Ecuador

Figli di nessuno

“Esperar” in castigliano significa sia sperare che aspettare. E I figli di nessuno che riusciamo a vedere, attraverso la testimonianza di Alba, non aspettano né sperano, semplicemente sopravvivono.
Alba di Filippo (Casco Bianco in Ecuador)
Fonte: Caschi Bianchi FOCSIV - 16 gennaio 2006


Tanta voglia di raccontare sguardi e occhi che non sanno di parlare tanto forte. Penso a Paul, a Jenny, a Diego Armando che chiamo Maradona, a Washington che ha un nome tanto buffo proprio come il suo volto e a tanti altri che nel mondo del consumo e della pubblicità non hanno né un nome né un volto. Ragazzini che stanno a guardare la vita tentando di viverla come meglio o peggio possono farcela, sperando ogni giorno che non gli venga addosso più crudelmente di quanto non stia già facendo. E che più di ogni cosa hanno perso la gioia e la spensieratezza della loro età, sguardi e occhi che non hanno nulla dei loro 8, 9, 10, 11, 12 anni e che sembrano parlarti di storie assurde, di tragicità insensate, di realtà che preferiremmo dimenticare, che dimentichiamo la maggior parte del tempo pensando di potercene liberare con una banale compassione di pochi istanti. E la cosa più ignobile è che la vita assegna posti di serie A e di serie B in modo gratuito ad anime innocenti, una ruota crudele, una lotta impari perché nella maggior parte dei casi la condanna è implacabile... come raccontare la gioia ad un bimbo che nella vita ha avuto solo tristezza e neanche sa cosa sia essere contento né come esprimere ciò che sente se nessuno mai gli ha spiegato nulla né ha mai dato valore ai suoi sentimenti? Proviamo a chiedere a questi bimbi se sono contenti e sgraneranno gli occhi, increduli, non sapendo che rispondere perché nessuno mai si è preoccupato di renderli contenti e così a loro non è mai passato per la mente di porsi una simile domanda.

Sempre più mi rendo conto io, sempre indignata contro qualunque tipo di ingiustizia, io con il mio superego rivoluzionario, quanto la più grande rivoluzione sia quella che si può realizzare all'interno del proprio nucleo familiare. Quella che si combatte ogni giorno contro la meschinità della vita, proteggendo i propri figli, insegnando loro che esistono principi, valori, che nell’esistenza devono lottare duramente almeno per guadagnarsi quel briciolo di dignità che niente e nessuno mai gli darà gratuitamente e soprattutto dando il “ben noto” buon esempio. Parlo di quel poco di dignità che costa fatica e che una volta conquistata significa personalità, forza morale, energia vitale. E, mi chiedo, come potrebbero loro, invischiati fin dalla nascita in realtà di violenza, di degrado morale, di quotidianità meschina, riuscire a conquistarsi appunto personalità, forza morale o energia vitale? Si, si può ma si tratta di piccoli miracoli quotidiani. Piccoli e a volte quotidiani ma sempre e comunque miracoli.

L'ignoranza da queste parti ammazza più di quanto possa fare la povertà. Perché anche nella povertà si può mantenere dignità e trovare la forza per vivere o sopravvivere mentre l'ignoranza non ammette dignità, debilita la forza e crea nuova ignoranza, nuove vittime ignare. E non c'è niente di più orribile di un'anima amputata alla nascita. Io non la chiamo povertà la realtà di un padre che torna ubriaco e picchia moglie e figli né una madre che fa lavorare i propri figli in tenera età; si tratta di meschina ignoranza, dovuta alla mediocrità e appunto all’ignoranza dell’ambiente familiare. Questi tipi di storie sono all’ordine del giorno da queste parti tanto che si corre il rischio di abituarsi a tutto ciò come se fosse normale. Così come ti passano davanti quelli che io chiamo miracoli quotidiani e allora pensi che sì, che qualcosa ancora si può fare non per cambiare né tantomeno (figuriamoci) per salvare il mondo però qualche anima magari sì, restiruirle il diritto di essere persona, nel senso cristiano del termine, e non uno dei tanti individui diseredati della Terra. E tutto il resto, quel numero spaventoso di cosiddetti “casi disperati”? Senza protezione, senza amore, senza educazione e a volte senza un nome... viene da definirli solo in un modo “figli di nessuno”. Per loro la speranza si scontra contro la dura e cruda realtà e svanisce spesso nel silenzio più totale. Forse bisognerebbe insegnare a coloro che li mettono al mondo. Forse migliorare l’educazione più che regalargli da mangiare è la migliore soluzione certo a lungo termine perché le cose realmente cambino. Forse c’è una maniera più efficace di agire che non il proverbiale granello di sabbia nel deserto che ci tranquillizza la coscienza. Strano ma in castigliano “esperar” significa sia sperare che aspettare... basterà insegnare a questi bimbi di sperare senza intervenire a livello macroscopico con efficaci progetti di educazione rivolti ad operare sulla struttura stessa della società? Il problema è che questa è una responsabilità prettamente politica dei governi e il potere, sia esso oligarchico o dittatoriale (cosa che si fa fatica a distinguere in questo paese) ha sempre avuto interesse nel mantenere il popolo nella ignoranza. In ogni tempo e in ogni luogo, l’ignoranza è ed è sempre stata la migliore e più fedele alleata del potere. E questa non è una banalità, ma la pura verità che qui si può toccare letteralmente con mano. Così che i “figli di nessuno” non aspettano né sperano, semplicemente, utilizzando una espressione napoletana che ben rende il concetto, “tirano a campare”. Questo perché la speranza e l’attesa implicano un futuro, ossia privilegio per coloro che fin da piccoli hanno imparato a vivere alla giornata senza pensare al domani, figuriamoci ad un domani migliore.
E nonostante tutto, questi bimbi qui ridono, scherzano, ballano e cantano e questo più di tutto è il miracolo della vita, che conforta e fa sperare in un domani migliore.
Alcuni versi che mi hanno fatto compagnia nel corso di quest’anno:
Vivere è amare la vita
Coi suoi funerali e i suoi balli,
Trovare favole e miti
Nelle Vicende più squallide

Angelo Maria Ripellino