Gruppi di tematiche

Zambia

Le stagioni della fame

I bambini zambiani sorridono sempre, eppure il peggio è appena passato: la stagione delle piogge è quella che maggiormente colpisce i ¾ dei bambini, affetti da malnutrizione nelle sue diverse forme.
Incontro con il dott. Mwandama, responsabile del reparto malnutriti al Mansa General Hospital, unico centro di riferimento per tutte le cliniche succursali sparse nella Provincia del Luapula, e unica struttura che offre assistenza ai bambini malnutriti.
Alessandra Zaghini (Caschi Bianchi Apg 23)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 13 giugno 2007

Il verde. L'intensità e la ricchezza del verde è ciò che più colpisce la vista attraversando gli altopiani del Luapula. Un'abbondante e variegata vegetazione, per lo più di media altezza, ricopre tutta la regione interrotta solamente dal luccichio di qualche corso d'acqua e dalle ordinate geometrie degli orti e dei campi che circondano le capanne di terra rossa dai tetti in paglia. Non esistono agglomerati urbani, zone industriali o centri commerciali nel Luapula. In questa regione tutta l'economia ruota attorno al lavoro della terra e al piccolo commercio dei prodotti che da questa si riescono a ricavare.
Tuttavia, lo splendore e la ricchezza del paesaggio naturale non rispecchiano le condizioni di vita delle persone, o almeno della maggior parte delle persone, che in mezzo a quella natura ci vive. Basta addentrarsi un po' lungo uno qualsiasi dei tanti sentieri che portano a uno qualsiasi dei tanti villaggi, per vedere come le bucoliche impressioni iniziali si sgretolino di fronte alla realtà. Di solito, nel giro di poco tempo, frotte di bambini curiosi e sorridenti (perché in Zambia i bambini sorridono sempre, a dispetto di tutto) iniziano a sbucare fuori da ogni dove e ciò che colpisce, se si riesce ad andare al di là degli abiti malconci e della mancanza di scarpe, da cui gli occidentali sono sempre molto impressionati, è che la stragrande maggioranza di loro, sotto quei grandi occhi che brillano per la giovane età, ha i volti scavati, le braccia e le gambe scheletriche e le pance incredibilmente gonfie. Se poi si decide di intrattenersi ancora un pò per soddisfare la loro curiosità, non sarà inverosimile udire le risate e le voci divertite, prima solo interrotte, poi definitivamente sostituite da un coro di colpi di tosse. A poco a poco, lo spettro della fame che inizia ad insinuarsi nella mente, acquista concretezza e prende forma nei corpi vibranti di quei bambini che sgranano gli occhi in attesa di un gesto.

Documentandosi un po' non è difficile trovare la triste conferma alle proprie supposizioni. Dalle analisi dei reports e delle statistiche più recenti emerge che nel distretto di Mansa principale città della provincia del Luapula, ¾ dei bambini, in un'età compresa tra i 6 mesi e i 12 anni, soffrono di malnutrizione cronica e che questa, in molti di loro, causa seri problemi di crescita, soprattutto quando ad essere colpiti sono i più piccoli. Gli studi dimostrano che lo sviluppo fisico e mentale del bambino è più rapido durante i primi 5 anni di vita e che problemi di malnutrizione nell'arco di questo periodo possono seriamente comprometterne la crescita ed un sano sviluppo.
In ogni caso si tratta di un problema molto complesso che coinvolge il sistema sociale zambiano da più punti di vista, ed è ben lontano dall'essere spiegato con la sola carenza di cibo.

Per cominciare, esiste una stretta correlazione tra lo stato nutrizionale dei bambini, considerato uno dei principali indicatori di povertà e di salute della popolazione, e la condizione economico/sociale delle loro famiglie. Nel Luapula la maggior parte della popolazione è disoccupata e spesso il problema principale che deve affrontare è proprio quello di rimediare il cibo. Anche se quasi tutte le famiglie dispongono di piccoli appezzamenti di terreno, spesso non sono in grado di acquistare le sementi, i fertilizzanti o i diserbanti necessari alla coltivazione, oppure non possiedono le conoscenze agricole necessarie.
A tutto questo, poi, si aggiunge che anche quando le famiglie riescono a trovare i mezzi, spesso la gestione dei raccolti non permette di raggiungere un'alimentazione adeguata. La stragrande maggioranza dei prodotti (come il mais, le groundnuts, i fagioli, le patate, le zucche) infatti può essere coltivata solo in determinate stagioni e questo fa sì che la produzione di cibo, nell'arco dell'anno, risulti limitata dal punto di vista della diversificazione e che di conseguenza quei prodotti diventino "cibi particolari", se non di lusso, che le famiglie, piuttosto che consumare, preferiscono vendere per ricavare i soldi necessari a soddisfare altri bisogni, come per esempio pagare le tasse scolastiche, acquistare sementi o fertilizzanti per le semine successive, comprare il sapone. Di fatto l'unico alimento su cui le famiglie possono contare stabilmente è la cassava, un tubero dal basso valore nutritivo che può essere consumato fresco, essiccato o sotto forma di farina da cui, in mancanza di quella di mais, soprattutto nei villaggi, si prepara anche il porridge per i bambini. La cassava ha il pregio di crescere senza troppi costi tutto l'anno, anche durante la stagione delle piogge (da settembre ad aprile), quando per molte famiglie diventa l'unico alimento possibile. Questa difficile situazione alimentare ovviamente non investe solo i bambini, che in ogni caso restano i più colpiti, ma anche le madri che si ritrovano doppiamente vittime: prima di un'alimentazione inadeguata al loro stato, che spesso le costringe a dare alla luce bambini già sotto-peso alla nascita, e quindi più facilmente esposti alla malnutrizione, e poi di un sistema sociale che le vede investite, in quanto donne e mogli, indipendentemente dal loro status, di un carico di mansioni eccessivo, dal lavoro domestico a quello nei campi, che le sottrae alla cura dei figli. Spesso, per esempio, accade che le madri non riescano ad allattare o a nutrire i bambini più di una volta al giorno perché sono a lavorare nei campi e non è raro neppure che i bambini vengano lasciati a casa da soli, o affidati alle cure di fratelli e delle sorelle spesso solo un po' più grandi, senza che nessuno li sorvegli o prepari loro i pasti. Non c'è quindi da stupirsi se, a volte, i risvolti di questo sistema possano assumere toni tragici.

Il dott. Mwandama, responsabile del reparto malnutriti al Mansa General Hospital, a cui decido di rivolgere qualche domanda per completare il quadro, non delinea certo uno scenario migliore: «La maggior parte delle famiglie, quando va bene, riesce a dare ai bambini due pasti al giorno (il pranzo e la cena), ma molti non riescono neppure a garantire un solo pasto ai propri figli; nei casi più estremi può capitare addirittura che alcuni riescano a rimediare solo della frutta, per esempio dei manghi.» Le situazioni più critiche di solito si verificano fra novembre e aprile, durante la stagione delle piogge, quando non a caso l'ospedale registra il più alto numero di ricoveri, che diminuiscono a maggio, per tutta la stagione secca, fino al nuovo arrivo dei monsoni. A complicare la situazione, prosegue il dott. Mwandama, contribuiscono inoltre le carenze del sistema sanitario locale: «Il Mansa General Hospital è l'unico centro di riferimento per tutte le cliniche succursali che sono sparse nella Provincia del Luapula ed è l'unica struttura in cui è possibile offrire un'assistenza adeguata ai bambini malnutriti. Le cliniche periferiche mancano praticamente di tutto: dalle medicine, al cibo, al personale formato per fronteggiare i problemi nutrizionali. L'unica cosa che queste cliniche possono fare (e c'è da tener presente che la maggior parte dei bambini proviene dai villaggi che fanno riferimento a queste cliniche) è segnalare i casi più gravi al nostro ospedale che, in ogni caso, ha delle difficoltà perché la malnutrizione è solo una delle tante patologie che viene trattata nell'unica corsia pediatrica di cui disponiamo. Pur esistendo, infatti, un piccolo reparto riservato ai bambini malnutriti, nel periodo in cui si registra il picco dei ricoveri, capita spesso che non sia sufficiente, così siamo costretti a sistemarli in altri reparti, assieme a bambini affetti da altre patologie, e a esporli in questo modo ad un'ulteriore situazione di pericolo in quanto il loro sistema immunitario è molto basso e sono particolarmente predisposti a contrarre ogni tipo di malattia.»

Chiedo al dott. Mwandama quale sia la procedura che normalmente viene seguita quando arriva un bambino malnutrito: «Di solito cerchiamo di capire da dove arriva e qual è il suo background famigliare per stabilire la causa e il livello della sua condizione di malnutrizione. La maggior parte dei bambini che trattiamo sono orfani di entrambe i genitori e vivono con i nonni che di solito sono troppo anziani per lavorare e non hanno soldi sufficienti per nutrirli; oppure, altre volte, si tratta di figli di madri troppo giovani che semplicemente non sanno prendersene cura. Poi cerchiamo di stabilire, prima di avviare la terapia, che tipo di malnutrito è: se un "marasmus" (i cosiddetti bambini "pelle e ossa", dai volti rattrappiti che sembrano quelli di un anziano e che sono al di sotto del 60% del peso corporeo che dovrebbero registrare per la loro età), un "kwashiorkor" (bambini al di sotto del 60/80% del normale peso, con spesso il volto e gli arti gonfi, e il cui corpo non si è sviluppato come avrebbe dovuto in rapporto all'età), o semplicemente un bambino sotto-peso. Ovviamente vengono fatte anche molte analisi perché tanti possono essere i fattori correlati, quali diarrea cronica, tubercolosi, hiv/aids, determinanti una riduzione dell'appetito e quindi un aggravamento delle condizioni mediche. Il cibo che diamo ai pazienti viene distribuito secondo i parametri stabiliti dalle tabelle del WHO (World Health Organization) chiamate F75FEEDS e F100FEEDS, perché ad ogni pasto dovrebbero essere garantite almeno 75/100 Kcl. Il numero dei giorni di ricovero poi dipende dalla gravità della malnutrizione: quelli che impiegano più tempo di solito sono i casi gravi di "kwashiorkor", assieme ai pazienti che hanno patologie correlate, come TB e HIV/AIDS; i casi meno gravi normalmente impiegano dalle 2 alle 3 settimane.
Un'ultima questione, infine, è che non esiste una forma adeguata di assistenza quando il paziente viene dimesso e ritorna al suo villaggio: molto spesso, infatti, accade che i bambini ricomincino ad avere un'alimentazione inadeguata e che quindi ricadano nella malnutrizione.»

Domando al dott. Mwandama se questo scenario, certo non dei più confortanti, lasci intravedere qualche spiraglio di luce, se non per risolvere, almeno per cercare di migliorare la situazione: «Personalmente sono favorevole ai progetti di micro-credito, perché di certo distribuire cibo e basta, senza educare o dare degli incentivi non risolve il problema, ma la verità è che non esiste un programma concreto con cui intervenire. Nessuno di noi, dallo staff dell'ospedale alla comunità stessa, ha mai sviluppato un piano d'azione con cui agire, pur sapendo che il problema si ripresenta in tutta la sua gravità ad ogni stagione delle piogge. Il punto è che si tratta di un problema di salute pubblica che coinvolge molti aspetti della società. Noi come ospedale, senza sostegni esterni, possiamo intervenire solo da un punto di vista sanitario, ma questo ovviamente non basta: per cambiare le cose bisognerebbe lavorare con la comunità, educare le persone, sostenere le famiglie economicamente e insegnare loro come nutrire e curare i figli. Insomma, si tratta di intervenire a livello sociale, ma questa dovrebbe essere una politica del Ministero della Salute. »

Mentre percorro il lungo corridoio, insolitamente deserto, della corsia pediatrica, puntando dritta verso l'uscita e verso la luce per sfuggire alla penombra e al terribile odore di disinfettante e di quant'altro si può respirare in un ospedale, scorro le statistiche più recenti lasciatemi dal dott. Mwandama: da gennaio a marzo di quest'anno, su 67 bambini ricoverati per malnutrizione, 14 sono deceduti e la malnutrizione, assieme alla malaria e alla tubercolosi, compare fra le prime 5 cause di mortalità. Per avere un termine di confronto scorro anche le statistiche relative al 2006: la malnutrizione viene indicata sempre fra le prime 5 cause di mortalità infantile, ma i decessi, nell'arco di tutto l'anno, sono stati complessivamente "solo" 16. Ancora una volta il quadro non è di certo consolante, ma non posso trattenermi dal pensare che, forse, i mesi peggiori sono passati. Per quest'anno.
Fuori è una bella giornata di aprile, di quelle che a primavera si respirano anche in Italia. Una brezza leggera rende l'aria tiepida e dalle fronde degli alti alberi che si trovano nel giardino ben tenuto dell'ospedale filtra una luce chiara, che abbaglia. Al riparo delle isole d'ombra che si formano ai loro piedi, sedute sull'erba, con i figli comodamente sistemati nei "citenghe", sono riunite in piccoli gruppetti le mamme del reparto di pediatria; all'aperto, come all'aperto si svolge gran parte della vita qui in Africa, quasi dimentiche del luogo in cui sono costrette, conversano allegramente mentre i loro bambini, alcuni minuscoli e visibilmente malnutriti, dormono sereni accarezzati da un venticello salubre che li porta lontani dai tormenti dell'ospedale e probabilmente li fa sentire protetti, come nei loro villaggi, all'ombra di qualche pianta. E allora non posso fare a meno di pensare che, in mezzo a questo panorama poco confortante, la bellezza della natura un ruolo ce l'ha ancora, se riesce a rasserenare l'animo di un bambino malato e a farlo dormire.

Powered by PhPeace 2.2 alpha