di frittelle in cerca di acquirenti, o ragazzi che provano a vendere un po’ di tutto, dai cellulari rubati ai più disparati prodotti “Made in China”. E “tutti”provenienti dai tanti compound che circondano la città.
Un fenomeno, quello dello spostarsi verso il centro cittadino a vendere, che è sempre più frequente.
Ed è normale che sia così, si va a vendere dove circolano più soldi.
Ma le autorità cittadine sembrano non averlo capito. “Nessuno impedisce loro di fare commercio- dice il portavoce della polizia – ma che vadano a vendere nelle loro zone di provenienza!!”.
Peccato che nell’immensa e poverissima cintura urbana di Lusaka il commercio, per limiti di possibilità economiche, non sia proprio così fiorente.
Ma Lusaka è lontana da dove vivo io, Ndola. La capitale è la vetrina di un paese verso il mondo e deve essere il più presentabile possibile. Magari poi fra quei venditori abusivi si nascondevano anche tanti piccoli delinquenti.

Cerco di trovare delle giustificazioni a quello che ho letto, anche se non mi risultava facile.
Succede poi, alcune settimane dopo, che, durante un giro a Ndola, scopro che c’è qualcosa di strano, come se mancasse qualcosa a quel paesaggio che ho visto tante altre volte.
Non c’è più nessun venditore in strada.
Solitamente i marciapiedi pullulano di piccoli commerci, molte volte improvvisati. Donne intente a vendere poche verdure sistemate in piccoli mucchietti tutti ben ordinati. Ogni cosa si può trovare guardando a terra verso quei lenzuoli stesi al suolo.
Un piccolo esercito sistemato in tutti gli spazi lasciati liberi dalle auto e dall’urbanizzazione, ogni giorno prova a combattere contro lo strapotere della grande distribuzione, che anche qui stritola il piccolo commercio.
Continuo a camminare per la mia strada sentendo però un vuoto intorno a me.
Tutto quel vociare, quella confusione, quei mille banchetti improvvisati, tutte quelle donne coi bambini legati alla schiena che chiedono “Mzungu, compra qualcosa”…tutto questo non c’è più.

In un angolo, proprio all’uscita del parcheggio di un grosso supermercato, trovo due signore sedute a terra. Una sta sistemando pochi pomodori e alcune mele in un pezzo di giornale, con meticolosa precisione. Chiedo cosa stia succedendo, dove siano tutte le altre, tutti i venditori.
Mi dice con un sorriso un po’ amaro che la polizia aveva fatto una retata qualche giorno prima e che la vendita per strada era proibita, la stessa cosa successa a Lusaka.
Per sdrammatizzare provo a dialogare un po’ con lei “E’ colpa di Mwanawasa e della campagna “Keep Zambia clean”?”. Lei annuisce e mi lancia uno sguardo, stavolta senza sorriso.
In un attimo penso a tutta la gente che era lì pochi giorni prima, intenta ognuno alla propria piccola attività, a cercare di guadagnare qualche soldo per poter arrivare fino a sera, a riuscire a strappare ai potenti del commercio (indiani, etiopi e comunque grosse compagnie straniere) qualche briciola.
Me ne vado, anch’io senza sorriso.

Vengo a sapere poi che anche i ragazzi di strada che ancora vivevano nelle vie di Ndola sono stati cacciati dalla polizia. Infatti alla rotonda della Brodway Road, uno dei loro punti d’incontro, da un po’ non se ne vedono più. Ora sono nei compuond intorno alla città, a vivere ancora di stenti e di piccoli espedienti, in un ambiente forse ancora più pericoloso di quello cittadino.

Adesso però la città è più pulita. Ma ripulita da cosa?
Sono queste gli obiettivi di questa tanto pubblicizzata campagna “Keep Zambia Clean”? Nascondere quello che non è regolare o bello da vedere?

Vado poi in visita alla discarica della città. Qui il degrado e la dignità umana corrono su un filo sottilissimo.Appena entrati le mosche invadono l’abitacolo dell’auto, mosche dappertutto. E poi l’odore acre e il fumo proveniente da cumuli di rifiuti in combustione. In questo scenario si muovono quelli della discarica.
Gli “abitanti” e gli occasionali “visitatori” della discarica coprono tutte le fasce di età e i generi.
Dai bambini piccolissimi che frugano tra i rifiuti, alle donne che cercano fra gli scarti qualcosa che si possa rivendere. E poi un gruppo folto di ragazzi che lavorano nella discarica e che hanno fatto della discarica la loro abitazione. Sono organizzati in squadre, e si dividono il territorio, come se fosse un ricco giacimento di pietre preziose.
Parlo con alcuni di loro, chiedo che cosa facciano qui, come dividano i rifiuti e come poi li utilizzino. Uno mi spiega che si separano soprattutto i contenitori e la plastica, meglio se i teli, da rivendere poi nei compound come copertura per i tetti delle baracche.
Resto senza parole ai racconti di questi ragazzi.
Mi chiedo, chissà cosa ne penseranno della campagna “Keep Zambia clean”, magari ne sono protagonisti in prima persona, senza nemmeno rendersene conto.

In un paese, lo Zambia, in cui la raccolta dei rifiuti praticamente non esiste, in cui la gente è abituata a buttare a terra qualsiasi rifiuto, in cui il riciclaggio è un concetto molto lontano, e dove l’usa e getta sta prendendo sempre più piede come una conquista verso la modernità, questi che lavorano qui sembrerebbero dei pionieri.
Peccato che lavorino con i rifiuti, con quello che la società dei consumi avanza, butta via.
Peccato che si trovino lì non per il puro senso dell’ambiente o per amore verso la natura, ma perché luogo ai margini in cui nessuno vorrebbe vivere, un posto dove chi è disperato e non ha nulla può trovare in mezzo agli scarti qualcosa in più del suo nulla.
Questa è la triste realtà. E questa è una delle tante contraddizioni di questa terra. Questa e la situazione della gente, stordita dal progresso e del consumismo che anche, soprattutto qui, miete le sue vittime.

Cartelloni pubblicitari in ogni angolo della città incitano al consumo, alla corsa agli acquisti. “Non puoi comprarlo, pagalo a rate!”, “Il matrimonio dei tuoi sogni? Ora puoi averlo grazie al prestito della nostra banca”, dicono le pubblicità di grandi istituti bancari, sullo sfondo bei faccioni sorridenti.
Oppure la pubblicità di uno dei gestori di telefonia mobile (solo qui in Zambia ce ne sono 4!!), “Freedom. Everywhere”-“Celtel. Making life better”. Chiaro: comunicare rende la vita migliore, ma forse non è la priorità per migliorare la condizione di vita della moltitudine di persone che qui in Zambia vive al di sotto della soglia di povertà.
Qualche tempo fa ho avuto occasione di visitare il museo di Livingstone, cittadina famosa per essere molto vicina alle meravigliose cascate Vittoria.
Lì ho scoperto la tradizione di questo popolo, l’attaccamento alla terra, alla natura, i rituali e la vita nei villaggi. Storia ricca di cultura, di usi e costumi che mi hanno affascinato e vita che nonostante tutto ancora resiste in alcuni villaggi non ancora contaminati del tutto dalla modernità.
Capita spesso di vedere lungo le infinite strade che collegano le città del paese piccoli agglomerati di capanne, in cui la gente vive ancora la dimensione del villaggio, oppure in altre zone in mezzo al bosco dove tradizioni e riti sono ancora forti.
Tuttavia anche in questi posti sperduti la vita ha subito dei cambiamenti. Il nuovo avanza. Si vedono i contenitori di plastica, ragazzi vestiti all’occidentale, e qualche volta, se c’è qualche soldo, arriva in tavola anche qualche cibo “esotico”, come l’olio o il pane.
Quello che mi ha colpito maggiormente dopo la visita al museo, è stata la completa armonia con la natura con la quale vivevano quelle popolazioni fino a pochi anni fa. Vestiti fatti di corteccia d’albero lavorata e trasformata in una fibra tessile, abitazioni di terra e paglia, utensili realizzati con pietre o con metalli lavorati o fusi. Nulla era buttato, non esistevano rifiuti, tutto ciò che era prodotto era eco-compatibile.
E ora?
Ora la situazione sta cambiando, ma troppo rapidamente.
La modernità è arrivata fin nei posti più remoti trascinandosi dietro sia i vantaggi che gli inevitabili effetti collaterali. Si trovano mucchi di plastica ovunque. Ad ogni angolo si trovano mini-discariche di materiale che la natura non riesce ad assorbire.
La causa principale di ciò è che la gente non sa che un sacchetto di plastica ci mette mille anni per essere assorbito, che il vetro può essere raccolto e riciclato, che certe sostanze sono nocive se bruciate o disperse nell’ambiente. Tutti, ma proprio tutti buttano qualsiasi rifiuto per terra. Persino in un grande parco nazionale in autobus, lo spettacolo ai bordi delle strade è agghiacciante….centinaia di bottigliette e rifiuti di ogni genere delimitano i margini della carreggiata.Per non contare l’assenza quasi completa di servizi di raccolta, di differenziazione, di sensibilizzazione.
Mi ritrovo così ancora una volta a scontrarmi con la dura realtà in cui è costretta a vivere questa gente. Frastornata dalle promesse, il più delle volte irraggiungibili, fatte dal progresso e dalla modernità, ma con la mente e con la testa in parte ancora ben piantata nel passato.
Persone stordite, disorientate, a volte perse fra sogni impossibili da raggiungere, che inesorabilmente devono pensare a sopravvivere…giorno dopo giorno.
Come vedo il futuro? Mi sembra davvero difficile visto da qui.
Quando in Italia e in generale nel nord del mondo si comincia a parlare di decrescita, di consumo critico, ci si interroga sui danni che questo sistema economico sta arrecando al mondo, qui, nel terzo mondo, lo stesso sistema economico sta infilando i suoi tentacoli, tentando di far credere alla gente che questa è l’unica via, la più bella, la più luccicante.
Sembra che anche qui si debbano ripetere gli stessi errori che abbiamo fatto noi, per poi scoprire che forse non è tutto oro quello che viene proposto dai “cartelloni pubblicitari sorridenti”.
Con la differenza che qui la gente non è preparata, i servizi non sono adeguati, e il tutto degenera in una corsa disperata “all’oro”, che acceca le persone, anche quelle più povere.

La speranza ancora una volta viene dai bambini, che con la loro manualità hanno imparato a giocare anche con i rifiuti.

I giochi più belli li ho visti qui, anche al progetto Cicetekelo, dove sto facendo servizio. Aquiloni realizzati semplicemente con borsette di plastica e bacchette di legno come telaio. Oppure piccoli trenini fatti coi cartoni in tetrapak dello “Shake Shake”, la birra dei poveri, che corrono su ruote ricavate da tappi di bottiglia. Palle da calcio con sacchetti annodati tra loro da spaghi e pressati insieme. E altri mille oggetti fantastici ricavati dagli scarti, da quello che la gente butta.
Penso che se ci fosse un premio per la campagna “Keep Zambia clean” andrebbe proprio a tutti questi bambini. E penso che venga proprio da loro una buona lezione che tutti dovrebbero imparare: riciclare e riutilizzare.
Magari lo dovrebbero vedere anche le persone al governo di questo paese come giocano i loro bimbi, per studiare azioni più efficaci di un semplice e distruttivo sgombero e “pulizia” del centro cittadino.

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