La missione di Pero
La prima volta che ho visto Pero, circa sei mesi fa, era a tavola, seduto sulla sua carozzina. I ragazzi mi hanno spiegato che Pero veniva spesso a mangiare da noi per pranzo, perchè viveva da solo e la Comunità da più di tre anni mandava tutti i giorni un ragazzo ad alzarlo e metterlo a letto.
Pero viveva da 15 anni su una carozzina elettrica a causa dell'artrosi muscolare che lentamente lo bloccava sempre di più. Riusciva quindi a fare molto poco autonomamente, e aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse in tutto.
Per quattro mesi l'ho visto a pranzo, sostare un po' li fuori, parlare un po' con ragazzi e ragazze e poi tornare a casa.
Un paio di volte sono anche andato a casa sua per vedere un film o per una cena a base di pollo e patate. Ma parlare con lui non era molto di più di Buon Giorno e Arrivederci, e in croato per di più.

Il ragazzo che già da tempo lo seguiva diceva di voler uscire dalla Croazia per fare un'esperienza all'estero. Tutti, io compreso ci chiedevamo chi sarebbe andato al suo posto. Pochi giorni prima che Ivica partisse, Enrico, il responsabile, mi ha proposto di seguire Pero per un periodo non particolarmente lungo. Panico: non so la sua lingua, e lui ha bisogno di tutto.
Un po' dubbioso ho accettato la proposta, e dopo aver visto come fare una sera e una mattina, è iniziata l'avventura andando da solo una mattina di metà Maggio.
Descrivere quei momenti mi viene un po' difficile, ripensandoci però mi viene da sorridere, soprattutto perchè per fare una cosa di 30 min ho impiegato un'ora e mezza. Non so quante volte mi ha ripetuto le cose, e non potendo gesticolare, ogni volta era come la prima per me. Per fortuna al secondo giorno le cose son migliorate parecchio, 40 minuti e Pero era pronto.
Questo impegno l'ho portato avanti per circa 3 settimane, perchè dopo ha iniziato ad andare l'altro Casco Bianco che era con me.
Il periodo in cui andavo da Pero è stato per me molto bello e formativo; perchè ho dovuto imparare un bel po' di parole croate tra cui ''koljeno'', e devo dire che Pero aveva sì bisogno di tutto, ma quello che ti poteva dare, te lo dava senza neanche accorgersene.
Mi ha insegnato a far le cose piano perchè più veloce non si poteva, a non accontentarsi di quello che la vita ti offre, perchè se ti impegni e usi la testa, un po' di più lo si può ottenere. Mi ha insegnato che con la giusta tecnica, anche un ''piccolo bambino'', come lui mi chiamava, può spostare e girare un uomo un po' più grande e più pesante come era lui.
Eh sì, ''Era'', perchè il mio amico Pero ci ha lasciati circa un mese fa.
Ho voluto ricordarlo, perchè mi sembra il modo migliore per ricordare una persona che, pur avendo avuto una vita difficile, ha insegnato a vivere e a rivivere a molte persone.
Giacomo Lazzari sett 2010
Sono a Veliki Prolog nella mia nuova comunità. Io e Giacomo abbiamo cambiato struttura, come da programma. Mi sento bene, sereno anche se il cambiare struttura potrebbe significare un nuovo periodo di adattamento, conoscenza, comunque sento dentro di me un senso di continuità di cammino della mia esperienza qui in Croazia.
I volti che mi accolgono non sono completamente nuovi per me, quasi tutti li avevo conosciuti in vari momenti di festa a cui partecipava l’intera comunità. L’accoglienza è tranquilla, serena come se tornassi in famiglia, ma ogni tanto la mia testa corre alla sera, al pensare a come me la caverò con Pero, ora che non c’è più Giacomo ad occuparsi di lui. Questa non è mai stata una novità per me, ma il pensiero di iniziare subito la prima sera non mi lascia molto tranquillo.
Per mia fortuna mi accompagna Igor, che parla italiano e ha molta esperienza con Pero, e mi guida passo passo su come mi devo muovere.
Una delle mie paure principali è la lingua, il non riuscire a capire completamente quello che Pero mi chiede di fare, oppure ho paura di fargli male, oppure che possa cadere. La prima sera da solo è andata, senza la guida di Igor, è bastata solo un’ora e trenta minuti per un aiuto che ne richiede al massimo…
Ma chi è Pero? È un uomo di 45 anni affetto da distrofia muscolare progressiva che circa 5 anni fa ha chiesto alla comunità se poteva essere aiutato nell’essere messo a letto, lavarsi, alzarsi insomma in tutte quelle cose che lui, vivendo solo, non riusciva più a fare. La comunità ha risposto di sì, e ad occuparsi di lui si alternavano i ragazzi in programma terapeutico. Con il passare del tempo Pero è diventato uno di famiglia, infatti era spesso a pranzo da noi, erano immancabili le sue partecipazioni alle feste di compleanno o vari momenti di festa.

I giorni passavano, la mia dimestichezza aumentava e con essa anche la confidenza. Ci sarebbero tante avventure da ricordare, tanti momenti belli e di tensione dovuti alla mia poca pazienza, alla mia “cialtronaggine” e alla sua mania di perfezionismo, ma il tutto passava immediatamente con un sospiro da parte di entrambi o con un semplice sei un somaro e con un sorriso e tutto finiva lì.
Io e Giacomo abbiamo accompagnato Pero e altri ragazzi (con problemi psichici) in varie uscite di relax in giro per la Croazia, era bellissimo come noi stranieri che non capivamo un accidenti di croato ci lasciassimo guidare per strade e città a noi sconosciute da lui. Quando mi mettevo alla guida ero sereno perché tanto Pero sa la strada e sa farsi capire.
Uno dei momenti che preferivo era al mattino quando lo aiutavo a pettinarsi perché, gli facevo qualsiasi tipo di acconciatura: a lui ovviamente non piacevano ma era il nostro momento di relax, di scherzo, un buon modo per iniziare la giornata.
Una delle caratteristiche che secondo me lo contraddistinguevano era la sua bontà. Alla sera quando si andava da lui si guardava un po’ di tv assieme, Pero sulla sua carrozzina e io a letto, spesso mi addormentavo e quando mi svegliavo di soprassalto vedevo che l’ora era tarda e gli dicevo: “Perché non mi hai chiamato se volevi andare a letto?!” e lui con molta semplicità: “Ho visto che eri stanco e ho voluto lasciarti riposare, io non ho problemi ad aspettare”.
Devo essere sincero, e obiettivo, non sono state sempre rose e fiori con Pero. Ricordo alcuni momenti di tensione reciproca dovuti al mio non capire che cosa volesse per via della lingua, oppure al fatto che qualche volta io mi aspettavo gesti di riconoscenza per quello che facevo.
Pero è morto in un caldo sabato pomeriggio di Luglio mentre a Veliki Prolog ci si preparava freneticamente a partire il giorno seguente per le vacanze.
Ha avuto un incidente stradale con la sua carrozzina.
Se dovessi descrivere con poche parole come se n’è andato, direi che lo ha fatto alla Pero, cioè in silenzio senza disturbare nessuno, com’era nel suo stile cioè quello di arrivare e andarsene senza farsi notare troppo.
Non sono in grado ora di dire cosa mi ha dato Pero, perché se provo a pensarci mi assalgono continui flash di vissuto quotidiano con lui.
Una cosa mi chiedo spesso: se lui fosse consapevole che malgrado la sua grave disabilità è stato uno strumento fondamentale e prezioso per molti ragazzi che stanno facendo il cammino terapeutico, che sono passati per la sua casa, la sua stanza, la sua tv, la sua musica.
Ho una consapevolezza: che tutte le persone che si sono prese cura di lui hanno avuto un incontro autentico, crudo e in qualche momento amaro con i propri egoismi e modi d’essere. Quando si è davanti all’evidenza, alla durezza della realtà presente in una persona disabile, si è costretti ad abbandonare le proprie armi di difesa, a gettare la maschera e a fare i conti con se stessi. Si può tentare di scappare, di correre, di far finta di non vedere, di non sentire, ma i tuoi limiti, che nascono dai bisogni dell’altro, i più banali e quotidiani, o quelli più profondi e desiderosi di empatia e affinità, sono li che ti aspettano, hanno una maledetta pazienza di aspettare che tu ti decida a prenderli in mano, perché solo così potrai sentirti davvero libero e non più fermo, attraverso una scoperta del tuo io più intimo.
Questa secondo me è stata la missione di Pero.
Thomas dall’Ara
