Solo l'amore converte in miracolo il fango
Sono già passati sette mesi da quando sono arrivato qui nella città di Eldorado in territorio Argentino per svolgere il servizio civile volontario come casco bianco.
Nel corso di questo periodo ho passato molti momenti in cui i miei pensieri sono stati avvolti da scosse vertiginose che hanno messo in discussone molte certezze che avevo fino al giorno della partenza; credevo che con la ragione si potesse spiegare ogni cosa, ero convinto che con i miei teoremi e le mie elucubrazioni mentali sarei stato in grado di decifrare la realtà circostante. Non pensavo potesse essere poi così inspiegabile questo nuovo mondo che venivo a conoscere.
Appena arrivato sono iniziate le visite con l'equipe di Caritas locale ai diversi gruppi di beneficiari e nella prima di queste giornate sono capitato in un villaggio molto vicino al centro cittadino. In Eldorado vivono 75 mila abitanti, ma una cosa che proprio non capivo era come e dove vivesse tanta gente visto che il centro, non lussuoso ma certamente dignitoso, è costituito da una piazzetta e qualche isolato asfaltato con negozi e commerci, tutto intorno il mio occhio coglieva solo una immensa distesa di natura verdeggiante.
Finalmente l'occasione di vedere cosa ci fosse la dentro, di entrare in quelle strade incredibilmente rosse che fino ad allora avevo visto solo dal pullman durante il viaggio di arrivo. Con la macchina di Gerardo Segovia, coordinatore locale del gruppo di lavoro di Caritas, non faccio in tempo ad entrare che è gia tempo di scendere, avremo fatto si e no due chilometri.
Siamo arrivati nel taller di un gruppo di artigiane ceramiste, una umilissima costruzione, sita all'interno del villaggio, dove lavorano, e la mia attenzione è subito catturata dalle case intorno, di legno, malmesse, e da una marea di bambini e bambine che a piedi nudi corrono e giocano a perdifiato nelle strade di fango rosso.
Sono più di quattro anni che un gruppo di donne si è dovuto ingegnare per uscire dalla crisi lavorativa che ha distrutto economicamente l'Argentina dopo la grande crisi del Dicembre 2001. Sono donne di estrazione molto povera, che nel migliore dei casi viveva di lavori provvisori per mantenere la famiglia, e che dopo questa crisi si è ritrovata come la maggioranza della popolazione argentina a doversi ricreare una occupazione per vivere. Ed è così che grazie agli aiuti di Caritas ed altre istituzioni locali ha preso piede questa iniziativa di armarsi in gruppo ed apprendere da zero una nuova professionalità; si è costruito questo spazio lavorativo, si è ottenuta una formazione continua in materia, ha iniziato a diffondersi nella città la notizia della creazione del progetto "Barro Vida" (fango vita).
Ed infatti l'idea è stata da sempre elaborare una creazione artigianale riscattando quella che è l'iconografia aborigena e soprattutto sfruttando le risorse naturali del luogo. Proprio così, si lavora con il fango della terra su cui si vive.
Quello che per me risulta oggi un miracolo è la straordinaria confidenza e amicizia che ho instaurato con loro, e per fortuna o chissà cosa, del primo giorno di visita rimane solo un ricordo di grande timidezza, la mia, motivo tuttora di forte derisione nei miei confronti!
Quello che mi spaventava all'inizio era la loro incredibile cordialità, la spontaneità nel linguaggio, il mettere il volontario italiano sempre al centro dell'attenzione.
Piano piano ho iniziato a frequentare il villaggio ed il taller, inizialmente nel tentativo di imparare a fare qualche cosa di artistico, ma dopo falliti risultati il motivo delle mie visite è stato di puro piacere, per giocare con i numerosissimi bambini del villaggio, per parlare, per conoscersi bevendo mate (tipica bevanda di alcuni paesi sudamericani in cui si versa dell'acqua calda in una infusione di erba "Mate" che si passa tra i vari commensali).
Ed è in questa relazione di confidenza che ho avuto l'onore di poter conoscere anche la parte difficile e nascosta della vita di ognuna di loro, le storie più dure, tragiche, quelle cose che in generale si tendono a tenere nascoste nell'armadio per il timore e la volontà di non continuare a farsi del male; storie di vita che sembrano non appartenere minimamente a quei sorrisi e a quella vitalità che regalano ad ogni incontro. Non per il gusto spicciolo del pettegolezzo, ma per elogiare l'anima di queste donne, con le lacrime agli occhi ho ascoltato racconti di infanzie vissute in vendita a persone adulte prive di scrupoli morali con il permesso quasi imposto dalle circostanze di genitori inermi per povertà, di ragazze che mentre aspettano un figlio, si vedono quello che dovrebbe esserne padre andarsene dalla casa senza tornare mai più, di vite umane costrette a fuggire per cercare qualcosa di indefinito per sopravvivere. Come riuscire a non credere che esista qualcosa di magico vedendo queste persone riuscire a lottare ogni giorno contro la vita con il sorriso e l'allegria nell'anima.
E veramente è magico il processo di elaborazione artigianale tramite il quale il prodotto finale prende vita.
Si parte con la ricerca della materia prima, si va nel bosco e negli argini del fiume Paranà per raccogliere in grandi sacchi del fango scuro, argilla e sabbia arenosa, i prodotti dai quali si ricava, mescolandoli con la sola forza delle mani, la pasta di fango da modellare. Utilizzando i pochi strumenti presenti nel laboratorio, un tornio di legno, dei calchi, esperienza e fantasia, si giunge ai prodotti finiti che dopo esser visti, rivisti e lucidati, vengono inseriti in un forno la cui base è l'unica parte stabile, mentre la copertura si fa e disfà con mattoni di argilla ogni qualvolta si debbano cuocere i pezzi artigianali. La cottura è la parte più emozionante: si mettono all'interno del forno tutti i prodotti creati dalle artigiane, si chiude il forno, e si inizia a bruciare legna per scaldarlo dalle cinque della mattina fino alle sette della sera, con una temperatura ambientale che raggiunge i quarantacinque gradi centigradi, avvolti dall'attesa di vedere quanti pezzi usciranno intatti dal processo di cottura e con la speranza di immaginare dentro le fiamme e il calore di quel forno un futuro migliore.
Sono tante, anzi tantissime le difficoltà che ostacolano una riuscita reale di questo progetto; manca un mercato di riferimento, si vendono bassissime quantità solo tramite sporadiche domande provenienti da pochi privati, mancano mezzi di lavoro basici, la grande mole di lavoro accompagnata ad esigui risultati economici demoralizza il gruppo che ne esce frantumato.
Cosa fare in questo contesto? Come poter non sentire anche solo moralmente la necessità di aiutare queste persone? Come combattere tra tanti fattori contrastanti?
Ad oggi non sono riuscito e con il poco tempo a disposizione non credo poter trovare a queste domande una soluzione o almeno una risposta razionale.
Però sento la convinzione e la fiducia che la forza spirituale di queste donne non potrà perdersi invano, ed è questo ciò che mi sta dando la grinta di voler dare con le poche risorse in mio possesso tutto il possibile per aiutarle.
"Solo el amor convierte en milagro el barro", solo l'amore converte in miracolo il fango dice il loro logo, solo l'amore può trasformare in cose preziose una materia cosi primitiva come il fango, e l'amore più di ogni altra cosa da la forza a questo gruppo per andare avanti per realizzare quello che oggi sembra solo un miracolo ma chissà un giorno non sia una realtà.

