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Caschi Bianchi Kenya

In quel cerchio allargato di nulla

“Quando anche i più piccoli sono buttati via, privi di considerazione, liberi di farsi del male e di sopravvivere senza vita, ecco che una società si mostra in tutto e per tutto: nel suo limite ultimo, nella violenza più atroce, nel disumano”. Con queste parole Gabriele Galli, Casco Bianco Apg23 a Ndola, in Zambia, inizia a descriverci la metropoli di Nairobi in Kenya, dove ha trascorso un mese durante il rinnovo del visto zambiano.

Scritto da Gabriele Galli, Casco Bianco Apg23 a Ndola

Sono passate tre settimane dal nostro arrivo in questa metropoli, regno di potenti e di inutili. È in questa seconda parte della città che si trova la comunità, è qui che accoglie in un casone in legno e lamiera una ventina di ragazzi arrivati da storie e vicoli diversi, chi da baracche e chi invece direttamente dalla strada. Qui si tocca con mano la realtà delle contraddizioni umane, dove ogni giorno lo sguardo si illumina di un sole che rende ancor più chiara la povertà e lo stremo a cui può arrivare l’uomo, anche e soprattutto bambino. Quando anche i più piccoli sono buttati via, privi di considerazione, liberi di farsi del male e di sopravvivere senza vita, ecco che una società si mostra in tutto e per tutto: nel suo limite ultimo, nella violenza più atroce, nel disumano.

Camminando tra le baracche in queste città in miniatura, piene di vite ma senza una vita che si possa definir tale, l’odore è il primo istintivo richiamo. Ancora prima della vista, avvicinandosi alle baracche, sono le fogne e l’aria pesante ad accoglierti, fuochi ovunque di immondizia a cielo aperto che solcano l’azzurro secco in un caldo quasi desertico, che parla, che urla, si brucia di tutto per far scomparire il poco che si riesce, plastica e scarti, gli stessi di cui loro si sentono parte. Un sentiero sterrato accompagna fino alla linea immaginaria che divide lo slum da un fosso, tra la “vita” e la morte.
In alcune strade sembra impossibile respirare, ti senti in gabbia, non hai modo di prendere fiato. Vorresti buttar fuori tutto il fumo denso che entra nei tuoi polmoni ma hai paura di non trovare sollievo. In alcuni luoghi l’odore è così forte e costante che è difficile trattenere il vomito che senti crescere dentro, non ci sei abituato. Sei circondato però da persone che di quell’aria hanno pieno il torace ogni giorno, che di quella ciminiera e di quell’immondizia ne fanno linfa vitale.
E dalla baraccopoli la strada: un trampolino su un mare di povertà. Camminiamo su ammassi di immondizia che circondano baracche di sopravvivenza in cui ognuno cerca di vendere il poco o niente che ha: un po’ di frutta e verdura, dolciumi, chapati. A passo incerto e impreparato di chi non sa cosa gli si parerà davanti, in pochi istanti ci muoviamo, oltre le baracche, su di una ferrovia che poggia sul vuoto e poi dritti verso una rotonda gigante, sopra cui passa un’autostrada, sotto cui muoiono lentamente troppe vite. Incontrare i ragazzi che di un ponte fanno il loro tetto è lacerante, è toccare con mano la fine, di chi non sa più dove sbattere la testa.
La rotonda è circondata dal caos, persone di ogni tipo, la gente attraversa senza curarsi del fatto che un auto possa travolgerli da un momento all’altro, forse in alcuni casi è proprio ciò che vorrebbero, alcuni addirittura sono così storditi dalle droghe che si mettono in mezzo alla strada, a bloccare le macchine per provocare gli autisti. E poi al centro la rotonda, immensa e vuota, ma solo apparentemente.

Avvicinandoci, le vite umane piccole e grandi sembrano spuntare da ogni buco o nascondiglio invisibile, attratti dai wasungu salutano dando il pugno e si fanno spavaldi, ma gli è praticamente impossibile nascondere il loro stato: i più sono fatti, completamente storditi dalla colla che inalano da una bottiglia di plastica o dalla stoffa che stringono in mano intrisa di benzina e che portano alla bocca con un movimento quasi automatico, come fosse acqua ne fanno uso ed abuso, entrando in un mondo che solo loro conoscono e da cui è spesso difficile portarli via.
Dormono in tanti in quella rotonda, vivono, mangiano, si fanno, vengono abusati e presi a botte, solo la notte conosce realmente ciò che vedono quegli occhi stanchi. Per molti di loro la vita è lì, il tempo scorre in quel cerchio allargato di nulla, dove le uniche pareti sono le auto in movimento che corrono come a significare che comunque le cose vanno avanti così, come quotidianità, tutto va e ti passa a fianco a 50 km/h.

In quell’inferno dove vivo io

Tra i ragazzi, che potrebbero avere tra i 9 e i 20 anni, vivono e dormono diversi cani randagi, in mezzo alla sporcizia ci sono alcuni materassi di gomma piuma completamente mangiati dal tempo, è lì che chi viene circonciso dai più grandi, per un passaggio “all’adultità”, viene lasciato per qualche giorno a riprendere le forze, abbandonato, bloccato, nella brutalità di un gesto che in quel contesto ha ormai perso ogni significato ma che viene ancora attuato, forse più per abitudine che altro.
Chiacchieriamo per un po’ di tempo con loro, si avvicinano, “un bianco in mezzo a questo schifo? Che cosa ci fai qui?”. È un evento unico per loro e per la gente che vede che ci fermiamo in quel posto così strano, così dimenticato e sporco. Si avvicinano come zombie, barcollanti e con gli occhi spenti, bruciati dalla droga faticano a reggersi in piedi. Dove siano, mentre mi guardano e parlo con loro, non lo so ma sicuramente molto lontano da qua. Gli chiediamo se conoscono un posto meno confuso e caotico dove spostarci, ci dicono che lì vicino c’è una delle diverse basi dove vivono altri ragazzi, e non solo. Dopo la rotonda infatti, oltre i matatu, i banchetti e i mucchi di immondizia bruciata, girando qualche via, arriviamo in uno spiazzo dove troviamo diversi ragazzi… e ragazze, alcune di loro con i figli piccoli, di 1 o 2 anni, e tutte, anche loro, occhi spenti e bottiglia o fazzoletto in mano. Ci fermiamo e ci uniamo in cerchio, chiediamo a chi vuole aggiungersi a noi di sedersi dove riesce, su blocchi di cemento o montagne di rifiuti, su quello che si trova.
La bella discussione che si crea inizia con una preghiera in cui sempre e nonostante tutto ognuno ha qualcosa per cui dire grazie, per cui lodare Dio, un Dio molto più vero in mezzo a quella spazzatura che in molte chiese nei dintorni.
Poi iniziamo a parlare, gli chiediamo come si chiamano, perché sono in strada e di cosa sentono di avere bisogno. Uno per uno i ragazzi si alzano e dicono la loro, c’è spazio per tutti, si cerca di dare voce a ciò che non sembra interessare a nessuno: cos’hanno dentro e quale grido devono tacere. Mentre la discussione va avanti non riesco a fare altro che osservare una ragazza e la sua bimba, Mary, che avrà sì e no 1 anno e mezzo, cammina fra l’immondizia e cerca qualcosa che possa attirare la sua attenzione, che la possa distrarre dalla fame o dal cercare l’interesse della madre. Con un altro bimbo si mettono a giocare, gli bastano due cd, infilano il dito al centro e li fanno girare, potrebbero continuare per ore e almeno, in quel mondo, riuscirebbero a non pensare ad altro. Ma ciò che più di tutto mi paralizza è la scena che segue poco dopo, la bimba si avvicina alla madre che seduta su un blocco di cemento respira da un pezzo di stoffa qualcosa di cui non può fare a meno. Mary cerca la sua attenzione, vuole che la madre la prenda in braccio ma lei non lo fa, la prende e la fa sedere dietro di se, dopo un po’ si alza, distratta sniffa e barcollando si risiede, senza accorgersi di avere sotto di sé la mano della figlia. Ecco un grido e un pianto, ma negli occhi della madre il vuoto, è spersa e non sembra capire quello che succede, non è più in grado di udire il pianto disperato della figlia, sembra non riconoscerlo, non sa cosa fare, e il suo sguardo è perso mentre su di lei si aggrappa con disperazione il suo ricordo più grande, la sua stessa vita.
Quel giorno i ragazzi che hanno mangiato con noi erano 60, chissà quanti ancora ce n’erano, chissà quanti ancora sono lì, tra la polvere e i sogni, a cercare senza più forza nelle gambe di afferrare prima o poi se stessi, una qualche dignità e promessa di riavere davvero uno spicchio di esistenza che appaia reale e vivo.

La senti, quella vita che urla?

In quegli occhi la vedi
una vita
in disumana preghiera.
Barcolla e urla
in un silenzio che non ha confini
in un corpo che non ha ragioni
che non trova risposta
che in un mondo diverso
lì, lui cerca verità,
dove non pare
più
esserci
alcuna vita.

Guardando gli occhi, il corpo e le vesti di un bambino in mezzo a una rotonda, si legge una preghiera vivente, fatta ad ognuno di noi. Appeso a un filo che fatica a tendersi per tenerlo in piedi, in quella poca umanità, parla e chiede scusa, ringrazia, per ogni cosa che non ha, e che gli viene portata via ogni giorno dalla società che ingloba quella vita umana, che gli toglie il respiro, il cibo, neanche più quello mangia, si nutre di colla, di aria, di nulla.
Le immagini continuano a scorrere nella mia mente, i loro sguardi, i solchi lasciati dallo sporco e dalla strada sulla loro pelle, tutto ciò che chiedono è qualcuno che li cerchi dando loro una speranza, ci urlano di uscire dalle nostre case, ma lo fanno in silenzio, ci chiedono di ascoltare le loro storie per non essere dimenticati e soffocati dalla nube di fumo della città che se li inghiotte giorno per giorno finché non li uccide.
E così ci parlano, ci pregano di smetterla di cercare riparo dentro quattro mura per proteggere noi stessi dal mondo, scappandone ogni giorno. E noi invece, ora più che mai, facciamo di un tetto la nostra quotidianità abituando i nostri occhi all’oscurità che ci circonda, incapaci di riaprirli ad un cielo così grande e pieno di sentieri da percorrere, di persone che ci seguono con lo sguardo e ci chiedono di stare lì, di fermarci, a piangere con loro, per poi rialzarsi in piedi insieme.
In questa Nairobi mi hanno detto che il cielo così limpido e pulito è il volto di Dio, dicono che il sole e la luna sono gli occhi del signore che si alternano a dar luce e protezione al mondo, e che nel cielo infinito c’è la conoscenza di Dio, è così che vive in tutto e riesce sempre ad essere con noi. Me l’ha raccontato Kadogo, un ragazzo che ha vissuto in strada per molti anni, dice che Dio non lo lasciava solo neanche prima, quando la polvere era il cuscino su cui poggiare il proprio volto e cercare riposo. Con una sicurezza così grande di un Dio che ci protegge e che possiamo costantemente vedere, cosa ci spaventa nell’andare incontro a chi Dio lo vede anche nel buio della notte più scura?