Caschi Bianchi Cile

La mia vita con i bambini di strada

Diario di Anna, operatrice in un doposcuola per bambini di strada a Santiago del Cile: esperienza diretta dell’impoverimento nelle sue varie forme, dalla mancanza di un tetto all’ignoranza, sostenuta dalla stampa propagandistica.

Scritto da Anna Mammola (Casco Bianco a Santiago del Cile)

La nostra escuelita (scuolina, ndr), già la sento anche un po’ mia, è aperta ogni giorno, weekend escluso, dalle quattro alle sette. In concreto, si può benissimo chiamare doposcuola, anche se in realtà è molto di più
.L’appoggio che si cerca di dare alla trentina di bimbi che più o meno ogni giorno arrivano è solo in parte scolastico, soprattutto è sostegno umano.  Sono meravigliosi, seppure tanto problematici. Un’idea piccola piccola che sta nascendo è quella di aprire il nostro pulmino giallo (un pullman ormai in disuso messo a nuovo ed adibito ad aula) anche il sabato mattina. Poter condividere un giorno in più con loro sarebbe grande, soprattutto perché l’ipotesi è anche quella di un possibile pranzo insieme, sarebbe un giorno speciale e probabilmente, se studiato bene, uno dei momenti centrali della loro settimana.
Qui tutti si chiedono se il babbo natale della zona Cuneo non sarebbe disposto ad aiutarci a rimettere a posto un cucinino che ormai sta cadendo a pezzi…lo so, si va nel concreto.. ma è necessario.
Le idee sono tutte belle, ma due fornelli e una mezza pentola non danno da mangiare a trenta bimbi,  per di più affamati.
Oltre a seguirli in un’attività di doposcuola dal lunedì al venerdì (che in ogni caso tra poco con l’arrivo dell’estate sarà sostituita da un intrattenimento diverso che sarà più gioco e meno scuola), ci si sta adesso occupando di un ragazzino che per svariati tragici motivi familiari da aprile ha smesso di andare a scuola; il nostro intento è quello di dargli tutto l’appoggio necessario perché possa arrivare preparato alla prova che gli permetterà di passare l’anno senza perderlo, un po’ come da privatista; in più, in attesa che ci siano le condizioni per far nascere una guarderia per i bimbi piccini piccini, si sta abbozzando l’idea di tenere aperta la escuelita anche al sabato mattina (giorno non di scuola) per poter condividere insieme un giorno in più e insieme anche fare pranzo, sarebbe davvero una grande cosa.
Per via di queste nuove attività ho lasciato in questi giorni  un pochino il comedor (la mensa, ndr), un po’ mi spiace, sia per le persone con cui lavoravo (oramai era da un mese e mezzo che condividevo con loro ogni mia mattinata), sia per tutte le persone che ho ncontrato e che iniziavo a conoscere. Ieri, sul tardi, sono passata e la gente fuori che aspettava di entrare a mangiare mi ha salutato con un calore vero e semplice, proprio solo della gente di strada. Proprio in questi giorni sto iniziando a incontrare le persone nelle loro case.
Sabato con un altro volontario sono andata ad incontrare la famiglia di Jonathan: oltre a lui due fratelli- Pato e Miguel- entrambi con ritardo mentale, una sorella di 18 anni con un figlio di 2, una mamma malata e una nonnina schizofrenica in una casa che non è una casa. Abitano in una baracca, ma anche se cadessero i muri e non ci fosse il tetto, salverebbero la televisione, mostro sacro ed intoccabile. Provo una rabbia forte a respirare tanta ignoranza, uno degli aspetti intrinseci della povertà. 
Qui esistono 4 o 5 giornali che sono tutti sotto il monopolio dello stesso padrone: cosa li differenzia? A parte una minima differenza di prezzo, il fatto che se il più pregiato è destinato alla gente bene e dei quartieri alti, l’ultimo è a portata di povero: scoop inutili e sensazionalismi, accompagnati da foto di signorine poco vestite in prima pagina, il tutto scritto in una lingua che non è castigliano, ma puro gergo della strada. La cosa più interessante, ed allo stesso tempo sconvolgente, è il fatto che i giornalisti che scrivono per le diverse testate siano esattamente gli stessi: cosa vendere ai poveri e agli ignoranti? Qualcosa che li possa mantenere nel loro stato di povertà ed ignoranza, perché non capiscano la loro situazione e non provino ad alzare la testa per cambiarla.
Non so a chi dare la colpa. “Dobbiamo farci perdonare dai poveri quello che facciamo per loro”, ho letto l’altro giorno da qualche parte.

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