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Israele/Palestina

Immigrazione israeliana

Riflessione sulle politiche dei migranti israeliani con Sergio Yahni*. Lo stato d'Israele registra per il 2007 un'ulteriore flessione nel numero d'immigrati. La minaccia di una futura maggioranza araba-israeliana e contromisure economiche del governo.
Cosimo Caridi (Casco Bianco in Israele/Palestina)
Fonte: Caschi Bianchi Apg23 - 16 aprile 2008

 

Nel concepimento dello stato israeliano l’idea del Grande Israele comprendeva tutto il territorio tra il Mar Rosso e l’Eufrate, quindi Palestina, Giordania, Siria, Libano, e una parte di Turchia, Iraq ed Egitto. Questa idea fa parte della tradizione biblica e dovrebbe ricalcare quello che fu il regno di David (intorno al 1000 a.C.), su questo si basa la bandiera israeliana, la stella di David tra due linee azzurre, i due corsi d’acqua, l’Eufrate e il Nilo. L’idea viene ulteriormente ribadita nel conio della moneta da 10 agorod (10 centesimi di shekel): su una delle due facce c’é il rilievo del candelabro a sette braccia su una vasta porzione del Medio Oriente. All’interno della comunità ebraica di fine ‘800 l’idea del ritorno nella terra biblica si concretizzò con la nascita del movimento sionista. Da allora ebrei di tutto il mondo arrivano annualmente e iniziano qui una nuova vita. Le popolazioni che vivono sul territorio da quasi tre migliaia di anni non hanno reso possibile la creazione del Grande Israele, ma dal 1948 esiste lo stato d’Israele. Israele, aeroporto. Fonte: http://www.jewishbroward.org

Uno dei principi su cui si basa lo stato d’Israele è che ogni ebreo vi può “ritornare” ed ottenere la cittadinanza, questo diritto viene chiamato Aliyah, letteralmente ascensione, e indica lo stabilirsi nella terra biblica. La legge garantisce, dal 1950, che chiunque sia di origine ebraica possa venire a vivere nel nuovo stato d’Israele. Questa legge, chiamata del ritorno, garantisce un’immigrazione facilitata e un veloce inserimento nella società.
Iniziamo con stabilire chi viene considerato ebreo. Per consuetudine viene concesso di usufruire del diritto fino a chi è sposato con un nipote di ebrei: cioè se mia moglie avesse una nonna ebrea io potrei venire a vivere qui. Questa possibilità è garantita per rispettare il ricongiungimento familiare. Naturalmente questo è un diritto che in Israele esiste per i soli ebrei, infatti per gli arabi israeliani non è possibile ottenere che il proprio congiunto con documenti palestinesi venga a vivere in territorio israeliano.
Il criterio di selezione, così morbido con chi ha parentele ebraiche, rende il panorama dell’immigrazione piuttosto variegato, infatti in questi ultimi anni si può affermare che solo una modesta percentuale di immigrati sia di religione ebraica, si veda ad esempio l’ampio flusso proveniente dalla Russia e dall’est Europa. Questi nuovi arrivati vengono registrati come ebrei, anche se sono cristiani, rendendo le statistiche sulla presenza di altre confessioni religiose quantomeno poco attendibili.

Nel progetto dello stato israeliano l’immigrazione ha un ruolo fondamentale, infatti la volontà è quella di creare uno stato per ebrei o meglio a larga maggioranza ebraica, quindi è basilare rendersi impermeabili all’immigrazione araba, ma altrettanto importante far arrivare tutti gli ebrei che sono sparsi per il mondo.
Un po’ di numeri per capire cos’è la comunità ebraica oggi. In totale ci sono 13 milioni di ebrei nel mondo, 5.1 milioni in Israele, 5.5 milioni negli USA, 1.2 in Europa e quasi 1 milione in Russia, più altre comunità sparse in tutto il mondo di cui la più grande è quella sud-americana che arriva a quasi mezzo milione di persone.
I primi che si vennero a stabilire in Israele furono gli ortodossi, i quali vivono secondo i precetti del Talmud e ritengono che questa terra spetti loro per Israele, famiglia di coloni. Fonte: http://www.zionistarchives.org diritto, dopo che Dio la consegnò nelle mani di Abramo, 4000 anni fa. In tutto questo non va dimenticato che dopo la Shoah un gran numero di ebrei sopravvissuti cercò di ricostruire il proprio futuro nella terra d’Israele. Negli anni l’immigrazione cambiò volto: molti,attratti dagli incentivi economici, si riversarono nelle ampie zone sotto controllo israeliano conquistate nelle guerre del ’48 e del ’67.

Sergio Yahni, ebreo di origini argentine, attualmente lavora in un’associazione israelo-palestinese contro l’occupazione e afferma “Nello stato israeliano vi è una società a livelli, il posto più in alto é detenuto dagli europei e americani, poi a scendere i russi, gli asiatici, gli arabi ebrei e in basso gli etiopi, sotto queste categorie troviamo gli arabi mussulmani e cristiani, considerati cittadini di serie B.” Il problema è che gli immigrati più graditi, europei e americani, iniziano a scarseggiare e si concedono sempre più incentivi a chi decide di venire a vivere qui. Il mese scorso un articolo di Haaretz, uno dei maggiori quotidiani israeliani, riportava la notizia che il governo avrebbe donato 60.000$ a ogni medico ebreo nativo degli USA o del Regno Unito, per trasferirsi in Israele. Yahni sottolinea:“Gli ebrei sono finiti, quelli che continuano a venire lo fanno solo per ragioni economiche, come gli italiani che il secolo scorso vennero in Argentina in cerca di lavoro.”
Come già accennato in precedenza, una parte della popolazione che arriva in Israele utilizzando il diritto al ritorno non è veramente ebrea, quindi per evitare inutili scontri con la frange ortodosse, questi nuovi immigrati vengono fatti risiedere tutti insieme, in quelli che diventano dei ghetti. “Basti pensare –spiega Yahni- che ad Ashelon, città a poca distanza dalla striscia di Gaza e sotto il continuo lancio di missili Qassam da parte di Hamas, la quasi totalità degli abitanti è di origine russa e ben pochi sono considerati ebrei dagli ortodossi.”

La popolazione ebraica in Israele rappresenta circa il 76% del totale, mentre gli arabi sono poco meno di un quinto. Il tasso di crescita della popolazione araba israeliana è il doppio rispetto a quello della popolazione ebraica il 2,8% contro l’1,3%. In queste condizioni, si può immaginare che la maggior paura per il perpetuarsi di uno stato ebraico, sia che questa scomoda minoranza diventi una maggioranza, e chieda un nuovo assetto statale, dando la possibilità ai più di 5 milioni di rifugiati palestinesi di ritornare alle loro case abbandonate dopo le guerre del ’48 e del ’67.
Gli ebrei attualmente residenti negli USA sembrano l’unica possibilità di salvezza, per mantenere una vera maggioranza demografica. Il passaporto americano è l’unico a non incontrare nessun tipo di problema ai vari checkpoint. Le agenzie che si occupano dell’immigrazione si stanno concentrando sempre di più sui cittadini del nord-America: cercano per loro un lavoro, una casa e si occupano dell’inserimento dei figli nella scuola. Tutto questo accompagnato da vari incentivi e sgravi fiscali che i nuovi arrivati ottengono direttamente dal governo. Chi inoltre viene a vivere in Israele e sceglie di andare in una delle 120 colonie israeliane in Cisgiordania, ottiene ulteriori facilitazioni, come case a basso prezzo, esenzioni per lunghi periodi da varie tasse e accesso facilitato al credito statale.

Negli ultimi anni l’immigrazione si è ridotta drasticamente, non si registrava un così basso afflusso di nuovi cittadini dal 1988. Se questo possa essere collegato ai nuovi problemi di sicurezza, che Israele riconosce con la presa di potere di Hamas a Gaza, non è possibile definirlo con chiarezza. La realtà è che le questioni di sicurezza nazionale sono molto pressanti per il governo e non si può escludere che la pace, senza ulteriori attentati suicidi, potrebbe essere un ottimo deterrente per attivare Israele, nave. l’immigrazione di molti ebrei che non reputano gli incentivi economici sufficienti per trasferirsi. Per gli ebrei, Israele dovrebbe essere il posto dove ritrovare la pace e la prosperità, ma non vorranno viverci se si sentono minacciati dall’integralismo arabo, fomentato dagli attacchi dell’esercito nei confronti dei palestinesi.

* Sergio Yahni, ebreo di origini argentine, vive a Garusalemme dove lavora come giornalista per l'Alternative Information Center (AIC). L'AIC, nata vent'anni fa, é un associazione israelo-palestinese, con una sede in Gerusalemme e una a Beit Sahour, cittadina del distretto di Betlemme. Attraverso le pubblicazioni e il sito internet (www.alternativenews.org), monitora e offre informazioni sulla situazione dei territori occupati palestinesi.

Note:

* Sergio Yahni, ebreo di origini argentine, vive a Garusalemme dove lavora come giornalista per l'Alternative Information Center (AIC). L'AIC, nata vent'anni fa, é un associazione israelo-palestinese, con una sede in Gerusalemme e una a Beit Sahour, cittadina del distretto di Betlemme. Attraverso le pubblicazioni e il sito internet (www.alternativenews.org), monitora e offre informazioni sulla situazione dei territori occupati palestinesi.

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