L'uomo invisibile
Periferia di Astrakan, sabato mattina di metà maggio. Non sono ancora le 7.30 e fa già molto caldo. Il quartiere Trusovskij si sveglia lentamente e le strade sterrate che confluiscono nella via principale si popolano di persone dirette a scuola e al lavoro. La polvere sollevata dal vento offusca a tratti la vista, ma nessuno sembra particolarmente infastidito per questo. Nessuno tranne me: faccio anch’io parte di questa scena mattutina e, nonostante gli sforzi per mantenere un’andatura costante, a tratti mi devo fermare perché mi bruciano gli occhi.
Ho sempre pensato che uno dei tratti distintivi del popolo russo fosse l’impassibilità di fronte alle avversità, ma davo un connotato prettamente politico a quest’idea, legato di più al rapporto della gente comune con il potere, piuttosto che alle relazioni nella vita quotidiana. La scena che mi si presenta davanti agli occhi, invece, aggiunge un tratto sconcertante alla mia constatazione.
Mi avvicino alla strada principale e focalizzo un uomo disteso a terra di schiena, immobile. Sul ciglio della strada il suo carrettino misero. La maggior parte delle persone che passa non lo vede neanche, qualcuno si gira, lo osserva per qualche secondo e torna sui propri passi. Io resto lì ferma, bloccata, un solo pensiero: quest’uomo sembra morto. E di fronte ad un uomo morto gli uomini vivi non si fermano, non hanno pietà, hanno solo paura.
Mi avvicino a lui, puzza di alcol e di piscio. Ancora non lo vedo in volto, e mi accorgo di un particolare che all’inizio mi era sfuggito: un cagnolino se ne sta accucciato di fianco a lui, quasi a fare la guardia. Forse è il suo cane e aspetta solo che il padrone si svegli. Testimone di quello che è successo, aspetta lì e non scappa. Faccio ancora qualche passo e ora vedo il volto tumefatto di questa persona. È insanguinato, ha un occhio nero. L’idea che sia stato investito lascia spazio ad un’altra un po’ più definita: l’uomo è un barbone, doveva essere ubriaco, qualche parola di troppo con qualcuno ed è stato picchiato. Lo tocco, all’inizio leggermente, poi lo scuoto. Non dà alcun segno di svegliarsi, ma almeno sento il suo respiro. È vivo! Quest’uomo è vivo, dorme solo profondamente. Il sollievo che provo è grande, perché significa che si può ancora fare qualcosa per lui.
Ma cosa? Questo genere di persone spesso non viene nemmeno accettata negli ospedali, dato che trovare un ubriaco collassato in strada pare rientrare nella normalità. Figuriamoci se è una straniera a telefonare per chiedere all’ambulanza di uscire! Chiamo a casa, arriva S., il ragazzo della comunità terapeutica che vive con me. Ci consultiamo sul da farsi: la mia idea è quella di telefonare al numero del pronto soccorso per far uscire un’ambulanza, anche se lui non mi sembra convinto. Alla fine riesco a convincerlo, solo che resto sconcertata: dopo la chiamata S. dice che ce ne dobbiamo andare via subito. È quasi spaventato. Il problema è che assieme all’ambulanza potrebbe arrivare anche la polizia, ed allora sarebbero grane: ci farebbero mille domande, come se fossimo stati noi a ridurle quell’uomo così, e potrebbero anche portarci alla centrale, a maggior ragione perché io sono straniera. Insomma, meglio evitare qualsiasi contatto con le istituzioni.
Ci avviamo così verso casa, lasciando quella persona sulla strada. Mi sento male, mi sento una vigliacca. Sento che è abominevole che la paura nei confronti di chi dovrebbe garantire la sicurezza nel paese spinga ad abbandonare un uomo ferito, un uomo invisibile agli occhi della gente. Posso sovvertire quest’ordine delle cose? E come posso farlo, se la mentalità della gente comune è così condizionata dal potere istituzionale? Sulla strada verso casa scoppio a piangere. Sono lacrime di rabbia, per aver avuto poco coraggio, per essermi lasciata prendere dalle emozioni e non aver avuto la tenacia di restare là. Il risultato però è che S. torna indietro, torna dall’uomo invisibile e resta là fino a quando arriva l’ambulanza, per assicurarsi che lo portino all’ospedale e che riceva le cure necessarie. Contro tutte le sue paure.
Il giorno dopo non sono passata per l’ospedale a vedere come stava. Ho pensato a lungo a quello che è successo, alla mia reazione, alla freddezza con cui sono riuscita a fotografare quegli attimi di incertezza. Sono convita che oggi agirei in modo diverso, non mi muoverei da quel posto senza avere la certezza che i soccorsi arrivino. Quello che mi chiedo è se S. abbia agito mosso dalle mie lacrime o dal mio stesso rimorso. E non ho nemmeno una spiegazione plausibile per l’indifferenza della gente nei confronti dei propri fratelli. Decenni di socialismo reale non possono giustificare l’insensibilità della gente verso il dolore altrui, eppure qui in Russia è quello che succede ogni giorno. Ad Astrakhan, a Volgograd, a Mosca, a Grozny fino a Vladivostok.
Sono tutti uomini invisibili quelli che soffrono, o siamo noi che stiamo diventando ciechi?



