Caschi Bianchi Tanzania

L’ultima goccia della penultima sera

Le difficoltà quotidiane di comunicare e cooperare alla periferia di Iringa.

Scritto da Anna

Sono le sette di sera di giovedì, è già buio, e sto tornando verso casa, dopo una giornata passata con Frida; la bimba di 6 anni “coinquilina” di John. Mentre saluto, vedo un’ombra che cammina a fianco del muro della casa a fianco, strisciando la mano lungo la parete liscia.

John… John vede la madre e rallenta il passo; poi vede me; e mi guarda con quello sguardo, di chi fa il furbo, di chi ha paura.
Si rifugia in me per non dover andare verso sua mamma. Guarda me, poi guarda lei, guarda me di nuovo… Credo abbia capito, in quel preciso momento che le cose quella sera non sarebbero andate bene.

“Ciao John! Come stai? Ti ho cercato oggi, dove sei stato fino a quest’ora?” Gli chiedo. Speravo con queste domande di togliere dai suoi occhi quello sguardo di paura mista a incomprensione, che si teneva dentro.
“Sono andato fuori per comprare la cioccolata…” La madre lo interrompe. Con quella voce stridula e puzzolente, con le parole che si mescolano tra loro, balbettando. Mi fa rabbia, mista a compassione.

John è stato sgridato e picchiato dalla madre, perché è stato fuori di casa troppo tempo, e perché doveva tornare prima. In verità alla mamma non interessa sgridare o meno il figlio, il problema è che io sono lì presente, e lei ha l’obbligo di preoccuparsi del figlio: ha l’obbligo, in quel momento di comportarsi da madre.
Tutta la giornata l’ha passata fuori casa, a bere pombe o ulanzi, (birra locale) con i suoi altri due figli, due gemelli, Maiko ed Anita, di 2 anni ognuno, che le facevano compagnia.
Quando un genitore sgrida un figlio, sotto una voce forte e autoritaria, si cela sempre un tono amorevole e una ragione valida. Ma questo non c’è nelle parole di Mama John.

Mi chiedo cosa può passare nella mente di un bambino che viene sgridato e picchiato per un motivo che non gli è chiaro, e da una persona che magari non riconosce nemmeno come sua madre.
Mi pare che John si ritenga sempre meno figlio di sua madre, e sempre più figlio di nessuno. La rifiuta, la allontana, perché ha capito di essere più sveglio di lei.

La mamma lo prende per il braccio e lo porta in casa, strattonandolo. Mi allontano, e dentro quello che sento è rabbia, è impotenza, è un peso all’altezza della gola che brucia dentro. E gli occhi diventano umidi.

Entro dal cancello di casa in silenzio, e Zwena mi saluta con il suo solito modo, un po’ invadente, un po’ burbero, e io la allontano, perché non ho nemmeno la voglia o la forza di scherzare. Cerco un posto un po’ isolato, ma in una casa famiglia, anche se così grande, mi sembra difficile. Passo due minuti in camera e poi mi dico, “Dai, è passata, è solo una delle tante volte, e per loro la vita funziona in modo diverso.” Cerco di trovare delle scuse.

Ricordo che Marina, su consiglio di Giuseppe e Luca, ha promesso alla mamma Sanyaghi che se avesse dimenticato ancora una volta il figlio fuori di casa, avrebbe riportato tutta la sua famiglia al villaggio: “Di opportunità te ne abbiamo date, ora devi scegliere!”
E in un attimo, quella fitta alla gola ritorna, e fa male.
E in un attimo immagino John di nuovo al villaggio, e i suoi due fratelli.
Mando giù e respiro. “Non lo faranno”, mi dico “Volevano solo provocarla.” Esco dalla camera. “Dai, magari ti fa bene cambiare aria e non stare da sola.”

Non faccio in tempo a entrare in cucina.
Marina piange, e parla con Luca e Giuseppe. Non voglio ascoltare. Apro la porta, e subito vengo accolta dal sorriso dolce di Simo, che senza pensare mi dice: “Hai saputo?”

L’indomani John, con la sua famiglia, sarebbe tornato al villaggio.
L’aria è pesante in casa. Ma è giusto così…
Il giorno dopo la macchina è pronta, i gemellini pure, i vestiti, sporchi, sono tutti arrotolati in fagotti giganti, pronti a essere caricati in macchina.
Ma John non c’è. O si è accorto di tutto ed è scappato, o non ha capito niente, e con la naturalezza di sempre è andato da un amico. La sua versione è la seconda. Ma mi rimane qualche dubbio.
In ogni caso, ha ritardato solo di un giorno i saluti. Il tanto che mi è bastato per capire che forse era davvero meglio così.
John tornerà al villaggio. E probabilmente tornerà ad essere la bestiolina che era prima di arrivare qui, senza regole, e magari senza nemmeno una figura che lui voglia chiamare mamma.
E Maiko ed Anita, i suoi fratellini… chissà se ricorderanno qualcosa.

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