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Brasile

Lettera di un migrante al Presidente del Governo Brasiliano

Un tagliatore di canna da zucchero descrive le sofferenze e le umiliazioni di tanti brasiliani in precaria situazione lavorativa.
Tratto dal bollettino della pastorale dei migranti - Diocesi di Jaboticabal - San Paolo. Anno 20 n. 121 - Edizione speciale 2006
Traduzione a cura di Katia Cecconi (Casco Bianco ad Arcuai, Brasile)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 08 maggio 2007

Signor Presidente,

Vorrei raccontarLe la mia vita. Ho iniziato a lavorare a 14 anni. É stato davvero molto difficile lavorare di giorno e studiare di notte. Spesso mi riducevo a dormire in aula. Ho lavorato molto nei campi con la prospettiva di comprare una casa, ma non ci sono riuscito. Il mio sogno era quello di fare il camionista ed anche mio fratello non desiderava diventare un tagliatore di canna da zucchero, anzi sognava di dirigere gli autobus di linea, ma non c'è riuscito neppure lui. Ho sofferto molto già in tenera età a causa della mia matrigna, ma ora ho una famiglia molto bella: mio figlio ha due anni ed è stupendo. Si chiama Anderson Cauã.
Ho vissuto dei momenti davvero difficili, ma li ho superati. Oggi vivo nella casa di mio suocero, è una vecchia casa di fango. Quando piove l'acqua entra in casa e i topi sono un po' ovunque, sia sul pavimento che sul tetto. Nei periodi di pioggia ho il serio timore che la baracca possa cadere.

Signor Presidente, mi sono recato molte volte nel Mato Grosso, col tentativo di accumulare denaro per costruire una casa mia. La prima fabbrica in cui ho lavorato nel Mato Grosso è stata la fabbrica Libra, dove ho vissuto dei momenti davvero brutti. E purtroppo in seguito la situazione è peggiorata. Mi sono recato in una fabbrica chiamata Pantanal. Ho viaggiato per cinque giorni, l'autobus ha avuto molti problemi, ci siamo fermati tante volte e mancava il cibo. Al terzo giorno le mie forze erano proprio poche. Quando sono arrivato là, non sono riuscito a recarmi nei campi per lavorare per un giorno, e gli addetti al controllo fiscale mi hanno detto che i pasti non mi spettavano. Ho trascorso l'intera giornata con la fame, il giorno dopo non ho resistito e sono andato in cerca di aiuto. Mi sono recato comunque a lavorare dalle cinque del mattino fino a mezzogiorno, ma le gambe non reggevano. Ho telefonato al Ministero del Lavoro e mi hanno promesso che si sarebbero recati al più presto sul luogo in cui stavo lavorando per valutare la situazione in cui io e tanti altri ci trovavamo. Sono tornato a piedi all'alloggio, ma nonostante la mi situazione física ho dovuto recarmi al lavoro il giorno seguente, altrimenti non avrei avuto il diritto di mangiare.
Quando stavo nei campi per lavorare, l'addetto al controllo fiscale si è avvicinato a me con una pistola nella cintura. Perchè un addetto al controllo fiscale armato? Non è giusto intimorire le persone in questo modo. Signor Presidente io credo che lei sappia di quanto nel Mato Grosso i lavoratori siano spesso ridotti a schiavitù. Ho sopportato enormi umiliazioni là. Noi ci rechiamo là per far sì che i nostri figli non vivano le nostre stesse privazioni. Durante la sua guida del Governo sono stati creati il progetto Fame Zero e la Borsa Famiglia, che hanno aiutato molto. Ora sarei felice se il Governo s'interessasse alla nostra situazione, se venissero create fabbriche che diano la possibilità di non allontanarci così tanto e così a lungo dalle nostre case e dalle nostre famiglie.
Ho lottato molto, i miei sogni non si sono realizzati, ma non desisto. Guardo mio figlio e non voglio che lui soffra come ho sofferto io durante la mia infanzia, voglio che lui abbia la possibilità di studiare e realizzarsi, che abbia un lavoro migliore e che non si trovi costretto a dover andare a tagliare la canna da zucchero come suo padre.

Adenilton da Silva Santos
(trascritto dal Giornale del Commercio)

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