La mia Santiago – parte ottava. Lavorare per la giustizia
Ero a casa, qualche sera fa, nella Casa di Fraternità dove sto vivendo da metà luglio, e che sarà il mio nido fino alla metà di agosto, data in cui ritornerò nella casa che mi ha accolta dal primo giorno. Una sera fredda, io appiccicata alla stufa a gas, seduta sul divano insieme a Silvia, la ragazza cilena responsabile della casa. Stavamo guardando la televisione, alla ricerca di qualche bel film, uno di quelli che non ti facciano pensare, che magari ti facciano ridere, oppure che ti aiutino a chiudere gli occhi. E invece la nostra attenzione viene catturata da un reportage sulla realtà de “Los Guarenes”, termine usato qui per dire ratto, rattone, e in questo caso è stato scelto da una banda che vive a Santo Thomas, un quartiere ai margini della Pintana. Io lo conosco solo di nome, ci sono entrata un paio di volte, sempre di sera, e non sono mai scesa dalla macchina, anche perchè quello che ho visto non mi ha ispirato particolare fiducia. Mi ricordo per esempio che per le strade c’erano gruppi di ragazzi che con dei pali infuocati bruciavano i cavi della luce...
Tutti conoscono il Santo Thomas come uno dei quartieri più pericolosi. Quasi ogni giorno viene menzionato al telegiornale per qualche brutto fatto di cronaca. Sempre ci passo davanti quando vado al Cij, e ora mi immagino la vita che sta dentro e dietro alle facciate delle case e sportattutto alle storie che si sentono raccontare. È in questo scenario che si muovono “Los Guarenes” e la loro banda rivale, composte tutt’e due per lo più da giovani che pensano che questo sia il modo giusto, nel senso di più facile e veloce, per ottenere ciò che vogliono, per risolvere i problemi, per sentirsi qualcuno e per farsi rispettare. Le facce coperte da sciarpe e cappelli, le voci alterate dal computer, raccontano storie tristi, di abbandono, droga, violenza, e mentre li ascolto immagino quanto dev’essere complicato per un bambino nascere e crescere in una realtà come quella del Santo Thomas, a quante cose, sia affettive che materiali, saranno mancate nella loro vita. Non è una giustificazione, e neanche voglio cercarne una, perchè probabilmente non esiste, solo sto cercando di non separare la mia opinione dal contesto sociale.
Un’altra parte del reportage che mi colpisce è l’intervista a una ragazzina di 16 anni, di un altro quartiere povero e di periferia. Questa ragazzina faceva parte di una banda chiamata “Las arañitas”, cioè i “ragnetti”, perchè facevano delle crepe nei muri dei palazzi per poter entrare a rubare. A 16 anni ha già alle spalle un passato da ladra, drogata, detenuta, con una figlia piccola a cui pensare, come ragazza madre. E mi chiedo che futuro possa avere una bimba così piccola, con una madre che è a sua volta bambina, ma con un curricilum da donna più che vissuta. A volte queste catene sono difficili da spezzare, e certe vite sembrano già scritte prima ancora di cominciare. Forse sarebbe meglio se qualcuno la prendesse in affidamento, magari facendo un percorso con la madre, ma qui in Cile i servizi sociali sono differenti rispetto all’Italia, manca tutta quella rete formata da assistenti/educatori domiciliari e sul territorio che seguono le persone più bisognose o in difficoltà direttamente nelle loro case. E quindi la piccola rimarrà con la sua mamma, sperando che lei impari dai suoi errori e sia un esempio per la figlia.
Però mi viene anche da pensare al perchè si parli sempre del male e non si portino mai esempi positivi: qualche piccolo germoglio, storie di persone che davvero siano riuscite a risalire, che davvero una volta per tutte abbiano spezzato quella terribile catena che sembra indistruttibile. Ad esempio so che anche in quartieri come il Santo Thomas ci sono centri simili al Cij, che lavorano con bambini a rischio sociale e con le loro famiglie, condividendo l’idea che forse indignarsi, scandalizzarsi o rattristarsi serva a poco, se subito dopo non si comincia a lavorare perchè ci sia più giustizia per tutti. Giustizia che si manifesta nei grandi e piccoli eventi, in quelli che verrano ricordati, come magari il Foro Infantile di Temuco, e altri che verrano dimenticati, come ad esempio il gioco organizzato al Cij in un pomeriggio delle vacanze d’inverno. Potrebbe sembrare che un gioco, semplice e banale, con il tema nobile e delicato della giustizia c’entri poco, ma io credo che anche da lì possa arrivare qualche cambiamento. Non fosse altro perchè i bambini, tutti, hanno trascorso un pomeriggio divertente, con giochi talmente elementari che i nostri bambini italiani, sofisticati e abituati alla tecnologia, avrebbero snobbato, ma che qui sono stati la gioia di tutti i partecipanti. E che festa ha fatto la mia squadra, i “blu”, composta quasi solo da bambine, quando ha vinto il tiro alla fune contro le altre tre squadre popolate da maschietti! Banale il gioco, e senza importanza la vittoria, ma in un Paese maschilista come il Cile, ogni segnale di vitalità femminile è ben accetto, dall’elezione di un presidente donna, fino ad arrivare ad un semplice tiro alla fune.

