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Zambia

Conoscendo il bene che c'è

Intervista a William Mwela, fondatore e coordinatore del Mapalo Orphanage Centre, una speranza per i molti bambini orfani a Mansa. Come con poche risorse, ma con l'impegno di tutti, possa nascere un importante progetto di solidarietà, affinché conoscendo il bene che c'è, questo si diffonda.
Giuliana Bucci (Casco Bianco a Mansa, Zambia)
Fonte: Caschi Bianchi Apg23 - 18 aprile 2008

Mi racconti la nascita del Mapalo Orphanage Centre.
Mapalo -in bemba significa "blessing", benedetto- nasce nel 2000 nel villaggio di Kapesha a circa 6 km dal centro di Mansa, da una iniziativa benefica partita dalla comunità locale con il sostegno di alcune organizzazioni ecclesiastiche (Chaz, RCS, Home Based Care, Diocesi di Mansa). È stato creato per donare un futuro migliore ai bambini orfani. La maggior parte di loro ha perso entrambi i genitori a causa dell'Hiv\Aids .
Tutto è cominciato affittando una casa qui vicino. Avevamo individuato 50 bambine e 43 bambini, tutti orfani che necessitavano quindi di cure particolari. Successivamente, ci siamo trasferiti nella struttura attuale. Dopo che le istituzioni governative sono venute a conoscenza dell'iniziativa, hanno spinto affinché l'orfanotrofio fosse affiancato da uno strumento educativo. Un anno dopo abbiamo dato vita alla Community School. Con il passare degli anni, la scuola è diventata un punto di riferimento non solo per gli accolti del Mapalo, ma anche per i ragazzi dei villaggi vicini.

Può descriverci la struttura?
La struttura è composta da quattro ambienti. Mansa, Zambia. Esterno del Mapalo. Da sinistra: il Coordinatore, alcuni suoi assistenti e una parte dei bambini. Foto di Giuliana Bucci, 2008.
La prima è riservata alle 43 ragazze che abitano a tutti gli effetti all'interno dell'orfanotrofio. Essendo orfane di entrambi i genitori, non hanno un posto alternativo dove stare. Disponiamo di 18 letti a castello, quindi le ragazze dormono a coppie, ma anche così facendo, i posti non sono sufficienti, e pertanto le altre stendono i materassi a terra (questi ci sono stati donati da organizzazioni benefiche estere, mentre prima dormivano sulle 'mpasa, le stuoie tradizionali). Il numero delle accolte costituisce un limite che ci è stato imposto dalle istituzioni governative in base alla spazio disponibile. Le reali necessità sono di gran lunga maggiori, infatti durante la giornata accogliamo in totale 315 bambini, dai zero ai diciotto anni. Fatta eccezione per le accolte, gli altri vivono con un genitore che gli è rimasto o con alcuni parenti, oppure frequentano le boarding school (scuole speciali che offrono vitto e alloggio agli iscritti) e trascorrono da noi soltanto il periodo delle vacanze, un mese di astensione da scuola ogni tre mesi di frequentazione.
Nella seconda camera, che comprende un piccolo magazzino, abito io con la mia famiglia. Il terzo locale è adibito a classe per gli alunni e a sala giochi quando non c'è lezione. Infine, vi è una piccola camera nel retro che utilizziamo come ufficio e segreteria.

Per quanto concerne l'alimentazione dei bambini, cosa offrite?
Non disponiamo di una vera e propria mensa, né tanto meno di una cucina. Ci serviamo degli spazi esterni sia per cucinare sia per consumare i pasti. Nella stagione delle piogge, l'aula serve anche da mensa. Non avendo stoviglie a sufficienza, né banchi né sedie, i bambini, divisi per gruppi, mangiano sedendo a terra. Mio malgrado l'alimentazione che riusciamo a offrire non può dirsi completa, poiché i bambini mangiano una volta al giorno, o a pranzo o a cena. Non ci sono abbastanza fondi per garantire tre pasti giornalieri. Il più delle volte, i nostri matrons preparano 'nsheema (polenta di mais) accompagnata da verdure (foglie di zucca o di cassava o di patate dolci, rape, cavolo, ecc.) o fagioli. Ci sono dei giorni in cui alcune famiglie della comunità ci donano radici di cassava e patate dolci. Raramente riusciamo a preparare della carne, tuttavia l'allevamento di pesce di cui siamo forniti, ci permette di offrire almeno quello. In generale comunque, un'alimentazione povera. Ne soffrono soprattutto i ragazzi siero-positivi che ospitiamo, considerando che devono assumere medicinali che richiedono un nutrimento variegato ed adeguato.

Avete delle persone impiegate all'interno della struttura?
Sono sette gli insegnanti che gestiscono la Community School, poi abbiamo cinque donne che si occupano della cucina e delle pulizie, oltre alle tutrici delle ragazze, mentre per i ragazzi ci sono cinque tutori. A turno ognuno di questi assistenti si ferma a dormire, così da garantire una sorveglianza notturna. Nessuno di noi riceve uno stipendio. Siamo tutti volontari. Nonostante il governo ci abbia riconosciuto come ONG e centro educativo per gli orfani, dopo diverse visite da parte dei suoi rappresentanti e dopo aver compilato tutta la documentazione necessaria per essere riconosciuti legalmente, ancora non percepiamo niente dalle istituzioni governative, né aiuti per i ragazzi né compensi per i maestri.

A proposito della Community School, può spiegarci come funzione nel dettaglio?
La scuola, come l'orfanotrofio, è rivolta ai ragazzi con età inferiore ai 18 anni. In questa sede, possono frequentare dalla prima classe alla settima, e ricevere la basic education, che si conforma ai programmi delle scuole governative: inglese, icibemba, matematica, scienze, studi sociali, educazione civica, religione e "phisical education" (quest'ultima include educazione musicale e artistica). Per le classi successive, ossia per il completamento della scuola obbligatoria fino alla dodicesima classe, facciamo riferimento alle scuole governative dove i ragazzi vengono trasferiti.
I bambini che frequentano la Community School non provengono solo dall'orfanotrofio, ma anche da diversi villaggi e ciò si lega all'esistenza di numerosi casi di orfani di un solo genitore a cui non siamo in grado di offrire accoglienza per motivi di spazio. È proprio per questa ragione che stiamo cercando in tutti i modi di costruire un orfanotrofio più grande.

Vuole parlarci della situazione degli Orphans and Vulnerable Children (OVC) qui a Mansa, e in che misura l'orfanotrofio intende offrire una risposta.
È una questione critica, problematica quella degli OVC, non solo qui a Mansa ma in tutto lo Zambia. La radice del problema è facilmente rinvenibile nella pandemia dell'Hiv/Aids che come detto in precedenza ha comportato un considerevole incremento del numero degli orfani, bambini di cui ora si prendono cura i nonni, se ci sono... ma gli altri? La questione degli OVC si lega poi a quella dei matrimoni precoci perché sovente le ragazze perdono la vita durante il parto.
Il Mapalo certamente non è la risposta definitiva al problema, seppur dei miglioramenti ci siano stati. Grazie alla collaborazione con organizzazioni benefiche, siamo cresciuti in termini di educazione, sensibilizzazione e auto-sostentamento: i Peace Corps (1) ad esempio, ci hanno offerto corsi di formazione e laboratori sull'agricoltura sostenibile; l'Home Based Care (2) attraverso il CRS (3), ha operato ai fini di una maggiore informazione sul tema dell'HIV; AMICO Investement (4) ha donato alcune coperte e materassi.

Dalle sue parole, è evidente come il Mapalo costituisca al momento un buon punto di partenza, un luogo di ospitalità in fieri dove i ragazzi hanno la sicurezza di poter trovare un ambiente accogliente e quegli strumenti di crescita che in qualche modo garantiscano loro un futuro con meno incertezze. Tuttavia è altrettanto evidente che ancora tante sono le sfide da affrontare. In qualità di responsabile, quali sono secondo Lei le problematiche prioritarie, quelle che necessitano di una risposta urgente?
Quello che dite è vero. Sebbene in otto anni dalla nascita del Mapalo si siano registrati notevoli miglioramenti, oggi per molti aspetti ci risulta difficile gestire la struttura come istituzione e far fronte a tutti i bisogni, spesso anche a quelli primari. In primo luogo, ogni giorno veniamo a conoscenza di nuovi casi di OVC, tramite gli enti a cui siamo collegati, oppure sono gli stessi bambini che bussano alla porta perché in situazione di bisogno. Purtroppo però, ci troviamo spesso nella condizione di dover rifiutare l'aiuto. Secondariamente, fra gli stessi ragazzi dell'orfanotrofio e della scuola restano insolute esigenze basilari, quali quelle riguardanti l'ambito scolastico, ad esempio quaderni, Mansa,Zambia. La piu ampia delle due aule della Community School. Manca la pavimentazione e il tetto è in paglia. Foto di Giuliana Bucci, 2008. uniformi e scarpe. Non solo, anche coperte, cuscini e vestiti per il quotidiano. Terzo poi, è palese l'inadeguatezza dell'infrastruttura gravata dall'assenza dell'elettricità, dei servizi di scolo delle acque nere e di idonei servizi igienici. Inoltre, è ancora insufficiente il numero dei letti a castello e dei materassi, mentre invece siamo completamente sprovvisti di tutte le infrastrutture scolastiche, ovvero banchi, sedie e cattedre e via dicendo, tanto che i bambini sono costretti a sedere per terra durante le lezioni. Oltre a tutto ciò, è importante che anche gli insegnanti e tutti gli assistenti dispongano ognuno di una propria casa nelle vicinanze, in modo da mantenere il controllo dei bambini giorno e notte, ma soprattutto che abbiano accesso a una indennità equa e sufficiente a provvedere a se stessi e alle proprie famiglie. Ed ancora, siamo sprovvisti di un mezzo di trasporto, che non solo sarebbe utile nel facilitare i bambini dei villaggi a raggiungere la scuola, ma diventerebbe di fondamentale importanza in caso di emergenze. Infine, una volta ultimato il corso di studi nella Community School, i ragazzi dovrebbero avere l'opportunità di continuare gli studi, almeno i più meritevoli dovrebbero poter accedere all'università o al college per completare l'istruzione secondaria, ma al momento non vi è un fondo comune da cui attingere e da destinare allo scopo.

A quanto pare c'è ancora molto da fare ed è chiaro come, data l'indifferenza delle istituzioni governative, sia indispensabile attivare un meccanismo di sussidio alternativo quale potrebbe essere un progetto di adozione a distanza. Qual è la sua opinione al riguardo?
Si, stiamo provando in tutti i modi a far sì che le cose seguano il giusto corso, ma purtroppo non sempre ci riesce. Ad esempio avevamo iniziato un progetto simile con un'organizzazione americana, ma non è andato in porto. Troppe erano le sfide da affrontare. L'idea alla base è condivisibile, tuttavia bisognerebbe discutere della sua fattibilità. In ogni caso, date le carenze e conoscendo quelli che sono i nostri limiti, siamo pronti ad accettare qualunque forma di aiuto.

Concludendo, vuole esprimere un parere personale sul futuro del Mapalo?
Nella nostra visione, l'acquisizione di un elevato livello educativo è l'elemento più importante nell'ottica di un miglioramento dello standard di vita dei bambini, perché è ciò che consente da una parte la riduzione del tasso di povertà, e dall'altra contribuisce allo sviluppo del paese. Quindi crediamo che l'istruzione sia il più vantaggioso strumento da offrire nell'età dell'infanzia.
Puntiamo alla riduzione dei casi di HIV/Aids attraverso l'informazione, perché è ciò che più ha contribuito all'innalzamento del numero degli OVC nel nostro paese. Il nostro target di riferimento sono specialmente le donne, quelle cioè che devono affrontare i problemi maggiori, a cominciare dal prendersi cura dei propri bambini.
Il futuro del Mapalo è essere una famiglia, un sostegno, un conforto per coloro che saranno il domani di questo paese. Nessun uomo può farcela da solo, ma insieme si può costruire qualcosa di buono.

Note:

1. Peace Corps: movimento statunitense nato nel 1960 ispirato dalle parole del senatore J. Kennedy, che aveva lanciato una sfida agli studenti dell'università del Michigan, spronandoli a servire il proprio paese e a lavorare per i paesi in via di sviluppo. Da allora, è nata questa agenzia all'interno del governo federale i cui valori sono la pace nel mondo e l'amicizia. Sono più di 190000 i volontari che da quando il corpo è sorto, hanno operato in tutto il mondo su questioni che vanno dalla sensibilizzazione sul tema aids, all'informazione sul tema della tecnologia, alla preservazione dell'ambiente. Cf. http://www.peacecorps.gov

2. HBC: Home Based Care, programma di assistenza domiciliare riservato ai malati di AIDS e tubercolosi, promosso dalla Diocesi Cattolica di Mansa in cooperazione con il Chaz e la Usaid (fondo governativo statunitense destinato alla prevenzione a e alle cure in tema di AIDS e HIV)

3. CRS: Catholic Relief Service, è stato fondato nel 1943 dai vescovi cattolici degli Stati Uniti per aiutare i sopravissuti alla seconda guerra mondiale in Europa. La loro missione è assistere i poveri e gli svantaggiati in tutto il mondo, lavorando nello spirito dell'insegnamento sociale cattolico per promuovere la sacralità della vita umana e la dignità dell'essere umano. Sebbene la loro missione sia basata sulla fede cattolica, il loro progetto è rivolto a tutte le persone in bisogno, senza riguardo alla razza, religione o all'appartenenza etnica. Cf. http://www.crs.org

4. Amico Investment: Amico è una multinazionale indiana che ha esteso la sua presenza in modo abbastanza capillare in Zambia. Ha come estensione la fondazione Amico Investment che si occupa di promozione dei diritti umani.

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