Secondo i dati del Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF), basati dei dati dell’Ausländerzentralregister (AZR), tra il 2022 e il 2025 oltre 1,1 milioni di cittadini ucraini hanno beneficiato in Germania della protezione temporanea prevista dall’Unione Europea[1]. Le città di Brema e di Bremerhaven hanno accolto migliaia di persone, specialmente donne, bambini ed anziani, tramite un sistema di tutela che comprende alloggio, assistenza sanitaria, sostegno economico, accompagnamento scolastico e lavorativo. Accanto al sistema istituzionale, un ruolo decisivo è svolto da chiese, associazioni e reti di volontariato.[2]
Tuttavia, i bisogni delle persone fuggite dalla guerra non sono solamente materiali. Alla perdita della casa e del lavoro, infatti, si affiancano solitudine, sradicamento e fragilità psicologiche, che colpiscono in particolare gli anziani, separati dai familiari nelle zone di guerra. È in questo contesto che, durante il mio anno di servizio civile a Brema, ho modo di incontrare tante persone, e conoscere molte storie: come quella di Tania e suo marito Parvin, inseriti nella rete costruita attorno al Raphael Oase (banco alimentare) e ai pranzi e alle cene in strada con la Comunità di Sant’Egidio.
Tania arriva a Brema due anni fa per raggiungere Parvin, che vive in città già da un paio di anni. La prima percezione è stata immediatamente quella di un luogo sicuro, abitato da persone solidali. “Era strano per me”, mi racconta, “trovare così tante persone disposte ad aiutarmi per il solo fatto di essere ucraina”.
Lo stesso giorno ha conosciuto Martin e Kerstin, responsabili dell’organizzazione dei pranzi in strada, un appuntamento che per le persone senza fissa dimora e per chi vive diverse forme di povertà relazionale rappresenta un’importante occasione di relazione ed amicizia. Tania percepisce subito che non si tratti di un semplice aiuto, quanto di una vera e propria missione: “E’ importante avere tutti obiettivi comuni, ed aiutarsi a vicenda. Anche quello che fai tu si unisce alla missione di Martin, e tutti insieme possiamo fare molto di più”. Entrambi partecipano sia ai pranzi che al banco alimentare, offrendo spesso qualcosa di semplice ma essenziale: un sorriso. Per molte persone, specialmente anziane, quando manca una lingua comune, ciò vale più di mille parole. Infatti, alla domanda su cosa l’abbia aiutata di più nei primi tempi in Germania, Tania risponde senza esitare: le persone. Più ancora del cibo e dei vestiti, ciò che fa la differenza per chi lascia il proprio Paese in guerra è la comunicazione e la comprensione. Spiega: “Quello di cui specialmente gli anziani che vengono dall’Ucraina hanno bisogno non è solo il necessario per vivere, quanto il sostegno psicologico”. La difficoltà più grande è la lingua: Tania, insegnante di inglese, è stata più fortunata, ma per molte altre persone questo ostacolo resta enorme, specialmente nel contesto sanitario o amministrativo. La barriera linguistica rende spesso necessario l’accompagnamento: Tania racconta di aver aiutato una donna anziana in ospedale, in farmacia, in banca. È in questi spazi ordinari e quotidiani, che, per altri, la solidarietà prende una forma concreta.
[1] BAMF – Bundesamt für Migration und Flüchtlinge – The Brief Analyses – The change in the population structure of Ukrainian refugees in Germany between the end of 2022 and mid-2024
[2] https://welcometobremen.de/en/ukraine/
Luoghi come il Raphael Oase, a cui si recano, ogni venerdì, dalle due alle tre centinaia di persone, specialmente ucraine, sono fondamentali per molte famiglie. Organizzato dalla comunità parrocchiale di St. Raphael, qui non si trovano solo cibo e vestiti: il banco diventa un vero e proprio Treffpunkt, luogo di incontro, in cui conoscere altre persone, scambiarsi qualche parola di conforto. Per gli anziani si tratta, spesso, dell’unica occasione per parlare con qualcuno.
Tania racconta di amicizie nate proprio lì, durante la fila: persone provenienti dalla sua stessa città, Dnipro, o dalla regione di Zaporizhzhya. Quando qualcuno non può muoversi, come Leonid, anziano e solo, sono loro ad offrirsi per portare la spesa: “Sono sempre felice di vedere Parvin”, dice, “nonostante la grande differenza di età, la comunicazione più bella è il sorriso”. Anche l’amicizia di Kostie e Olena costituiscono legami che rendono l’attesa e la distanza più vivibile.
Tania non si è mai sentita sola a Brema, anche grazie a Parvin: “Siamo sempre in movimento, stiamo davvero poco a casa”, dice sorridendo. Incontri, visite, rendersi utili per gli altri sono i motori che animano le loro giornate. Insieme abbiamo condiviso un’esperienza molto bella a Würzburg, in occasione dell’incontro nazionale della Comunità di Sant’Egidio. Durante il viaggio in macchina, Tania mi ha raccontato quanto l’abbia colpita vedere così tante persone, specialmente giovani, disposte ad aiutare il prossimo. Questo le ha portato alla mente le opere di volontariato che svolge in Ucraina, quando torna a casa per prendersi cura dei genitori e vedere i due figli, entrambi maggiorenni. I ragazzi vogliono restare ed aiutare: è una scelta forte e consapevole. Aiutano le persone che hanno perso casa ma, soprattutto, organizzano vie logistiche per inviare ciò che manca agli amici, oggi soldati… ragazzi giovanissimi, come loro, che necessitano di vestiti, telefoni, cibo, quando, molto spesso, si rimane senza niente nei bombardamenti di poche ore.
Attualmente, Tania si trova in Ucraina: in queste settimane, lavora in una scuola con bambini di otto, nove e dieci anni affetti da disabilità, accompagnandoli nella lettura, nella scrittura e nell’apprendimento. Nel pomeriggio frequenta la chiesa, luogo centrale della vita del paese, nei pressi della città di Dnipro, dove trovare aiuto e sostegno. Anche i suoi figli sono coinvolti: aiutano in chiesa, partecipano attivamente e, dice, la fede in Dio dona speranza a tutti loro.
Per Tania, la pace significa una cosa molto semplice, quanto all’apparenza scontata: poter dormire. “È durissimo uscire la mattina, dopo aver dormito poco a causa dei bombardamenti, e vedere le case distrutte”.
Il giorno stesso di questa intervista in videochiamata, mi racconta che alcune persone sono state uccise poco distante dal suo paese: la morte è diventata, ormai, una realtà quotidiana. Il desiderio più grande è che tutto finisca, che i giovani soldati riescano a tornare a casa.
Il servizio militare in Ucraina non è obbligatorio per tutti, ma si basa su contratti volontari. Molti giovani, mi spiega, scelgono consapevolmente e desiderano diventare soldati. Per altri, questa prospettiva risulta difficile o non percorribile, perché non vogliono interrompere un percorso di studi o una formazione avviata. Inoltre, una parte delle persone in età militare vive già all’estero, in Paesi come la Francia, la Germania o l’Italia. È previsto un colloquio in cui dichiarare se si intende arruolarsi o contribuire in altri modi: i medici, per esempio, non possono essere arruolati, così come uomini impiegati in altri settori strategici. Alcuni amici dei figli di Tania hanno deciso di arruolarsi fin dall’inizio della guerra: uno di loro, oggi ventenne, è soldato già da due. Si tratta di una decisione che coinvolge intere generazioni e che segna profondamente la vita delle famiglie. Continua Tania: “I bambini arrivano a scuola stanchi, hanno solo voglia di dormire. Spesso raccontano che vorrebbero che il padre torni a casa: la guerra è una tragedia non solo per il Paese, ma per ogni famiglia. Quando mi chiedono il perché di ciò che sta accadendo, non so quasi mai cosa rispondere…” Mi racconta che il Paese è diventato irriconoscibile: l’acqua è sporca, il suolo inquinato, e ogni famiglia ha un dolore personale che si aggiunge a quello collettivo. Per Tania è il fratello Sergei, morto soldato, lasciando dei figli e un nipotino. “Il bambino non vedrà mai suo nonno”: è questo il volto più crudele del conflitto…
C’è, però, sempre spazio per la speranza: il centro di aiuto nato in chiesa si chiama, non a caso, “Hope”. È qui che Tania trova la forza di andare avanti: “Credo nel bene e in Dio”. Ed è questa fede, insieme alle relazioni, a continuare a tenere viva la speranza anche nel cuore della guerra.
Conoscere le storie di persone come Tania e Parvin mi aiuta a comprendere come l’accoglienza non risolva il dolore dell’incertezza, ma doni spazi di dignità, continuità e responsabilità condivisa. È un lavoro poco visibile, ma essenziale, che attraversa la vita delle persone che incontro ogni giorno e che mi interroga quotidianamente: si tratta di percorrere assieme un pezzo di strada, di condividere il tempo dell’attesa del ritorno a casa e a custodire la fragilità che ogni incontro porta con sé.
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