Kenya

La fortezza Bastiani in testa, la vallata verde del Tharaka intorno

Baracche in legno, strada sterrata e pochi passi più avanti, la Chiesa. Gente dentro e fuori, bambini ovunque, vestiti di festa, ma oggi la nostra spiritualità è diversa, si chiama curiosità …
Silvia Gilè (Casco Bianco IBO a Matiri – Kenya)
Fonte: Caschi Bianchi FOCSIV - 13 marzo 2007

Il sole mi sveglia alle sette. Dovrei essere inquieta, ma lo scoprire una giornata tanto limpida mi suggerisce che sarà un ottima domenica di riposo. In Kenya.
Ricca colazione, marmellata di mango e caffè. Il sole risplende davanti al portico, mi immergo nel suo calore e nel mio libro. La fortezza Bastiani ed “Il deserto dei tartari” in testa, la vallata verde del Tharaka intorno. I compagni di avventura gironzolano per la casa. Sara al pc, Guido si veste, propone di una passeggiata. Lascio la fortezza Bastiani e quella di questo compound, che mi nasconde troppo spesso la forte realtà di Matiri, lo sperduto villaggio che mi ospita. Scarpe chiuse, macchina fotografica. Si và.
Usciamo dal grande cancello dell’ospedale, l’istinto porta a destra. Baracche in legno, strada sterrata e pochi passi più avanti, la Chiesa. Gente dentro e fuori, bambini ovunque, vestiti di festa, ma oggi la nostra spiritualità è diversa, si chiama curiosità. Si chiama sete di conoscenza. Siamo qui da un mese e le occasioni di passeggiare, fotografare e parlare con chi qui ci vive davvero risentono troppo spesso degli orari di lavoro, della pigrizia, del buio che arriva alle sei. Ci inoltriamo nel villaggio, superiamo la piazza, per così dire. Bambini ci guardano e gridano “Ciao Caramella”. Questo è il ruolo che ci viene attribuito. Guido ha in mente di fotografare qualche albero. Dopo il primo tentativo ci fermiamo ad osservare degli stranissimi bruchi. Sembrano di peluche grigio. La natura non smette di stupire da queste parti.
Davanti ai bruchi incontriamo colui che renderà la nostra domenica speciale. Un ragazzo, polo sudata, berretto di lana e jeans. Ci spiega da quali alberi provengono i bruchi. Avrà 20 anni penso. Il timore è che anche lui, come quasi tutti gli altri incontrati fino ad ora, ci adeschi con qualche parola per chiederci scarpe o soldi. E’ naturale che succeda, ma l’imbarazzo di sentirsi ricco in mezzo a chi non ha niente, sapere che non è giusto dare ad uno quando mille sono nella stessa situazione, sentirsi diversi, fosforescenti, sapere di essere qui per lavorare, non per beneficenza.. tutte queste sensazioni appesantiscono lo spirito. Daniel invece, si chiama così, ci spiega che sta andando a prendere le sigarette per qualcuno che lavora in missione, poi ci invita a casa sua. Guido mi guarda, cerca una risposta. Dopo una prima esitazione, scopriamo che abita vicino, vinciamo le perplessità e lo seguiamo.
Il sole comincia a scaldare, superiamo il villaggio. La nostra nuova guida ci racconta di lui. Ha finito il liceo ed ha cercato di entrare nella polizia, nelle guardie carcerarie, nell’aeronautica, il fratello ci lavora, ma niente da fare. Seguiamo la strada e lo ascoltiamo mentre ci appare davanti una nuova vallata. Paesaggi mozzafiato, tante case, i loro tetti in lamiera che riflettono il signor Sole di oggi. La storia di Daniel prosegue con i nostri passi. Niente lavoro, quindi, come ogni giovane, ha cercato fortuna in città. Ha lavato macchine e guidato taxi a Nairobi e dopo due mesi è tornato a casa. Come in ogni storia che si rispetti appare l’ Amore. Ha trovato una ragazza ed hanno avuto un bimbo. Ha tre anni adesso. Sorrido immaginando il suo piccolo “formichino” nero. In lontananza appare casa di Daniel, mentre ci spiega che pur non avendo nulla, lui e sua moglie si amano e quindi hanno deciso di stare insieme. Sorrido di nuovo, di cuore, da brava romantica. Non avendo nulla in tasca e nulla da fare, continua, ha chiesto in prestito del cemento, invece che soldi alla sorella, ed ha deciso di tirare su, con le sue mani, la sua dimora. Alla nostra sinistra un pezzo di collina sterrato, davanti a noi, la sua casa. Un piccolo cane, magrissimo e pulcioso all’ingresso. Entriamo, 4 stanze, pavimento sconnesso di terra, finestre inesistenti, la casa è da finire. Mentre io Guido ci guardiamo intorno, apprezzando tutto il lavoro, Daniel apre una porticina in legno e dice qualcosa. Si affaccia una ragazza. Esce Alice con il suo sorriso, una lunga gonna fatta di tessuti locali ed un frugoletto, grassottello e timido a seguito.
Cerchiamo l’approccio con il piccolo Maxwel, ma sembra spaventato. Ha paura, forse della barba di Guido, forse del nostro colore, molto inusuale dalle sue parti. Daniel continua a mostrarci il suo terreno, il suo “shamba”, il campo che lavora e i suoi futuri frutti. Il sole e l’umidità aumentano nel mezzo della campagna. Camminiamo tra i vari cereali e Daniel ci chiede di nuovo i nostri nomi. Mentre io temo l’incontro con un serpente, scopriamo che il nostro Cicerone si chiama in realtà McDaniel. “Sai leggere?” chiede. “Si”, sorridiamo. E’ una domanda inaspettata, per due venticinquenni occidentali. Mc, ci mostra quindi la sua identity card e la tessera del partito. Il suo partito ha perso. La sinistra non ce l’ha fatta.
Torniamo verso casa sua. Alla nostra destra la casa dei genitori, lo store per il raccolto e il pollaio, rialzati per il rischio di animali mentre Mc continua ad insegnarci. “Non credo di essere povero, chi è disabile si può definire povero, finché avrò queste braccia e questa forza per lavorare continuerò a farlo”. Mi stupisco della purezza, della forza, della morale di questo coetaneo, penso alla mia comoda vita in Italia. Ci accomodiamo di nuovo nella casa del nostro ospite.
Alice ha preparato del caffè. Un tavolinetto e quattro sgabelli. Maxwel sgranocchia un pezzettino di pollo tra le braccia della mamma. Mc continua ad intrattenerci con le sue storie, la caccia nel Tharaka, ci mostra le sue frecce, ci spiega le usanze, le tradizioni. Alice tace. Sorseggiamo il caffè evitando il latte, probabile fonte di brucellosi. Dai vari racconti escono aneddoti su quasi tutti i parenti e scopriamo che il papà di Mc ha addestrato i Mau Mau. Ricerca del file nell’hardisk del mio cervello, cartella: storia del Kenya guida Lonley Planet, apri file: MAU MAU.. gruppo rivoluzionario e VIOLENTO contrario alla colonizzazione dei MUSUNGU (musi bianchi). Armi utilizzate: macete. Nel frattempo Mc chiarisce la sigla, era bravo in storia, i primi colonizzatori in Kenya ci dice, sono stati indiani e portoghesi. Ma la mia faccia tradisce ancora timore. Suo padre, sottolinea, non ha studiato.. Finalmente cominciamo a conoscere il Kenya, ma le ore passano in fretta così, si decide di tornare a casa.
Alice ci accompagna fino alla strada. McDaniel fino al paese e si scopre la passione comune di arti marziali. Le facce dei passanti che osservano Guido e Mcdaniel eseguire mosse di kung fu meriterebbero una foto, ma non voglio perdermi la scena. Sorridiamo mentre ci avviciniamo a casa. Poi il nostro meraviglioso ospite comincia a chiederci di noi. Cosa facciamo qui, i nostri ruoli nell’ospedale e delicatamente ci chiede se sia possibile trovargli un piccolo lavoro, per mantenere la sua famiglia. Ce lo auguriamo. Arriva il momento dei saluti. Sorrisi. Mille ringraziamenti e la promessa di rivederci presto. Io e Guido torniamo nella nostra fortezza. Finalmente felici. Cominciamo a conoscere qualche persona che ci può introdurre a questo nuovo mondo. Un amico.