La mia Santiago - parte quinta. Sanità
Arriviamo di corsa, io apro la porta rossa mentre Andrea tiene in braccio la bambina, e la adagia sul lettino. È una bambina di Pablo de Rocka, una bambina del nostro gruppo, e per voi la chiamerò Alejandra. Si è fatta male dopo l'incontro, è caduta, o l'hanno spinta, o non si sa bene come sia successo. L'importante però ora è che qualcuno la visiti al più presto, perchè Alejandra si tiene stretta la manina sinistra e anche il piede sinistro le fa male ed è gonfio più del normale. E così con la mamma, nel furgoncino del Cij, andiamo nel consultorio più vicino, dove per me si apre un altro aspetto del mondo pabloderocka-pintana-santiago-cile che non conoscevo.
La sala d'attesa del consultorio è piena di gente di tutte le età, e non riesco ad immaginare da quanto tempo stia aspettando. A noi per fortuna non tocca fare la fila, la gente ci vede arrivare e subito ci indica la porta rossa, da cui si accede ad un'altra stanzetta, che dovrebbe essere l'ambulatorio medico. In realtà c'è appena lo stretto indispensabile, forse anche qualcosa meno, e pure questa è affolata: una signora diabetica con la flebo, un bimbo che strilla per paura della puntura, una signora con problemi di pressione, una bimba con la febbre. Siamo fortunati: ad Alejandra tocca il lettino, tutti gli altri si devono accontentare della sedia. Quasi subito la visitano, ci fanno una carta per andare in un altro ospedale a fare le radiografie e ci lasciano lì ad aspettare l'arrivo del furgone del Cij, che sta accompagnando a casa gli altri bambini. In quei minuti di attesa, mi colpiscono e mi feriscono non so quante sensazioni: per non aver evitato l'incidente, per la povertà del consultorio, per la scarsa attenzione dei medici, per il dolore di Alejandra, e perchè la sua mamma non è al suo fianco, ma addirittura fuori dalla sala e accanto a lei, cercando di calmarla e farla sorridere, ci sono io. Mi fa male vedere una bambina lasciata sola a gestire un dolore fisico, che anche noi grandi facciamo fatica a capire, accettare e dominare... figuriamoci una bambina di 9 anni! E la sua mamma non è lì con lei, non la sta consolando o coccolando così come dovrebbe essere, così come faceva la mia mamma quando io mi facevo male.
A sera, tornando a casa in metro, tutte queste immagini mi rimbalzano nella testa, e mi sento impotente, piena di rabbia e tristezza per quello che è successo e per quello che ho visto: una faccia in più della mia Santiago piena di contraddizioni. E il senso di ingiustizia e divario sociale aumenta quando, qualche giorno dopo, capito in una delle cliniche più costose e all'avanguardia di tutta Santiago. Sembra di stare in un hotel di lusso, pavimenti lucidi come specchi, aria non solo condizionata, ma purificata. In ogni sala d'aspetto per i bambini ci sono televisori a schermo piatto che trasmettono cartoni, e poi giochi di gomma, colori, costruzioni, perchè i bambini possano distrarsi aspettando la visita, che comunque avverrà nel giro di pochi minuti. Addirittura c'è un signore che ti aspetta all'uscita del parcheggio per inserire il ticket del pedaggio nell'apposita fessura, in modo che tu non ti debba scomodare troppo ad allungare il braccio. E ti saluta. Questo è il suo lavoro! Non è certo una novità, non ho scoperto ora che ci sono categorie e categorie di persone, che ci sono bambini i cui genitori possono permettersi di spendere 45 mila pesos per una visita pediatrica, e bambini i cui genitori invece guadagnano 120 mila pesos al mese, e non possono neanche pagare l'assicurazione medica, fondamentale in Cile per curarsi, perchè ti dà accesso a cure degne di essere chiamate come tali, senza dover passare attraverso la sanità pubblica, dove non si fa altro che aspettare di essere visitato da medici per lo più incompetenti. Anche questo succede nella vita quotidiana di Santiago, e ora che ho visto con i miei occhi il divario e l'igiustizia pure nel campo della salute, credo che la prossima volta, prima di lamentarmi della sanità italiana, ci penserò bene.
E ad Alejandra... cosa è successo? Dopo il lettino del consultorio, c'è ancora da raccontare che col furgone del Cij l'hanno accompagnata all'ospedale, e dalle radiografie abbiamo appreso che la caviglia era solo gonfia, mentre il pollice della mano sinistra era rotto ed è stato operato. Tutto questo è successo un mercoledì, e il lunedì successivo ugualmente Alejandra è venuta all'incontro del gruppo bambini, con il suo braccino ingessato e il solito sorriso, ignara come tutti i bambini del mondo di quello di cui avrebbe diritto, e che invece non può avere perché è nata nel lato "sbagliato" di Santiago. Tocca a noi lottare perchè non ci siano più differenze di "lato di città", di lato di mondo. Difficile, quasi impossibile, e se alle volte mi sento come don Chisciotte contro i mulini a vento, so che io ho una ricchezza in più: il sorriso dei miei bambini, e solo per questo, anche quando perdo contro il mulino a vento di turno, mi sento comunque vincitrice!

