Caschi Bianchi Tanzania

Fenomeno corruzione in Tanzania

Accurata e consapevole descrizione di un fenomeno radicato in tutti gli aspetti della vita quotidiana, che tutti accettano passivamente e di cui nessuno parla.

Scritto da Giuseppe Falcomer, Casco Bianco a Iringa

Il fenomeno nella vita quotidiana

La corruzione in Tanzania è un fenomeno estremamente diffuso, che interessa tutti gli aspetti della vita quotidiana dei cittadini.  Una persona che voglia prendere la patente di guida, ad esempio, deve seguire un iter che prevede il pagamento delle regolari tasse, ma anche di “bustarelle” a ufficiali di polizia e funzionari statali.
Un volontario africano che opera in un’associazione italiana ha atteso cinque mesi per poter ricevere tale documento, che in teoria dovrebbe essere consegnato in circa due mesi. Questo perché si è rifiutato di effettuare pagamenti al di fuori di quelli previsti. Seguito il corso previsto, ha poi dovuto aspettare a lungo per poter accedere alle lezioni pratiche. Pur iscrivendosi nelle liste giornaliere sempre per primo, e alzandosi ogni giorno all’alba per recarsi all’ufficio della motorizzazione civile, regolarmente veniva scavalcato da altri allievi benestanti, o provenienti da scuole private, disposti quindi a versare più soldi del dovuto. A volte, alle persone che attendevano assieme a lui da ore, gli istruttori riferivano che l’auto era rotta, o che era finita la benzina e non c’erano soldi per ricomprarla, ma capitava anche che passassero senza degnarli di uno sguardo con gli studenti privilegiati al loro fianco, facendo finta di nulla. Per tre mesi, quindi, il ragazzo ha atteso il proprio turno senza nel frattempo poter lavorare. Il certificato finale riportava che il ragazzo aveva svolto il corso pratico in quattro settimane, secondo i tempi regolari. Non avendo pagato la bustarella aveva in realtà atteso per più tempo, ma ciò non era stato segnalato in nessun documento. Per ottenere il certificato di frequenza, inoltre, sono trascorse altre tre settimane. Era stato avvisato del fatto che senza questo ennesimo versamento illegale sarebbe stato considerato impreparato, il che significava ripetere tutto l’iter dall’inizio. Solamente l’intervento di alcuni membri della diocesi di Iringa ha permesso che la sua pratica si sbloccasse e che il ragazzo riuscisse ad ottenere la patente senza il bisogno della “bustarella”, ma di solito nessuno ottiene qualcosa senza ricorrere ad atti di corruzione(1). In questa occasione la curia non ha preso una posizione netta, ha solamente aiutato un singolo cittadino senza indagare se anche altri fossero trattati ingiustamente. Il ragazzo aveva provato a reagire presso gli uffici della motorizzazione civile, ma senza alcun esito (2). Ad eccezione del volontario protetto dai membri della diocesi, le altre persone che si sono rifiutate di pagare, alla fine hanno dovuto cedere o rinunciare alla patente.
Per poter ottenere il passaporto, un padre di famiglia ha pagato il funzionario che si era occupato di tutte le sue pratiche. Il grande numero di moduli e certificati richiesti per ottenere il documento, infatti, avrebbero fatto perdere al padre molto tempo e denaro(3). In questo modo l’uomo ha ottenuto il passaporto nei tempi previsti.
Se si prova a saltare la gerarchia, rivolgendosi direttamente al direttore e pagando una sola tangente, non si risolve comunque il problema degli intermediari: infatti, questi insabbierebbero o rallenterebbero l’iter di qualsiasi documento fino ad ottenere la loro parte di guadagno.
Non solo i normali cittadini sono soggetti a queste richieste: anche gente benestante deve versare contributi extra ai funzionari statali. Negli anni Settanta, il gestore di un buon ristorante di Iringa per poter lavorare era costretto a compiere azioni paradossali. Per potersi rifornire di farina, olio ed altri beni necessari al funzionamento della sua attività, si trovava a fronteggiare e accontentare quattro intermediari, con effetti devastanti per la sua contabilità. Gli risultava molto più conveniente recarsi fino alla frontiera con lo Zambia e comprare oltre confine questi prodotti. In seguito all’apertura del mercato la situazione è migliorata, ma non troppo: la corruzione parte dal livello più basso fino a toccare quelli più alti. Bisogna pagare per qualsiasi cosa: per le bolle di accompagnamento (anche se sono perfettamente regolari), per le normali transazioni bancarie e per ogni attività di gestione dell’impresa in qualsiasi settore (4).
Negli ospedali si presenta la stessa situazione. Infermieri e dottori chiedono lo “zucchero” o il “the” (termini con cui si chiamano le bustarelle in Tanzania) per svolgere molte delle loro mansioni. Se non paga, il malato non viene visitato o curato. 1000 shT (80 centesimi di Euro) servono per avere un posto letto, 500 shT (40 centesimi di Euro) se si desidera che la propria cartella clinica venga compilata, altri soldi sono richiesti per le analisi del sangue o per il test della tubercolosi. Tutti questi servizi dovrebbero essere gratuiti e previsti dall’assistenza statale. I dottori non passano molto tempo in ospedale, ma visitano i pazienti presso i loro centri privati, in cui vendono anche le medicine che prescrivono in corsia, garantendosi così un guadagno mensile più elevato. Gli uffici amministrativi non tengono registri aggiornati o schedari per controllare le riserve di medicinali, le entrate e le uscite fiscali. I farmaci disponibili sono pochissimi, se un paziente ne ha bisogno deve comprarli con i propri soldi: i camion statali con i rifornimenti vengono dirottati nelle cliniche private e nelle farmacie della città(5).
Sono soprattutto i poveri a soffrire di questa situazione. Essi aspettano intere giornate o settimane per una semplice lastra, mentre i benestanti si recano direttamente in ospedali privati, in cui pagano una parcella ma ricevono puntualmente le cure di cui necessitano.
Lo stato della Tanzania comunque, a livello teorico, svolge un ottimo lavoro di gestione e sviluppo dei servizi. Nel 2000, in seguito a una riduzione del debito estero concessa dai creditori stranieri (una riduzione nominale e non effettiva), il governo si è incaricato di svolgere lavori atti a migliorare la condizione di vita dei cittadini, che interessassero soprattutto strade, scuole e ospedali. Le principali arterie di comunicazione della Tanzania sono state quindi in parte ristrutturate e migliorate, le scuole hanno avuto degli aiuti economici… Solo gli ospedali non sono stati migliorati. Gli aiuti si sono ridotti durante i vari passaggi: prima i ministeri e gli alti funzionari, poi tutti gli intermediari ne hanno preso una parte proporzionale al loro potere, per cui quasi nulla è giunto presso le strutture regionali o provinciali.

Le caratteristiche della corruzione

Coloro che hanno un potere da esercitare sui cittadini ricorrono alla pratica della corruzione. La “bustarella” può essere riconosciuta abbastanza facilmente perché non viene rilasciata alcuna ricevuta, operazione normale invece per i versamenti o le tasse. In alcuni casi è possibile che i funzionari aumentino l’importo della ricevuta, quindi bisogna conoscere la somma reale da versare per evitare di pagare un extra. La metodologia della richiesta ha delle caratteristiche fisse, infatti colui che pretende un ricavo personale da qualsiasi servizio prestato, cerca generalmente di spaventare la persona in vari modi: facendo leva sulla diffusa ignoranza, dicendo che le pratiche non sono in regola, che egli può sporgere denuncia o invalidare l’intera procedura, che un determinato servizio non è gratuito… La paura che nasce nella gente di fronte alla reale possibilità di non ricevere ciò di cui hanno spesso estremamente bisogno o l’ipotesi di dover aspettare tempi molto lunghi, senza magari poterselo permettere, l’ignorare ciò che è loro dovuto, spinge le persone a pagare inermi o a fare favori e regali. A volte la richiesta non viene fatta direttamente nelle sedi di lavoro o negli uffici, ma a casa dei funzionari stessi(6). Le contromisure che i funzionari statali prendono di fronte al rifiuto di pagare una bustarella sono sempre le stesse: ostruzionismo, multe, controlli minuziosi e assurdi per poter comunque trovare il modo di ottenere il denaro. Pagare diventa quindi necessario.
Alcune persone addirittura, portano preventivamente dei regali presso gli uffici che interessano la loro attività per poter in futuro svolgere senza problemi il loro lavoro. Sacchi di farina, grano o altro, rendono il funzionario “amico” e garante, in caso di nuove richieste economiche e problemi.
Il fenomeno è degenerato ed è diventato insostenibile, tanto che alcune istituzioni hanno preso una netta posizione contro la pratica della corruzione.
I Vescovi della Tanzania, in occasione della quaresima, hanno lanciato un monito alla comunità cattolica sulla gravità della situazione, condannando la corruzione e chiedendo un intervento dello Stato, dei cittadini e dei fedeli contro tale sistema. Non appare però facile opporsi. Come descritto nel caso del volontario che cercava di ricevere la patente di guida, i tentativi di reagire, effettuati singolarmente o in piccoli gruppi, rappresentano azioni di protesta totalmente inutili. Infatti, la gente che si ribella viene considerata “sovversiva” e rischia di essere denunciata dalle autorità e perseguita dalla legge. Tutto viene messo a tacere: i funzionari chiedono “la bustarella” e i cittadini devono pagarla (7).
La corruzione in Tanzania presenta caratteristiche diverse da quella italiana. Questa pratica nasce in entrambi i casi dall’avidità, trova le sue radici nella negazione dei diritti umani e dei doveri di ogni singolo cittadino, ma ha modalità differenti.
In Italia solitamente la corruzione interessa gli alti livelli economici e politici e mira a raggiungere dei privilegi. In Africa invece è necessaria per ottenere dei servizi indispensabili alla sopravvivenza(8) e ne esistono tre differenti tipi: la piccola corruzione, la grande corruzione e la corruzione sessuale. La seconda, come avviene in Occidente, riguarda le alte cariche dello Stato, gli industriali più influenti, la classe dirigente.
La prima e la terza, invece, si distinguono e sono peculiari della Tanzania. La piccola corruzione è diffusa in tutti gli strati della società e nelle pratiche quotidiane: è presente a livello endemico. Le tangenti consistono nella richiesta di piccole quantità di denaro, a volte irrisorie, che tuttavia pesano notevolmente sulle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Le famiglie che vivono sotto la soglia della povertà sono numerosissime, per cui una qualsiasi spesa non permette di soddisfare i bisogni primari come il cibo e le cure mediche.
La corruzione sessuale grava sulle donne, che sono oggetto di richieste e pretese da parte dei funzionari maschi. A causa di intimidazioni e minacce, esse sono costrette a concedersi in cambio di ciò di cui necessitano. La libido maschile non è la sola causa di questo fenomeno: un ruolo rilevante lo giocano anche la cultura e il contesto sociale. Possedere un corpo non significa solamente averne il pieno controllo per riceverne il piacere carnale in modo fine a se stesso. All’interno della cultura africana non esiste una netta distinzione tra corpo e spirito, come invece accade in Occidente. Anche ragazze molto giovani incorrono in questo tipo di richieste. Il fenomeno non è spinto tanto da appetiti pedofili quanto, probabilmente, dalla minore possibilità di contrarre da loro il virus dell’HIV.
La corruzione è dunque differente da quella italiana o europea: ha maggiori effetti che gravano direttamente sulla popolazione, soprattutto sulle fasce più povere e deboli, e presenta alcuni aspetti assolutamente peculiari. Sembra quindi conveniente fare riferimento al fenomeno presente in Tanzania con il suo nome in swahili, la lingua locale, rushwa.

L’Associazione Anti-Corruzione(9)

In un quartiere residenziale di Iringa ha sede l’ufficio dell’Associazione Anti-Corruzione (AAC). Il problema della rushwa in Tanzania è stato per la prima volta discusso in parlamento nel 1970, con la conseguente approvazione della legge numero 16 del 1971. La nuova legge subentrava al precedente Chapter 400, risalente al 1958, che regolava la questione durante il periodo coloniale, ma interessava solamente i rapporti che si instauravano tra i lavoratori salariati e i funzionari coloniali. Il primo gruppo operativo anticorruzione (Anti-Corruption Squad) venne istituito nel 1975 e il suo lavoro era seguito dagli apparati amministrativi statali. Nel 1991, invece, il presidente Muinyi riorganizzò e cambiò i vertici della stessa squadra e istituì l’attuale Associazione Anti-Corruzione che opera sotto il diretto controllo della Presidenza del Consiglio. Le sue funzioni sono di prevenire, investigare e perseguire i trasgressori della legge, di monitorare la situazione e riferire al governo l’andamento del fenomeno. La prevenzione viene effettuata tramite incontri e giornate didattiche presso varie istituzioni come scuole e diocesi, affiancati da una parallela attività informativa tramite l’utilizzo di vari media come giornali, opuscoli, calendari e trasmissioni radiofoniche.
Le ricerche si svolgono all’insegna della cautela: attualmente sono 5 i processi in corso, mentre uno si è da poco concluso positivamente per la vittima. Il monitoraggio e le relazioni allo Stato infine, consistono in raccolte di dati statistici e varie rilevazioni che mirano a quantificare e delineare lo sviluppo del fenomeno (controllando contemporaneamente anche il lavoro svolto dalla AAC) e ad offrire spunti e sottolineare problematiche per la compilazione delle leggi che regolano e cercano di arginare tale pratica.
Le segnalazioni interessano le spese pubbliche, i maestri, l’assegnazione degli alloggi nelle case popolari e il settore imprenditoriale, ma la percentuale più alta di rushwa si registra nelle questioni che interessano i beni demaniali e i terreni, soprattutto tra le file della polizia e dei giudici, in istituzioni che dovrebbero invece svolgere una funzione di controllo sociale. Per questo motivo, quindi, la AAC ha progettato di istituire un tribunale speciale, composto da membri della associazione stessa.
La modalità operativa seguita dalla AAC prevede un accertamento iniziale in cui si verifica che si tratti effettivamente di un caso di rushwa. In seguito l’interessato viene fornito dei soldi per pagare “la bustarella”. Le banconote, delle quali viene registrato il numero di serie, sono il mezzo con cui si prova che un funzionario ha richiesto e ottenuto illegalmente una mazzetta in cambio di un sevizio. L’arresto viene seguito immediatamente dopo che il querelante ha consegnato il denaro, per questo motivo il suo anonimato non viene tutelato.
Un modo strano di operare, non protegge le vittime!(10)
Non sembra esserci un’effettiva volontà politica di arginare il fenomeno della rushwa, infatti colui che ha denunciato il fatto si trova in seguito ad affrontare altri problemi. Innanzi tutto la pratica o il servizio che aveva cercato di ottenere non viene rilasciato o fornito, e il suo iter viene bloccato o annullato per la mancanza del funzionario che lo seguiva, inoltre, dato che la sua identità non è rimasta anonima, i colleghi dell’arrestato per vendetta cercheranno in ogni modo di non fornirgli ciò di cui ha bisogno. La sua identità viene segnalata anche in tutti gli altri uffici pubblici e in ogni luogo verrà quindi ostacolato, con metodologie più o meno legali: per questi motivi alcuni cittadini scelgono di non denunciare un sopruso subito.
La rushwa è definita da un funzionario della AAC come un enorme costo sociale che interessa soprattutto l’economia, l’ambiente e la conduzione politica del paese. In pratica, però, la loro azione non appare motivata da una volontà reale e tenace di debellare il fenomeno. Un imprenditore di Iringa, senza mezzi termini, manifesta il suo scetticismo rispetto a quest’ente di controllo, alla polizia e ai tribunali dichiarando: “Come può un ladro giudicare un ladro?”(11).

La storia della rushwa

Secondo una classifica stilata da Trasparency, Kenia, Zambia e Tanzania hanno un alto tasso di corruzione(12) che si realizza e manifesta in diversi modi. In Kenia il governo sta incontrando grossi problemi a livello internazionale poichè i suoi ministri sono corrotti. L’Unione Europea, il Canada, il Giappone e gli Usa hanno intimato al presidente Kibaki di ripulire il suo governo dai politici corrotti altrimenti dovrà rinunciare al loro aiuto economico, pari a 4.7 bilioni di scellini kenioti(13).
In Zambia il presidente ha posizionato i suoi parenti nelle principali cariche del governo. Anche in Uganda è presente lo stesso fenomeno: i fondi per le scuole non hanno raggiunto la loro destinazione poiché il ministero e i maestri se ne sono indebitamente appropriati(14). Nello stesso continente africano, quindi, la pratica della corruzione appare diversificata.
La Tanzania ha una storia particolare, se confrontata con quella delle altre nazioni confinanti, soprattutto a livello politico e sociale.
Fino all’epoca coloniale la vita sociale e politica era organizzata attorno al sistema delle tribù e regolata dai capi, scelti tra i membri del villaggio. Questi erano responsabili della popolazione soprattutto in tempi difficili come le carestie, erano gli arbitri delle questioni legali e prendevano le decisioni importanti per la comunità. Con l’arrivo dei coloni tedeschi il sistema subì una brusca interruzione. I coloni scelsero i capi, i quali erano responsabili del loro operato non nei confronti della popolazione ma di chi aveva dato loro il potere. Coinvolgendo i capi delle tribù dando loro potere e privilegi, i coloni riuscirono a guadagnare la loro fiducia. Questa amministrazione diretta contribuì alla nascita di un distacco tra l’autorità e il popolo e si aggraverà nel corso degli anni. Gli interessi dei capi non coincidevano con quelli delle tribù: il benessere della gente non era più un fattore da tutelare. Anche l’amministrazione indiretta attuata dagli inglesi, successori dei tedeschi, non modificò l’andamento poiché creò una nuova classe, prima inesistente, con più diritti ed economicamente più potente rispetto al resto della popolazione. Con l’acquisizione dell’indipendenza il problema maggiore era l’esistenza di un unico partito, il Chama Cha Mapinduzi (CCM), il Partito della Rivoluzione fautore della libertà del paese. Pur presentando aspetti innovativi, positivi ed equilibrati, i suoi membri usarono la retorica del vincitore: dopo aver raggiunto l’indipendenza, volevano anche il progresso in Tanzania. Forti della loro importante conquista, boicottarono e disprezzarono qualsiasi avversario o pensiero non concorde. In una situazione poco adatta al dibattito o al dialogo, quella che era un’élite progressista che aveva condotto la costituzione dello Stato, si è trasformata in un ceto sociale definito, in una burocrazia amministrativa inefficiente e parassitaria, in buona misura anche impreparata a gestire le attività economiche dopo le varie ondate di nazionalizzazione(15). Quella che doveva essere una economia di stato, non si avvicinava alla sperata ed auspicata economia collettiva, ma apparteneva soprattutto alla classe dirigente.
Lo “stato di diritto” è una realtà recente in questo paese. Prima dell’epoca coloniale, le tribù possedevano e seguivano un codice orale, che veniva custodito, tramandato e applicato dalle autorità come anziani e capi. Queste convenzioni erano accettate e condivise da tutta la popolazione. Con l’arrivo degli invasori europei, questo sistema fu spazzato via e al suo posto leggi straniere regolarono i vari aspetti della vita come la proprietà privata, i salari e la giustizia. Queste nuove leggi rispondevano agli interessi dei coloni e non appartenevano ai nativi, che nemmeno potevano condividerle o accettarle come proprie. In seguito al raggiungimento dell’indipendenza nel 1961, il nuovo stato si è dato una nuova costituzione e un sistema legislativo in linea con le moderne democrazie. Data la sua giovane età, questa nazione non ha ancora acquisito tutti gli automatismi che in altri stati sono scontati.
Lo “stato di diritto” formato da due attori: i cittadini e il governo. I primi sono chiamati ad eleggere i propri rappresentanti e a riconoscere le loro decisioni come espressione della loro volontà. Il secondo, invece, accetta di farsi carico del potere ricevuto e si impegna a legiferare e guidare la nazione secondo le medesime indicazioni date agli elettori. In Tanzania, però, sembra mancare il “senso dello stato” per entrambi i soggetti. Da una parte la classe politica dirigente non risponde ai bisogni dei cittadini, non sembra seguire la loro volontà, dall’altra la gente appare abbastanza estranea e indifferente alle sorti del suo paese e ha perso la fiducia nelle istituzioni che con la loro condotta, anche nel caso della rushwa, hanno perso in credibilità.
In pochi decenni si sono susseguiti tre differenti tipi di sistemi legislativi, di cui solo uno era realmente compreso e percepito come proprio dalla popolazione. I coloni ovviamente non avevano interesse a soddisfare le richieste delle tribù sottomesse, mentre il governo non ha usato sufficiente chiarezza e semplicità per esprimere i concetti delle sue leggi. Anche la comunicazione sociale attuata per rendere noto il suo operato si è rivelata insufficiente e fallace sotto molti punti di vista e per varie cause, tra cui anche il diffuso analfabetismo e il basso tasso di scolarizzazione della popolazione. I membri delle varie tribù, invece, sono rimasti in bilico tra la fedeltà alla tradizione e l’adesione alla nuova convenzione statale, creando così situazioni spesso caratterizzate da malintesi e confusione, in cui esisteva e permane tutt’oggi il dubbio circa la norma da applicare.
Anche il multipartitismo non ha cambiato la situazione poiché l’opposizione è rimasta debole e impreparata. I suoi membri erano spesso politici usciti dal CCM più per problemi personali che per effettive diversità ideologiche, per cui i programmi risultavano essere simili. Inoltre, il primo partito aveva una comunicazione pronta ed efficiente, capillare, mentre gli altri riuscivano a coprire quasi esclusivamente i grandi centri urbani.
Infine, negli anni Settanta, la Tanzania ha aperto le porte anche ai fondi stranieri, allargando una spaccatura tra politici ed elettori che ormai raggiungeva proporzioni preoccupanti: infatti, le principali decisioni del governo non potevano più essere prese in modo autonomo, ma dovevano soddisfare i donatori più che la popolazione. Con la fine della Guerra Fredda e delle guerre ideologiche, sono iniziate quelle per il controllo delle risorse vitali ed economiche. Le varie strategie di influenza messe in atto dagli stati e istituzioni più influenti e potenti a livello mondiale (compresi prestiti, donazioni e aiuti) avevano e hanno come oggetto l’occupazione dello stato, non direttamente politica ma economica, per sfruttare liberamente e controllare le rendite e i flussi di denaro.
La nascita dello Stato di Tanzania, quindi, è stata caratterizzata da cambiamenti che hanno facilitato l’espansione della rushwa e i nuovi servizi richiesti dal sistema statale hanno fatto nascere gli ambienti adeguati per il fenomeno.
Prima dell’arrivo dei coloni, una certificazione poteva essere ricevuta all’interno della comunità stessa, garantita da parenti, amici o comunque persone conosciute e a cui si era legati socialmente in modo inscindibile. Successivamente l’apparato burocratico ha spersonalizzato e cambiato i servizi, il capo tribù ha perso determinati poteri e i soprusi sono stati più facilmente eseguibili. Sempre più soggetti hanno deciso di sfruttare il loro potere nei confronti delle persone, strumentalizzando la loro nuova posizione sociale. Anche la classe politica, non dovendo rispondere delle proprie azioni agli elettori, ha potuto facilmente intaccare per scopi personali le risorse che ai cittadini erano destinate. Attualmente i politici agiscono spesso in funzione di investitori stranieri. L’AAC ne è un esempio e anche le dichiarazioni del Presidente Mkapa, che frequentemente sono riportate sulle pagine dei giornali locali e sono rilasciate in molte occasioni ufficiali, sembrano tentativi di promuovere l’immagine della Tanzania agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, piuttosto che reali basi e programmi operativi. Gli investitori stranieri, a cui sono state concesse delle facilitazioni per avviare la loro impresa, non pagano le tasse per i primi cinque anni. Tramite la rushwa, però, è ormai consuetudine cambiare il nome alla ditta prima di questa scadenza, prolungando così le agevolazioni a tempo indeterminato. Dato che la percentuale maggiore dei ricavi di queste attività ritorna nel paese straniero, e che la rushwa è personale, i soldi che dovrebbero sostenere l’economia locale sono pochi e consistono negli stipendi dei lavoratori e nelle spese sostenute dai dirigenti stranieri vivendo in Tanzania. Inoltre, gli investitori esteri ampliano i propri mercati, (come nel caso degli imprenditori provenienti dal Sudafrica nei campi della telefonia mobile e dei supermercati, o i settori interessati sono pochissimi, come quello estrattivo o turistico.

Il ruolo dei missionari

Non sarebbe giusto definire la Tanzania un paese totalmente corrotto poiché tale affermazione indicherebbe anche un giudizio qualitativo sulla moralità e sull’etica di tutti i singoli cittadini dello Stato. All’opposto, è ugualmente inopportuno condannare solamente in un primo momento i coloni e in seguito gli investitori e gli stati stranieri: la classe politica tanzaniana, se ora non ha possibilità di cambiare la situazione autonomamente, si è comunque lasciata consapevolmente chiudere in circoli viziosi di prestiti e aiuti tutt’altro che disinteressati. Inoltre, simili prese di posizione “terzomondiste” e vittimistiche nascondono un rischio: quello di considerare la popolazione locale come priva di risorse intellettuali, eccessivamente ingenua e incapace di prendere giuste scelte.

Note:(1) Intervista a volontario africano presso un’associazione cattolica secolare.
(2) ibid.
(3) Intervista a cittadino di Iringa.
(4) Intervista a imprenditore locale.
(5) Intervista a missionaria italiana presso un’associazione cattolica secolare.
(6) Intervista a cittadino di Iringa.
(7) Intervista a volontario africano presso un’associazione cattolica secolare.
(8) Intervista a Fra Paolo.
(9) Intervista a un funzionario dell’AAC.
(10) Intervista a cittadino di Iringa.
(11) Intervista a imprenditore locale.
(12) In una scala in cui 10 rappresenta l’assenza e 0 il massimo livello di corruzione, a Tanzania e Zambia è stato assegnato 2.5, al Kenia 1.9. (Fonte:www.trasparency.it)
(13) The Guardian, 20 Luglio 2004, pag. 10
(14) Service provision under stress in East Africa, AA.VV, J. Semboja & O. Therkildsen, 1995, London
(15) Kenia Tanzania, A. Berrini, CLUP, 1989, Milano, pag. 105
(16) Intervista a Fra Paolo.
(17) ibid.
(18) Intervista a cittadino di Iringa.
(19) Dichiarazione di Arusha.
(20) Educazione per l’autofiducia, Julius Nyerere, 1967

Fonti:
-Intervista a volontario africano presso un’associazione cattolica secolare, a missionaria italiana presso un’associazione cattolica secolare, a cittadino di Iringa, a imprenditore locale, a funzionario AAC.

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