Caschi Bianchi Cile

Haiti, terra senza pace

A due anni dalla caduta del Presidente Aristide e dall’intervento delle Nazioni Unite, il Paese caraibico ha attraversato un mese delicatissimo. Un confronto tra le preoccupazioni espresse al Forum ed i fatti avvenuti nelle settimane successive può permetterci di capire qualcosa in più su una situazione intricata e troppo spesso negletta.

Scritto da Matteo De Bellis (Casco Bianco a Santiago del Cile)

Tra gli obiettivi fondamentali di un Foro Sociale Mondiale trovano posto, senz’ombra di dubbio, la divulgazione di informazioni e la creazione di un dibattito a proposito di quelle situazioni di conflitto che solo marginalmente vengono prese in considerazione dai mass-media. Un caso esemplare, in questo senso, è rappresentato dalla difficile posizione nella quale si trova Haiti, oggetto di diversi seminari durante il Forum di Caracas.
Due fatti di grande rilevanza, a proposito, si sono verificati nelle settimane immediatamente successive al Forum.
Innanzitutto le elezioni del nuovo Presidente e del Parlamento, lo scorso 7 febbraio, dopo due anni di preparativi. In secondo luogo, la riunione del Consiglio di Sicurezza del 14 febbraio, nella quale è stata decisa la proroga della missione Minustah.
Sebbene quest’ultimo avvenimento sembri, in prima analisi, meno rilevante del primo, un approfondimento delle vicende degli ultimi anni dimostra che potrebbe essere vero, piuttosto, il contrario.
Ma andiamo con ordine, elaborando i profili storici tracciati, nel corso del suo seminario del 25 gennaio, da Camille Chalmers. (1)

Haiti potrebbe essere definita, innanzitutto, come un frammento di Africa finito per sbaglio ai Caraibi. Ad Haiti la pelle è nera e la gente parla il creolo. Pur trovandosi a due passi dalla spigliata Repubblica Dominicana, gli Haitiani non sembrano vivere l’allegria, la musica ed il colore tipici dei Caraibi. Le madri vestono di bianco le figlie ed infiocchettano i loro capelli crespi, per andare alla Messa. Poi tornano nelle misere case e preparano il necessario per i riti voodoo.

La storia della piccola Haiti è una storia speciale. Questo fazzoletto di terra – che copre circa metà dell’Isola Hispaniola, condivisa con l’attuale Repubblica Dominicana – fu il primo Paese Latinoamericano ad ottenere l’indipendenza. All’epoca della Rivoluzione Francese, gli schiavi neri, che proprio per i coloni francesi prestavano servizio, iniziarono ad approfittare della caotica situazione europea per ottenere la libertà. Si armarono, così, contro le offensive della Marina Francese, al tempo una delle più potenti al mondo. Salito al potere Napoleone, crebbe enormemente il numero di fronti sui quali le Forze Armate Francesi si disimpegnavano. Così, approfittando del momento, gli Haitiani sconfissero le navi napoleoniche ed ottennero l’indipendenza. Era il 1804.
La liberazione di Haiti incarnava una doppia rivoluzione, a differenza di quella degli altri Paesi Latinoamericani. Non solo significava la creazione di uno Stato Sovrano indipendente dalle potenze coloniali, ma conduceva anche ad una radicale, immediata e definitiva rottura del sistema schiavistico. Gli schiavi si convertirono in contadini indipendenti, portando il Paese ad una situazione di relativa floridità. Ma i costi della guerra erano stati altissimi e l’indebitamento con la madrepatria divenne presto insostenibile. Nel 1825, Haiti aveva debiti con la Francia pari al PIL della stessa. Dopo 3 anni il Paese, non essendo in grado di pagare il servizio al debito, si trovò costretto a contrarre prestiti da altri Paesi, entrando in una spirale dalla quale, due secoli dopo, non è ancora uscito. Nonostante ciò, il XIX Secolo trascorse in una situazione di relativa stabilità.

Una svolta rilevante ebbe luogo nel 1915, quando gli Stati Uniti, impegnati a concretizzare la dottrina Monroe, occuparono Haiti. Lo smantellamento delle istituzioni locali fu accompagnato da una ridottissima quantità di finanziamenti. Al contrario di Cuba e di altri Paesi Caraibici, ritenuti meritevoli di investimenti, Haiti fu considerata soltanto come la fucina di manodopera a basso costo della quale la crescente industria nordamericana aveva bisogno. Sotto l’egida degli Stati Uniti, si portarono a compimento riforme dettate dalle esigenze di controllo piuttosto che dai bisogni della popolazione. Così, ad esempio, si cancellò il sistema di autonomie che era venuto creandosi nei decenni precedenti. In un Paese che ancora oggi, nell’epoca dell’urbanizzazione incontrollata, conta ben il 65% della popolazione tra le file dei contadini, gli Stati Uniti centralizzarono politica ed economia, causando un notevole allontanamento della popolazione rurale dalla politica, allontanamento che tuttora dà segnali della propria presenza.

Si passò, poi, alla dittatura dei Duvalier.
Conosciuto come Papa Doc, François Duvalier era un medico prestato alla politica. Godendo dell’appoggio delle classi più povere e, al tempo stesso, dell’establishmentnordamericano, nel 1957 fu eletto Presidente della Repubblica. Ben presto convertì il suo governo in una crudele dittatura, capace di reprimere ogni forma di dissidenza, ma non di migliorare le condizioni di vita della popolazione. Nel 1964 Papa Doc si autoproclamò Presidente Vitalizio, riuscendo poi a mantenere la carica, effettivamente, fino alla morte, avvenuta nel 1971. Il potere passò direttamente al figlio Jean-Claude, che, avendo solamente 19 anni, fu ribattezzato Baby Doc. Questi introdusse qualche riforma apparentemente liberale, ma non modificò nè la bizzarra struttura costituzionale del Paese, divenuto in pratica una sorta di regno oscurantista, nè tantomeno i metodi violenti appresi dal padre per reprimere l’opposizione. Quest’ultima riuscì comunque a sollevare un’insurrezione popolare, che nel 1986 costrinse Baby Doc alla fuga.

A metà degli anni ’80, dunque, il Movimiento Popular ottenne il successo nella lotta per la democrazia; dovette presto fare i conti, però, con l’oligarchia economica cresciuta all’ombra dei Duvalier, la quale non era disposta a spogliarsi di tutti i propri privilegi. Sebbene mantenesse un grande potere, questa lobby godeva di una base elettorale ridottissima. Perciò, alle elezioni del dicembre 1990, ad aggiudicarsi la presidenza fu Aristide, che potè contare sull’appoggio del 65% dell’elettorato. Jean-Bertrand Aristide era un controverso ex sacerdote cattolico, che aveva imboccato la strada della politica per rappresentare gli strati più poveri di una società ancora costretta alla fame. Il governo di Aristide, però, non ebbe molto tempo per portare a compimento il proprio programma, giacchè nel settembre dello stesso 1991 subì un golpe militare. Il potere politico finì così nelle mani del Generale Raoul Cédras. Aristide fu costretto all’esilio, mentre le forze politiche a lui vicine furono messe a tacere con ogni mezzo, dalla corruzione all’assassinio. Nei 3 anni di dittatura, il governo militare ordinò l’omicidio di almeno 6500 persone.

Nel 1994 gli Stati Uniti tornarono ad occuparsi direttamente di Haiti, decidendo la caduta del regime di Cédras ed il ritorno di Aristide. Ma l’Aristide rientrato nella madrepatria era molto diverso da quello di soli 3 anni prima. “Scortato” da 20mila marines, aveva sottobraccio un Piano di Aggiustamento Strutturale del Fondo Monetario Internazionale, pronto per essere messo in pratica. La politica economica del secondo governo Aristide, così, cambiò radicalmente rotta. Alle numerose privatizzazioni si accompagnò, in particolare, l’abbattimento dei dazi doganali. Ciò espose la debolissima produzione interna alla concorrenza delle imprese nordamericane, che grazie alle economie di scala riuscivano ad essere più competitive. Risultato: un Paese che fino al 1981 era stato autosufficiente rispetto alla produzione di cereali, oggi compra dagli USA l’82% del riso che consuma. La riduzione delle produzioni comportò necessariamente disoccupazione – che oggi, in alcune zone, è vicina al 65% – (2) ed ulteriore impoverimento.
La nuova politica di Aristide portò alla spaccatura del Movimento Popolare e ad una generale crisi di fiducia.
Aristide non potè ripresentarsi alle presidenziali del 1996, perchè la Costituzione non consentiva un doppio mandato. Si candidò e vinse, così, Renè Prevàl, che di Aristide era stato Primo Ministro e Ministro della Difesa. Quello di Prevàl fu, nei 2 secoli di storia haitiana, l’unico governo iniziato con delle elezioni e terminato con altre elezioni.
Le consultazioni del 2000 riportarono Aristide alla massima carica dello Stato, ma questa volta l’ex-sacerdote mostrò un progressivo allontanamento dalle politiche promosse dagli USA. Perciò, gli Stati Uniti iniziarono a concretizzare mosse di vario tipo per mettere in difficoltà il governo. Se Aristide poteva contare sull’appoggio di un Movimento Popolare parzialmente riconciliato, le forze di opposizione godettero dell’aiuto tanto dei poteri economici locali, quanto della Segreteria di Stato USA. Quest’ultima, sotto l’amministrazione Bush e dopo l’11 settembre, aveva intrapreso un approccio decisamente più aggressivo nella propria politica estera, e nonostante fosse impegnata soprattutto sul fronte mediorientale, non tralasciò d’ingerire nella politica interna di diversi Paesi Caraibici. Esempio ne fu il fallito Colpo di Stato in Venezuela, ordito ai danni del legittimo Presidente Chavez da poteri militari vicini agli interessi nordamericani. Espressione teorica ne fu il paradigma espresso dalla Casa Bianca, che coniugò la teoria degli “Stati falliti” con parole decisamente esplicite. In relazione ad Aristide, infatti, si disse: “His own actions have called into question his fitness to continue to govern Haiti”. (3) Risultato concreto ne furono l’invasione del territorio di Haiti , nel febbraio 2004, e l’esilio del Presidente Aristide; fatti raccontati in maniera molto diversa a seconda delle linee editoriali dei differenti mezzi d’informazione.
Per la “storia ufficiale”, nel febbraio 2004 ebbe inizio una operazione di peacekeeping, messa in atto dalle Nazioni Unite con la collaborazione dell’Organizzazione degli Stati Americani. L’operazione era volta al ristabilimento di condizioni di pace in grado di permettere un maggiore sviluppo, la tutela dei diritti, il disarmo e l’affermazione della democrazia. Contemporaneamente, sotto gli auspici di ONU e OAS, si installava un Governo di Transizione: Boniface Alexandre, Presidente della Corte Suprema, assumeva le funzioni di Presidente della Repubblica, mentre Gerard Latortue veniva nominato Primo Ministro.
Per la stampa alternativa, quella dell’ONU era un’occupazione militare, volta all’espulsione di Aristide ed all’istituzione di un governo fantoccio. (4)
La Risoluzione 1529 del Consiglio di Sicurezza, datata 29 febbraio 2004, dava inizio alle operazioni sull’isola, autorizzando un primo intervento di tre mesi che sarebbe stato in seguito prorogato, come di consueto, per periodi semestrali. Particolare interessante è che la Risoluzione parla delle “dimissioni del Presidente Jean-Bertrand Aristide” e della “sua partenza dal paese”, (5) senza specificare che tanto le dimissioni quanto la partenza sono state tutt’altro che volontarie, ma poste in atto da quello stesso Governo Statunitense che dibatteva il testo della Risoluzione. E che vi sia stato un vero dibattito potrebbe essere messo in dubbio, considerato che la riunione durò soltanto pochi minuti. Un tempo nel quale difficilmente potrebbe essere stato affrontato il seguente problema: è legittimo inviare una forza d’interposizione in un Paese dove non è in atto una guerra civile? Per non parlare, poi, della legittimità del comportamento della Repubblica Dominicana, che aveva prestato il proprio territorio alle milizie di opposizione perchè vi svolgessero esercitazioni militari in preparazione del golpe. O della correttezza degli Stati Uniti, che con i soldi dei contribuenti avevano finanziato associazioni repubblicane impegnate a formare, in lussuosi hotel dominicani, i politici di opposizione, legati ai gruppi economici più potenti. (6)

Dunque, dal marzo 2004 ad oggi, migliaia di soldati e di poliziotti di diversi Paesi hanno partecipato all missione delle Nazioni unite che, con la Risoluzione 1543, avrebbe preso il nome di Minustah. Oggi più di 7.000 soldati e 1.500 poliziotti dell’UNPOL, provenienti da 41 Paesi, sono impegnati ad Haiti. Ma l’efficienza del loro operato è stata messa in dubbio da più parti. (7) Basti considerare il problema del disarmo, la cui risoluzione è ancora in alto mare. La popolazione civile da tempo possiede un gran numero di armi da fuoco. Ed un incremento della loro diffusione si ebbe immediatamente prima del golpe, quando Aristide armò irresponsabilmente i suoi sostenitori perchè difendessero il governo. Così si contano in Haiti, ad oggi, almeno 150mila armi leggere, distribuite tra gli 8 milioni di abitanti. In un anno di operazioni, la Minustah ha speso 26 milioni di dollari per il disarmo, ottenendone la distruzione di sole 249 armi da fuoco.
Risultati non più brillanti sono stati raggiunti dalla Minustah rispetto al controllo della criminalità, che secondo talune voci sarebbe addirittura stata coperta da alcuni ufficiali compiacenti. E’ un fatto che la triste piaga dei sequestri di persona a scopo di estorsione si sia diffusa a partire del 2004 e sia cresciuta durante il 2005, contandosi, verso la fine di quest’ultimo anno, anche 30 sequestri al giorno.
Non può essere dimenticata, infine, la tragica scomparsa del Generale Brasiliano Urano Bacellar, Comandante militare della Minustah, che si tolse la vita il 7 gennaio 2006.
Tanto dal punto di vista militare, quanto da quello civile, la Minustah è appoggiata da ONU e OAS. Ma all’interno di tali organizzazioni, un ruolo fondamentale è svolto da un ristretto numero di Paesi, quali Stati Uniti, Canada, Francia, Cile e Brasile. Allo stesso tempo, non deve nascondersi l’influenza che sulle operazioni possano avere altre istituzioni internazionali, prima fra tutte la Banca Mondiale. Questa ha pensato bene di stilare un progetto per l’espansione economica di Haiti, che dovrà divenire luogo di turismo e zona franca per i commerci internazionali. Peccato che il programma sia stato ideato senza consultare i politici o le rappresentanze sociali haitiani, che ormai sembrano aver perduto completamente il controllo del loro Paese. Peccato che la situazione disastrata dell’economia haitiana, una delle più povere al mondo, sia frutto proprio di un’applicazione irragionevole delle stesse politiche economiche che si ripropongono ora. Basti pensare che solo l’1,2% degli attuali aiuti economici è dedicato alla popolazione contadina, che rappresenta il 65% della popolazione. E che ancora nel 2005 Haiti, sebbene dichiarata dalla Banca Mondiale Paese HIPC, ha dovuto pagare 60 milioni di dollari di servizio al debito(8).
Burocrazia ed imprenditoria autoctoni, d’altra parte, non sembrano capaci di uscire dall’immobilità che li contraddistingue; nè paiono interessati a progetti di medio-lungo termine, quanto piuttosto al lucro immediato garantito da un sistema basato sulla corruzione. L’industria locale stenta a dare segni di vita, colpita da un’instabilità che non permette il dispiegarsi di alcuna progettualità. A fare affari, così, sono solo le industrie straniere, che ovviamente si aggiudicano i contratti per la ricostruzione. Un esempio ne è il fatto che le schede elettorali da assegnare ai 4,2 milioni di aventi diritto al voto sono state prodotte in Messico, da un’impresa privata che ha avuto tante difficoltà tecniche nel raggiungere l’obiettivo da costringere più volte al rinvio delle elezioni, inizialmente programmate per il novembre 2005, mentre le schede realmente consegnate sembrano non aver superato i 3,5 milioni di unità. Un ulteriore rinvio delle elezioni è stato proposto dalle forze conservatrici, e sarebbe stato il quinto. Ma questa volta il Consiglio di Sicurezza è stato irremovibile. Le elezioni hanno avuto luogo, così, il 7 febbraio.
Candidate alla Presidenza erano ben 34 persone (9), ma soltanto tre di esse potevano nutrire reali speranze di vittoria. Il favorito era Rene Garcia Prevàl, agronomo con un passato in Europa, che già aveva ricoperto la massima carica della Repubblica. Lo insidiava Charles Henry Baker, industriale, rappresentante del Gruppo 184, movimento politico legato agli USA che ottenne la caduta del governo Aristide. Altro candidato del fronte opposto a quello di Prèval era Leslie Manigat, 75enne che aveva ricoperto l’incarico di Presidente, per 4 mesi, nel 1988. Altri candidati avrebbero partecipato alle elezioni, se non fosse stato loro proibito da una serie di incarcerazioni arbitrarie che, guardacaso, negli ultimi mesi ha tenuto lontana dalla scena politica una vasta schiera di personaggi di primissimo piano. Un esempio, tra tutti, è stato quello di Padre Gerard Jean-Juste, esponente tra i più autorevoli della lotta contro l’occupazione, trattenuto in carcere con accuse fittizie, infine liberato perchè malato di leucemia e sostenuto dall’opinione pubblica internazionale.
Le elezioni sono state precedute da una campagna elettorale molto polarizzata, che non ha risparmiato colpi bassi. In particolare, la foto di un gruppo di bambini armati è stata impiegata per affermare i pericoli di un eventuale secondo governo Prevál. Ma la foto era stata scattata in Liberia.
Nonostante vi sia stato qualche scontro violento, che ha anche causato delle vittime, il processo elettorale si è concluso in maniera relativamente soddisfacente. Causa degli scontri è stata, in molti casi, la ritardata apertura dei pochissimi seggi, che ha costretto gli elettori a lunghe camminate e ad attese di ore sotto al sole (10).
La pessima organizzazione è stata dimostrata anche dal fatto che ad una settimana dalla chiusura delle consultazioni non erano ancora disponibili risultati definitivi. E’ parso subito netto, ad ogni modo, il distacco tra Prevàl, poco al di sotto del 50%, ed i suoi contendenti Manigat e Baker, fermi rispettivamente attorno al 12 ed all’8%. La lunga attesa per i risultati, l’incertezza sulla necessità di andare al ballottaggio e la paura di possibili brogli hanno scaldato gli animi. I sostenitori di Prevàl si sono riversati per le strade, manifestando e causando scontri. Il ritrovamento di alcune migliaia di schede valide nella spazzatura, nonchè il conteggio di un numero di schede bianche parso a molti inverosimile, hanno contribuito a creare una situazione instabile e pericolosa. Per evitare un necessario ma apparentemente inutile ballottaggio, che avrebbe prolungato la situazione di crisi, si sono studiate alcune soluzioni. L’abbandono delle elezioni da parte degli altri candidati avrebbe potuto sortire, forse, l’effetto desiderato, ma l’opzione scelta è stata di altro tipo. Il Consiglio Elettorale Provvisorio ha stabilito di attribuire anche le schede bianche, adeguatamente ponderate, ai diversi candidati. Ciò ha permesso a Prevàl di arrivare al 51%, ed al Paese di evitare un ballottaggio che avrebbe potuto fare più male che bene. (11) Ma in questo modo, nonostante il netto distacco tra i candidati, si è anche data la possibilità agli sconfitti di recriminare rispetto alla regolarità del processo ed alla legittimità dei risultati. Ed un ballottaggio, ad ogni modo, si farà, considerato che sarà necessario per la elezione dei Parlamentari. (12)
Dunque le elezioni, per quanto non si siano svolte correttamente, nè siano state realmente libere e sovrane, hanno espresso un chiaro vincitore. E questo vincitore si chiama Renè Prèval. Nella sua prima apparizione televisiva, Prevàl ha insistito sull’importanza delle prossime elezioni per il Parlamento, poichè soltanto con una solida maggioranza potrà governare autonomamente il Paese. Ciò non farà piacere agli Stati Uniti, che hanno investito risorse e si sono macchiati la coscienza per eliminare Aristide, e si trovano ora come interlocutore un fedele successore dello stesso Aristide. (13) Non farà piacere all’Unione Europea, che si è permessa di esprimere l’auspicio che il nuovo governo segua i passi del governo provvisorio. Non farà piacere alle elíte economiche locali, che non hanno in simpatia le riforme che Prevàl ha in programma. Tutti questi dispiaceri potrebbero unirsi, nel prossimo futuro, nello sforzo di incidere, ancora una volta, sulle scelte democraticamente espresse dal popolo haitiano. Possiamo prevedere, dunque, campagne mediatiche per screditare le forze politiche vincitrici. Sappiamo che sarà difficile, rispetto al Preval di oggi come lo era per l’Aristide di ieri, distinguere il falso dal vero nelle accuse che gli saranno rivolte. Possiamo prevedere che le azioni della Minustah – alla quale il Consiglio di Sicurezza, lo scorso 14 febbraio, ha autorizzato una proroga di 6 mesi – risulteranno ingombranti e scomode rispetto al libero esercizio delle proprie funzioni da parte del nuovo governo. Possiamo prevedere nuovi scontri di piazza, e nuove repressioni brutali da parte di quelle forze dell’Onu che sono state inviate ad Haiti, in teoria, come forze neutrali d’interposizione, ma che in realtà paiono impegnate nella caccia a dissidenti politici tacciati di terrorismo. Continueranno le violenze, continueranno le violazioni dei diritti umani, continueranno le ingerenze interessate di Paesi terzi, continuerà la caduta dell’economia e la diffusione della povertà. Continueranno i malcostumi della classe dirigente e del popolo haitiani, l’immobilità e la corruzione. L’ora della pace e dello sviluppo, per Haiti, sembra molto lontana, ed è ancora da provare che la missione delle Nazioni Unite contribuirà ad avvicinarla.

Note:(1) Camille Chalmers, professore di economia alla Università Statale di Haiti, è Segretario Esecutivo della PAPDA (Platform for the Advocacy of Alternative Development Policy), nonchè referente della Jubilee South in Haiti.

(2) Il dato è da attribuire a Camille Chalmers. Purtroppo non può essere confrontato con quelli di fonti più note, posto che ILO, UNDP e World Bank non pubblicano nei propri database dati riferiti alla disoccupazione ad Haiti.

(3) Dichiarazione ufficiale della Casa Bianca datata 27 febbraio 2004.

(4) Un valido esempio della stampa alternativa haitiana si riscontra nel sito http://www.haitiaction.net

(5) “Tonight’s action came following the resignation of President Jean-Bertrand Aristide and his departure from the country” – Risoluzione 1529 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, 29 febbraio 2004.

(6) Walt Bogdanich – Jenny Nordberg, “Democracy Undone: Back Channels vs. Policy; Mixed U.S. Signals Helped Tilt Haiti Toward Chaos”, New York Times, 29 gennaio 2006.

(7) Harvard Law Student Advocates for Human Rights – Centro de Justica Global, “Keeping the peace in Haiti?”, in http://www.globalpolicy.org/security/issues/haiti/2005/0300keeppeace.pdf

(8) Gary Olius, “Haiti – Elecciones: La comunidad internacional en sus obras…”, Servicio informativo Alai-amlatina, 8 febbraio 2006.

(9) 312 candidati stanno competendo per 30 posti da Senatore, mentre sono più di 1000 quelli che si disputano gli 89 posti da deputato.

(10) In tutto il Paese sono stati distribuiti solamente 800 centri elettorali, nessuno dei quali nel quartiere di Citè Soleil, popolato da 250mila persone e considerato troppo pericoloso.
Haiti: Secure and Credible Elections Crucial for Stability” – New York, 6 febbraio.
http://hrw.org/english/docs/2006/02/06/haiti12611.htm

(11) I risultati ufficiali delle elezioni sono riscontrabili in: http://207.234.224.237/eis/report-presi/Report-Resume-Pays.pdf

(12) Il ballottaggio delle elezioni parlamentarie, previsto per il 19 marzo, è stato posticipato a data indefinita dal Consiglio Elettorale Provvisorio. Il provvedimento, adottato ufficialmente a causa della lentezza del processo elettorale del primo turno, ha l’effetto di posticipare anche l’entrata in carica di Prevàl, giacchè questi dovrà previamente giurare davanti alla nuova Assemblea Nazionale.

(13) Tra l’altro, Prevál ha affermato che non si opporrà al rientro in patria dello stesso Aristide, attualmente in Sudafrica, posto che la Costituzione Haitiana non contempla l’istituto dell’esilio.

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