Caschi Bianchi Russia

Un porto di mare dai mille colori La mia casa famiglia

La nostra casa famiglia è situata in un quartiere povero, lontano del centro, dove non si trova praticamente niente di importante…

Scritto da Alice Bonavida, Casco Bianco ad Astrakhan

La nostra casa famiglia è situata in un quartiere povero, lontano del centro, dove non si trova praticamente niente di “importante” dal punto di vista culturale o sanitario, con l’eccezione di un piccolo ospedale non molto lontano da casa. Nel nostro quartiere viviamo pressoché tutti (con l’eccezione di qualche palazzone-condominio sovietico) in casette di legno, che se pur sono povere, sono caratteristiche. Sempre nel nostro quartiere le strade, se non quelle principali, non sono asfaltate, non c’è un sistema fognario, per cui tutte le case hanno un buco, chiamato “canalisatio” fuori dalla casa, abbastanza profondo, dove viene raccolta l’acqua sporca. E ogni 2 settimane circa, chiamiamo un’azienda (il comune questo servizio non lo garantisce!) che a pagamento lo svuota con una pompa gigante.

Gli abitanti della casa sono colorati come la città di Astrakan. La nostra casa-famiglia è veramente un porto di mare, ma i personaggi “costanti” sono: Lea, la “mamma” di tutta la banda vivace, che gestisce la casa con determinatezza e bontà. David, un ragazzo tedesco che fa il servizio civile presso la Caritas, che rimarrà lì fino a luglio e poi mancherà a tutti.
Svetlana e suo figlio Albert, armeni, che frequentano la comunità già da molto tempo, dormono in un’altra casa col nonno di Albert, Spartak, che lavora a tempo pieno in un ristorante giapponese, ma praticamente passiamo tutta la giornata in compagnia. Svetlana ci dà una grande mano, è una donna di polso, molto umana e simpaticissima. Albert, diciottenne, ha un ritardo mentale, parla russo e armeno, ma in entrambe le lingue trova difficoltà a pronunciare le parole. Ha una passione sfegatata per la musica pop armena, per le macchine e le donne (il suo sogno sarebbe di portare due donne in giro nella sua limousine). Fa sempre gli stessi discorsi, “Tu Italia, io Armenia, tu djewutscka, ragazza, io ragazzo!” E poi mi chiede, kak dela? (Come stai?), io “Bene”, e lui “Perché?”. Albert è una persona squisita, molto dolce e sensibile. Ora lui è tornato per qualche mese in Armenia e io non riesco a immaginarmi quella casa senza di lui.Assieme ad Albert, il personaggio più buffo della casa è Angelika, una ragazzina di 12 anni quasi totalmente sordomuta, sente pochissimo (ha un apparecchio da un anno, ma non ci si ancora veramente abituata. È stata operata a Mosca l’anno scorso), e dice solo qualche parola, ma è fantasticamente espressiva, ride tantissimo e si sente, ha la risata da cartone animato! Con lei ci si intende subito, per lei russo o italiano non fa troppa differenza, i segni si capiscono sempre, lei è internazionale. Prima di arrivare in casa-famiglia, Angelika viveva con i genitori, entrambi alcolisti. Il padre però aveva dei problemi psichici che l’hanno portato a bere. Angelika viveva praticamente in strada, non frequentava la scuola e si ammalava molto spesso. Così lo stato l’ha affidata all’associazione. Per Angelika i primi mesi sono stati difficili, di notte le venivano molti incubi, e non era abituata a dei pasti regolari, dato che non mangiava quasi nulla. Ora è una ragazzina piena di vita e di entusiasmo, che cerca la vicinanza delle altre persone, seppure coi metodi tutti suoi: ama fare gli scherzetti e dare i bacetti salivosi.

In casa abita anche Katja, una ragazza di 26 anni, che sta facendo il programma di recupero dalla tossicodipendenza. In Russia l’eroina, così come l’alcool, è un problema molto comune. È arrivata nel paese tutta in blocco con la caduta dell’Unione Sovietica.
Katja ormai è con noi da un anno, è molto intelligente, riflessiva e attenta, sorride spesso e le piace scherzare. Sicuramente è dura seguire il programma, soprattutto con quasi 10 anni di dipendenza da eroina alle spalle, anche perché nella casa-famiglia si respira un clima familiare: da un lato la vita è più armonica che in una comunità terapeutica, dall’altro lato però è difficile; lei ha delle regole fisse a cui si deve attenere, orari molto rigidi, mentre gli altri no, perché nessuno ha un programma da seguire. Per lei è però importante avere queste regole, poi in futuro potrà ritrovare il suo ritmo naturale! Io spero tanto che riesca a passare questa fase che è ancora critica, ma la vedo piena di voglia e di energie positive.In casa fino a poco tempo fa abitava anche Nastja (forma affettiva di Anastasia), una ragazzina di 17 anni, che in questo periodo si trova dalla sorella. Lei ha vissuto per i primi 13 anni sulla strada, è una persona che ha bisogno di molto affetto, e talvolta cerca di ottenerlo con modi un po’ “estremi”. Essendo stata una ragazza di strada ha una faccia tosta, conosce e fa uso di un sacco di parolacce e nel suo brontolio talvolta è proprio buffa. Anche lei è molto dolce; quando vengono i bambini della vicina, soprattutto con la più piccola, sembra una mamma, è molto premurosa.

Fino poco tempo fa viveva anche Natascia con noi, una signora di 55 anni. Lei ha vissuto per molto in strada, dormendo in una casa abusiva, dove vivono otto persone in 2 stanze piccolissime, senza vetri alle finestre, dove non c’è né riscaldamento, né acqua né elettricità. Natascia è una persona di grande semplicità e creatività, è molto brava con i bambini ed è un’amante di romanzi gialli e rosa.

Quotidianamente vengono le figlie della vicina, tre bambine pienissimi di energie: Diana la più grande, ha quattro anni, Bjaleta ne ha quasi tre, mentre la più piccola Svetlana, affettuosamente chiamata Svjeti, ha circa un anno e mezzo. Ogni tanto viene anche il loro cuginetto, Djinis, un bimbetto di 5 anni, una piccola peste. Dato che vivono nella stessa casetta crescono come fratelli.
Le mamme, entrambe, bevono molto, soprattutto la mamma di Djinis. La loro è più una catapecchia che una casa, manca il gas per cucinare e spesso anche per scaldarsi. Il papà delle tre bimbe, è in carcere per furto.
In pieno inverno i bambini arrivavano da noi con i piedini congelati, e ora che fa già più caldo, vengono lasciati fuori dalla porta di casa dalle mamme. Io penso che non sia solo un fatto di povertà, perché nonostante non abbiano il gas per scaldarsi, hanno una televisione in casa. E la mamma delle tre bimbe lavora, non guadagna bene, ma intanto possiede un cellulare di nuovissima generazione. Forse l’acquisto di un po’ di cibo e la riparazione della stufa sarebbe stato più intelligente di permettersi tanti beni secondari! D’altro canto però, per noi che non abbiamo vissuto quel contesto, è facile giudicare, è facile accusare queste persone. Le due mamme, sorelle, anch’esse sono cresciute in un contesto familiare simile a quello che ripropongono ai propri figli, i loro genitori bevevano, anche loro non hanno imparato cosa vuol dire famiglia e pensano che sia normale che un bambino cresca in strada.

Per completare la presentazione della nostra famiglia allargata, non bisogna scordarsi di Dascia, una bimbetta di 7 anni molto birbante, che si ferma due giorni alla settimana da noi. La mamma lavora questi due giorni fino a tardi. Dascia sprizza di energia e da grande farà la cantante se conserverà la passione per il canto e l’abitudine di svegliare tutti presto la mattina con la sua voce saltellando per la stanza.Sono stati tre mesi, in cui sì, ci sono state le difficoltà, ma in cui la bellezza delle persone semplici, delle piccole cose, dei gesti, dei sorrisi dei tanti bambini, il vivere tante esperienza, il conoscere tanta gente e, attraverso questo anche il conoscere me stessa, sovrastano di gran lunga le ombre di

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