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Israele/Palestina

La prigione della libertà: Israele 40 anni dopo

1967 - 2007: mentre i Palestinesi dimostrano contro 40 anni di occupazione, in Israele si festeggia l'anniversario della riunificazione degli Ebrei a Gerusalemme. Le convinzioni e le paure di chi ha creduto e contribuito alla creazione dello Stato di Israele nelle parole di un giovane appena rientrato dalla leva e di un'artista di fama internazionale, madre di cinque figli . La visita a un kibbutz per avvicinarsi a comprendere l'umanità che si cela dietro le strategie e la politica israeliana, dietro la retorica ufficiale e l'ideologia.
Laura Lanni (Redazione Antenne di Pace) e Lorenza Sebastiani (Casco Bianco in Israele/Palestina)
Fonte: Caschi Bianchi Apg23 - 09 ottobre 2007

Archivio Varda Yatom Il kibbutz di Sasa, in Alta Galilea, sorge sulle rovine di un villaggio arabo ed ospita oggi poco più di 400 persone. È uno dei tanti kibbutzim, forme associative volontarie di lavoratori basate sul concetto di proprietà comune, che hanno contribuito alla fondazione dello Stato di Israele, come parti integranti del sistema e dell'ideologia sionista.
Il kibbutz accoglie il visitatore con una distesa di verde che riposa lo sguardo di chi proviene dai Territori Occupati Palestinesi, ancora abbagliato dal riverbero del sole sulla sabbia e sulla pietra bianca, e con un'atmosfera di serena laboriosità, che fa quasi dimenticare le quotidiane file ai checkpoint, le armi, gli spari e l'onnipresente muro di separazione,o barriera difensiva. Sono pochissimi i kibbutzim rimasti fedeli all'ideologia socialista di egualitaria distribuzione della ricchezza e di piccola comunità fondata sul lavoro, e Sasa è orgoglioso di essere tra questi. Non ce l'avrebbe fatta però, se la sua fonte di sostentamento fosse rimasta l'agricoltura: attualmente tutta la comunità, insieme a 400 operai impiegati dall'esterno, vive grazie ai proventi di una fabbrica che produce attrezzatura antiproiettile. Un'occupazione più che rispettabile per chi vive in Israele, dove un sentimento di stringente necessità di sicurezza e di difesa giustifica l'utilizzo di ogni mezzo.
Gli abitanti del kibbutz sono desiderosi di raccontare se stessi. Raccontano di una conflittualità sociale e intima profonda, della tensione tra la consapevolezza dei grandi problemi che affliggono lo stato di Israele e l'orgoglio di esserne parte, fra l'odio per la divisa e la convinzione che l'esercito sia necessario e utile, fra l'amore per la propria cultura e la sfiducia nei confronti dei propri leader politici, fra il senso di prigionia e il desiderio di restare in quello che considerano l'unico rifugio per il popolo ebraico.
Di seguito un'immagine di chi ha contribuito alla creazione dello Stato di Israele, e vive oggi una realtà composita, segnata da profonde fratture sociali, dovute all'appartenenza etnica, alle convinzioni religiose e politiche, ed a un sempre maggiore divario fra ricchezza e povertà. Le parole di un ventitreenne appena rientrato dal servizio di leva, e di una sessantenne, artista e madre di cinque figli, tutti nell'esercito, dipingono una società trincerata dietro la paura di un nemico forse poco conosciuto, e la percezione di una minaccia esterna sempre viva; una società che si nutre di arte e cultura, e che consegna la formazione dei suoi giovani a uno degli eserciti più potenti al mondo, in bilico fra l'amore per la dignità umana e una radicale sfiducia nell'uomo.

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