Il kanun: un volo tra stupore e tragicità
Come un viaggiatore porto con me il ricordo di ciò che mi spinge e seguo quella traccia già scritta nel profondo della mia anima da qualche avventuriero.
Ore che sembrano volare, su strade che mi costringono a dimenticare le mie consuetudini e mi colpiscono con una violenza che non conoscevo, che arriva fino ai nervi, da farli scoppiare.
Dopo tanto vagare, un bivio, l’unico sinora, coperto da cumuli di neve. All’istinto la scelta, visto che finora niente è razionale o quanto meno le cose più belle non lo sono, così lasciamo la strada principale per addentrarci in un sentiero solitario.
Poi via, e la stanchezza rimane presente ma insipida, sommersa da un infinito continuo stupore, il bianco puro quasi acceca, la neve lungo tutto il costone si perde per poi ricomparire giocando a nascondino con il sole.
Davanti a me montagne o meglio il tutto, visto che dinnanzi a quelle montagne il mio animo è pieno di tutto, leggero e maestoso come il soffio del vento; e come il vento viaggio, sopra un lago dai colori accesi ad un passo dal vuoto.
Volo fuori e dentro a case in pietra sperdute, dal tetto pericolante, costruite su muri a secco; piantate e integre come monumenti storici a mostrare che l’uomo è passato di li e ha vissuto con ardore e fatica domando la natura. Un fumo opaco esce da quelle case e immagino un pranzo di festa, in cui il dolce profumo d’agnello impregna le mani.
Attonito, perduto in tanto silenzio i miei pensieri nascono e si rimescolano per farne nascere degli altri.
I miei occhi sembrano stanchi di tanta bellezza, un dejavu del mio immaginario di paradiso.
Mai avrei creduto di poter stare lì, fra il popolo delle aquile, dove il tempo s’è fermato per lasciare l’uomo integro, privo di inutili illusioni, privo di quelle tentazioni di un progresso che ruba naturalezza e sapore alla vita, facendoci credere che la felicità nasca dalla comodità, dal permettersi di avere. Penso alla nostra frenesia da occindentali che ci porta quotidianamente a correre come se dovessimo inseguire le emozioni, ma scopro che per assaporare i sentimenti bisogna fermarsi, per non farseli scappare.
I ritmi, le fatiche, i costumi qui sono instancabilmente gli stessi, i bambini seguono le capre al pascolo o fanno le gare cavalcando asini impazziti. Cavalli e maiali attraversano all’improvviso la strada, mentre nei campi schiene piegate dall’infanzia sulla terra si rialzano solo al nostro passaggio.
Seduto all’ombra di un castagno cerco riparo e mi metto all’ascolto dei racconti di quelle montagne, tralasciando ciò che accade fuori lontano secoli da qui. È la storia di un vecchietto
dai lineamenti duri ma dal cuore sincero che mi presenta la sua terra, la storia di chi vive da generazioni tramandando valori antichi, dimenticati dal susseguirsi delle stagioni.
La voce rocca e frastagliata di chi inciampa nelle parole fra i pochi denti rimasti, in quella lingua già di suo incomprensibile, mi penetra; il suo sgardo paterno è quello di un saggio dinnanzi un bambino.
“Io sono un bajraktar, portabandiere significa, e lo era mio padre, e pure il suo da così tanto che non ricordo..... è questo un grande onore per me e la mia famiglia. La gente quando mi vede non mi saluta chiamandomi per nome, ma dicendo è arrivato il bajraktar, qui tutti mi conoscono.”
Emana da lui la fierezza di essere rappresentante dei suoi villaggi, ma traspare anche un velo di tristezza, la tristezza di colui al quale è venuta meno la considerazione, quell’autorità che il passaggio del comunismo ha segnato profondamente.
“Il mio è un ruolo tramandato a voce come tutto il kanun, e colui che passa non può neppure pensare di capire senza conoscere.”
Scopro d’un tratto che tanta pace è puramente apparente, scopro d’un tratto il kanun, la cultura e le consuetudini che vi si celano. Mi racconta che questo codice è un insieme di norme nato alla metà del 1400, che regola la vita pubblica e privata delle persone, norme che illustrano il ruolo del capofamiglia, che tratta minuziosamente i compiti della moglie, che affronta temi come il lavoro, la casa, il matrimonio, le prestazioni e le donazioni, la chiesa, la parola, l’onore, l’ospitalità e i delitti infamanti.
Mi parla del valore della famiglia nel senso allargato, in cui i cugini vengono considerati come fratelli, e l’importanza di essere ospitali con il viandante è un obbligo morale.
Scopro che essere uomini d’onore rispettosi e rispettati è la base di questa arcaica struttura sociale, che gira attorno alla figura maschile, in cui la donna non è libera e viene data in sposa, sottomessa prima dal padre e poi dal marito.
Scopro tragicamente la logica delle vendette di sangue in cui il disonore non si vendica con compromessi, ma con spargimento di sangue o con perdono generoso, cosa che avviene di rado; lasciando cosi l’uomo giudice e giustiziere.
L’assassinio incombe ogni qualvolta viene meno la pratica del rispetto, anche in occasioni banali e per cose futili, la vita assume un valore leggero lasciando posto comunemente al macrabro utilizzo della violenza. Una volta vendicato l’onore offeso le famiglie si rinchiudono in casa, tutti i figli maschi vi rimangono con la paura della vendetta di sangue e la speranza che qualcuno riesca a fare da riappacificatore.
La terra verra quindi lasciata incolta e gli uomini perderanno il lavoro, mentre le donne continueranno ad accudire il bestiame, i bambini finiranno per essere inconsapevolmente travolti dal peso delle tradizioni, tanto da non poter più uscire, schiavi delle loro mura domestiche come di una prigione.
Gli anni bruceranno la loro infanzia e poi l’adolescenza, così senza alcun diritto, privati di ciò che di più elementare uno possiede, il diritto alla libertà.
Bambini che cresceranno con molteplici traumi psicologici e enormi difficoltà nel relazionarsi, che avranno il sogno di poter conoscere il mondo, di andare a giocare con il vicino nel prato di fianco a casa, custodi del sogno di imparare a scrivere almeno il loro nome, maturando giorno dopo giorno l’idea di quanto siano utopici i loro pensieri.
Tragicamente riaquisteranno dignità quando verrà ammazzato il loro padre o il loro fratello, scoprendo rabbia e rancore quali sentimenti predominanti. Mi guardo attonito intorno e tutto assume un nuovo colore, i fiori non son più gli stessi, l’aria da pura mi pare insopportabile, come se nel mio respiro vi fosse tanto dolore.
Fisso il cielo, le nuvole che scappano sembrano voler distogliere la mia attenzione, ma mi chiedo come può accadere questo nel giardino di Dio, come può la specie umana essere così poco umana da lasciarsi dominare dall’odio e da quell’indole che acceca la coscienza? Oltretutto la terra ancora una volta le gira le spalle, dimenticandosi di questa piaga, nascondendo all’occidente questo problema, che farebbe ricadere l’Albania nella considerazione comune di un paese primordiale.
L’immagine che lo Stato sta cercando di costruire punta alla salvaguardia della sua maschera, minimizzando a pochi casi sporadici le vendette di sangue segnalate esclusivamente sulle più lontane montagne.
Gli interessi mutano le verità, e casi simili si riscontrano anche nella periferie delle città divenute oramai rifugio di quanti cercano riparo. Nessuno muove un dito perchè farlo vorrebbe dire ammettere l’esistenza del problema, e si preferisce tacere di fronte all’impotenza dell’autorità, parlando dell’Albania che si accosta ai modelli europei, che cresce a livello di infrastutture, l’Albania che privatizza e che importa con tenacia la mentalità del consumismo.
Chi soffre ancora una volta non ha voce, il silenzio da sempre paralizza i cuori, ma davanti a me ho un vecchio bajraktar a raccontarmi storie odierne di famiglie e di dolore; ascolto con malinconia la sua voglia di lottare per riportare un po’ di serenità, per valorizzare quel senso etico che tutti abbiamo dentro.
”Raggiungere la moralità significa raggiungere la padronanza della nostra mente e delle nostre passioni” affermava Ghandi, arrivare a quella moralità mi pare un dovere a cui tutti dovrebbero aspirare, un sentiero ricco di tentazioni alle quali non si può cedere; imparare a mettere in disparte l’orgoglio per accedere al dialogo è il primo passo di questo cammino.
Ancora una volta trovo la comunicazione come unica arma disponibile per incontrarsi; la parola per mettere a frutto la nostra intelligenza e non per ferire.
Usare la coscienza contro l’indifferenza che ci attanaglia per accostarsi al meglio dell’uomo, perchè dinnanzi a queste vite che periscono giorno dopo giorno, gli occhi non si possono chiudere, e forse solamente tenendoli ben aperti potremmo aspirare a condividere i sentimenti e imparare a lavorare su noi stessi per essere realmente costruttori di pace.

