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Cile

La mia Santiago - parte quarta. Centro di accoglienza

Il servizio di Chiara al centro di accoglienza diurna per bambini.
Chiara Ferrari (Casco Bianco a Santiago del Cile)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 08 maggio 2007

Arriviamo col furgoncino in Pablo De Rocka, e i bambini sono già lì che ci aspettano: ci corrono incontro e appena apriamo lo sportello, fanno a gara a prendere il materiale dalle mani per aiutarci a portarlo dentro la sala. Diciassette facce, sono i miei bambini, è il mio gruppo! Tutti i lunedì e mercoledì dalle 18.30 alle 20.30, insieme ad Andrea, Casco Bianco come me, e a Laura, volontaria, vado in questo settore della Pintana che si chiama Pablo De Rocka. Ci ritroviamo in una sede che di solito viene usata per organizzare corsi, laboratori o riunioni, ma che il lunedì e il mercoledì si riempie di ragazzini che abitano in quello stesso settore. Questa è l’idea del Cij: non aspettare che i bambini vengano da noi, ma andare là dove loro vivono, e anche questo è un modo per sensibilizzare il quartiere e le famiglie che ci abitano. Diciassette, dicevo: diciassette ragazzini dai 9 agli 11 anni, con una netta prevalenza maschile. Non è facile con loro, cresciuti in fretta e già entrati nella preadolescenza, e a questo si aggiunge che quasi tutti sono abituati a vivere per strada. Ai loro genitori non importa dove siano o cosa stiano facendo, quindi possono rimanere in strada anche fino alle 23, o mezzanotte. Le regole che sanno, le uniche che seguono e che rispettano, sono quelle della strada, del più forte, del più furbo, ed è difficile lavorare scontrandosi continuamente con questa “legge”, sopratturtto per noi che siamo cresciuti in un altro Paese, che parliamo un’altra lingua e non siamo abituati alla vita di Pablo De Rocka. Senza tanti problema ti possono minacciare con bastone a pochi centimetri dalla faccia, dicendoti che qui non è l’Italia, e la gente va in giro con pistole e coltelli, ed è l’unica legge che segue… un’esperienza che Andrea ha provato sulla sua pelle!

Per ora con loro giochiamo, cercando di instaurare una relazione, sia con i diciassette ragazzini che con le loro mamme. Si trovano in un’età particolare, non sono più bambini, ma ancora non si possono trattare da grandi, nonostante si sentano tali. Un’età in cui fanno fatica con l’integrazione di genere, e se a tutto questo aggiungiamo il contesto socio-ambientale e culturale delle loro famiglie e della Pintana, ecco che si ha una bomba pronta ad esplodere! Per cui lo ripeto: non è facile con loro! Però ugualmente mi piace, e voglio bene ai miei diciassette piccoli terremoti, anche se con loro non riesco mai a fare tutto quello che mi ero programmata. Per fortuna al Cij lavora un’equipe fantastica: mi seguono, mi ascoltano, mi danno consigli, non mi fanno mai sentire sola e soprattutto mi aiutano a sottolineare gli aspetti positivi. È incredibile la carica di energia che hanno questi ragazzini, e a volte da sotto la corazza dura che devono avere per sopravvivere in Pablo De Rocka, spunta una tenerezza che fa sorridere e commuovere. Nonostante tutto, sono bambini, e questo dato di fatto è più forte di qualsiasi altra cosa, della famiglia, della legge della strada, di Pablo de Rocka, della Pintana, persino di quel famoso bastone a pochi centimetri dalla testa di Andrea. Sono bambini con bisogno di affetto e di attenzione, bambini che mi sono stati “affidati” per qualche mese della mia vita, bambini la cui strada si è incrociata con la mia e verso i quali mi sento responsabile. So che bisognerebe cambiare la società che sta loro intorno per poter offrire ciò che a loro spetta di diritto, ma non posso farlo, quindi l’unica speranza che ho è che siano proprio questi stessi bambini a cambiare la società in cui vivono. Probabilmente non sarà così, forse dovranno passare ancora molte generazioni di bambini nella sede di Pablo De Rocka prima che si muova qualcosa ma ugualmente, da perfetta utopista sognatrice, col pensiero corro a quel mondo ideale che ho chiuso nella testa e che vorrei potesse realizzarsi. Ecco perchè continuo il mio impegno col gruppo, anche se alle volte non riesco ad orgaizzare neanche una partita a “bandiera”.

Dunque, dove eravamo rimasti? Certo: ai bambini che mi corrono incontro quando arrivo, a quegli stessi bambini che, quando ce ne andiamo, seguono il furgone fino a che non prende velocità e sparisce nel buio delle strade della Pintana. Non importa come sia andato l’incontro, non importa che magari li abbia sgridati e che loro, arrabbiati, mi abbiano detto che non verrano mai più: ugualmente corrono dietro al furgone ridendo. E io sono ricura che la volta dopo li troverò ancora lì ad aspettarmi, con lo stesso sorriso, per aiutarmi a portare il materiale nella sala… nonostante tutte le fatiche, stiamo creando una relazione, ed è una delle più belle esperienze che potessi fare come Casco Bianco in Cile!

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