Caschi Bianchi Palestina / Israele

Fatah o Hamas?

Domani, 25 gennaio, si terranno le elezioni del Consiglio Legislativo Palestinese. Si voterà in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e anche a Gerusalemme est. Tra divisioni interne al maggior partito palestinese, Fatah, e la pressione esterna di Israele, dalle previsioni sembra che la strategia radicale degli islamici di Hamas potrebbe essere vincente.

Scritto da Monica Incerti Telani, Casco Bianco a Ramallah

Ramallah, Cisgiordania. Ogni negozio, ristorante, palazzo, taxi è completamente ricoperto da cartelloni elettorali o gigantografie di candidati. Le bandiere che richiamano il colore dei diversi partiti sventolano ai bordi delle strade. A qualsiasi ora del giorno passeggiando per la città l’attenzione viene inevitabilmente attirata dalla musica a tutto volume diffusa dalle sedi dei diversi partiti politici o dagli enormi spot propagandistici proiettati sulle facciate degli edifici. Il fatidico giorno delle elezioni è ormai arrivato, ogni angolo di Ramallah è stato, letteralmente, utilizzato per la campagna elettorale e nonostante la reputazione di città dinamica e benestante, in cui le donne passeggiano senza velo, da pochi giorni nelle strade del centro è comparso anche il colore verde delle bandiere islamiche.

In tutta la Cisgiordania, Gerusalemme est compresa, e la Striscia di Gaza, domani 25 gennaio si terranno le prime elezioni legislative secondo la nuova legge approvata nel giugno dell’anno scorso, che prevede un sistema elettorale misto. I 132 seggi saranno assegnati per metà con il sistema maggioritario (nelle circoscrizioni) e per l’altra metà con quello proporzionale (su base nazionale). Sono 412 i candidati che si sfideranno nelle 16 circoscrizioni, mentre 11 liste parteciperanno allo scrutinio a livello nazionale(1).

La vera sfida ha come protagonisti i candidati della lista Fatah contro quelli del partito islamico Hamas (il nome adottato per la lista è “Change and Reform”). Infatti, secondo l’ultimo sondaggio redatto dal Dr. Nabil Kukali, direttore del Palestinian Center for Public Opinion(2), il partito dell’attuale presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahomoud Abbas, riscuoterà appena il 35,9 % dei voti palestinesi mentre il 26,7 % della popolazione voterà per la lista “Change and Reform” di Hamas.

Lo strappo creatosi il mese scorso all’interno di Fatah(3), con la presentazione di una lista alternativa a quella ufficiale da parte della nuova generazione guidata da Marwan Barghouti(4), sembra essersi ricucito con la riunificazione in una sola lista. La frattura tra la vecchia guardia del partito(5) e la nuova generazione(6), la corruzione, la burocrazia, l’inefficienza e la delusione della popolazione palestinese nei confronti della situazione risultante dagli accordi di Oslo del 1993 hanno contribuito a far scendere sempre più la popolarità di Fatah a favore del partito islamico. Nelle quattro tornate elettorali per i consigli municipali Hamas ha ottenuto una serie di vittorie impressionanti, trend che ha raggiunto l’apice lo scorso dicembre 2005 a Nablus con la conquista del 73% del consiglio comunale.

Il partito islamico, al contrario di Fatah, sembra aver guadagnato consensi grazie al suo radicamento fra la popolazione attraverso lo sviluppo di una estesa rete di assistenza sociale che comprende scuole, ospedali e centri ricreativi. In più l’immobilismo dell’Autorità Nazionale, la sua completa impotenza, spesso letta come accondiscendenza, di fronte agli attacchi dell’esercito israeliano nei Territori Palestinesi Occupati ha portato la popolazione palestinese, tradizionalmente laica, a rifugiarsi nell’Islam, considerato unica forza in grado di smuovere la situazione attuale.

Diversi esponenti politici precedentemente affiliati ad Fatah hanno deciso di presentarsi alle prossime competizioni elettori tra le fila dei candidati di Hamas, in più, a dispetto della propaganda islamica sulla condizione delle donne nella società, proprio queste ultime rivestono un ruolo fondamentale all’interno della campagna elettorale tinta di verde. In particolare Umm Musab, la moglie di Sheik Hassan Yousef Musab, un anziano ufficiale di Hamas arrestato dall’esercito israeliano un paio di mesi fa, e Umm Bakhar, la vedova di Sheik Jamal Mansour, esponente del movimento islamico ucciso all’inizio dell’intifada, sembrano le più agguerrite(7). Centinaia di dirigenti regionali di partito, predicatori e persone attive all’interno delle infrastrutture civili islamiche sono stati arrestati dall’esercito israeliano, e l’organizzazione è stata costretta a trasferire le principali attività ad altri esponenti che corrono meno rischi di arresto, in primo luogo le donne.

Circa un paio di settimane fa Hamas ha reso pubblico il proprio manifesto elettorale e la decisione di passare per la prima volta attraverso i canali politici ufficiali. La partecipazione alle prossime elezioni legislative sta portando il movimento islamico a una sorta di trasformazione pragmatica. Il programma elettorale non menziona la distruzione di Israele, obiettivo da sempre presente nei suoi comunicati, ma cita semplicemente il diritto legittimo dei palestinesi alla “resistenza” per sconfiggere l’occupazione israeliana e stabilire uno stato palestinese indipendente avente come capitale Gerusalemme est(8).

In questo senso Israele, con la sua modalità di ingerenza nella già caotica e confusionale campagna elettorale palestinese, rischia di spostare l’ago della bilancia della sfida Fatah – Hamas a proprio sfavore. Recentemente il governo israeliano ha cercato di rivendicare la propria sovranità su Gerusalemme est, minacciando di impedire il diritto al voto ai residenti palestinesi della città contesa(9). E’ stato raggiunto un accordo e i palestinesi di Gerusalemme potranno votare, alcuni nei predeterminati cinque uffici postali e il resto nelle circoscrizioni allestite al di fuori dei confini municipali (stessa procedura usata per le elezioni legislative del 1996). Questa soluzione non soddisfa comunque i palestinesi: Israele mantiene il potere di impedire le procedure di votazione se decidesse di limitare la libertà di movimento dei palestinesi, inoltre ad Hamas e ad altri partiti classificati da Israele come organizzazioni terroristiche è proibito entrare nella città e quindi non è stato possibile fare campagna elettorale. Ogni tipo di materiale che presenta simboli contro Israele o un linguaggio violento è stato bandito e i candidati palestinesi devono richiedere un particolare permesso per tenere discorsi elettorali nella città(10). Tutte queste misure decise arbitrariamente dal governo israeliano, nel tentativo di regolamentare le prossime elezioni palestinesi, potrebbero rivelarsi controproducenti: ancora una volta l’Autorità Nazionale Palestinese ha mostrato tutta la propria debolezza di fronte allo strapotere della potenza occupante, e quegli elettori ancora indecisi potrebbero decidere che la linea dura del partito islamico, da sempre adottata nei confronti di Israele, sia l’unica alternativa possibile per uscire da questa empasse.

Note:(1) Central Elections Commission – Palestine,
http://www.elections.ps/english.aspx
(2) Previsioni del 18 gennaio 2006, http://www.pcpo.ps/index.html,
(3) http://www.haaretz.com, 15 dicembre 2005
(4) Marwan Barghouti è recluso da tre anni in un carcere israeliano dove sconta 5 ergastoli.
(5) I vecchi esuli, gli uomini più legati a Yasser Arafat nei tempi dell’esilio a Tunisi.
(6) Attivisti della prima e della seconda intifada, nati e cresciuti nei Territori Occupati.
(7) http://www.haaretz.com, 14 dicembre 2005
(8) BBC news, 12 gennaio 2006
(9) I palestinesi aventi diritto al voto a Gerusalemme est sono circa 120.000
(10) http://www.washingtonpost.com, 15 gennaio 2006.

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