Al Nu’man: storia di un villaggio sotto assedio
Lunedi 16 aprile 2007 il piccolo villaggio di Al Nu’man – situato a sud est di Gerusalemme e a nord est di Betlemme, all’interno dei confini della Municipalità di Gerusalemme – ha ospitato la visita di Radhika Coomaraswamy, Rappresentante Speciale Fanciulli e i Conflitti armati del Segretario Generale delle Nazioni Unite.
La visita, organizzata dall’organizzazione internazionale Defence for Children – sezione Palestina, insieme ad altre organizzazioni della società civile palestinese, ha avuto per oggetto l’insostenibile situazione del villaggio di Al Nu’man e le difficili condizioni di vita dei suoi abitanti, circa duecento persone che, semplicemente per il fatto di vivere nelle proprie case, sono considerati dal governo israeliano come residenti illegali.
La visita del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite è stata tanto più significativa se si considera il fatto che il 7 maggio 2007 la Corte Suprema isrealiana deciderà in merito alla petizione presentata dalla comunità di Al Nu’man insieme all’organizzazione per i diritti umani Al Haq, con la speranza che possa contribuire al miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti di questo piccolo villaggio.

La vicenda di Al Nu’man – singolare ma al contempo comune a quella di molti altri villaggi dei Territori Occupati – è iniziata nel 1967 quando Israele, illegalmente ha de facto annesso la parte est di Gerusalemme, incorporando 64 km del territorio della West Bank inclusi 28 villaggi, tra cui le terre di Al Nu’man.
Mentre il villaggio è diventato ufficialmente parte dello Stato di Israele, i suoi abitanti no: poichè la grande maggioranza della popolazione era allora registrata anagraficamente nelle liste del limitrofo villaggio di Umm al-Tala – che, al contrario, non è stato annesso unilateralmente – ad essi è stata attribuita la ID della West Bank piuttosto che la ID di Gerusalemme.
Per più di 25 anni questo non ha costituito un grande problema; la municipalità di Gerusalemme, non ha fornito alcun servizio essenziale, benchè tenuta legalmente ad assicurare servizi alla popolazione residente sul territorio annesso, la quale ha continuato a ricevere tali servizi dall’amministrazione della Cisgiordania.
Gli uomini hanno potuto continuare a lavorare nei villaggi vicini e nell’area della città di Gerusalemme, mentre i fanciulli hanno continuato a frequentare la scuola nel vicino villaggio di Umm Tuba, anch’esso ricompreso nei confini amministrativi della Municipalità di Gerusalemme.

La situazione ha cominciato a deteriorarsi progressivamente a partire dagli anni ’90 con l’implementazione della politica di closure israeliana, che ha fatto sì che permessi speciali fossero richiesti ai Palestinesi in possesso della West Bank ID che volevano muoversi dai Territori Occupati verso Israele.
Così, a partire da quel momento, è diventato illegale per gran parte degli abitanti di Al Nu’man in possesso della West Bank ID, risiedere nelle proprie abitazioni e trovarsi sulle proprie terre, in quanto comprese nei confini della Municipalità di Gerusalemme, sotto governo israeliano.
Nel 1996 i giovani di Al Nu’man sono stati costretti a lasciare le scuole ad Umm Tuba, perchè non possedevano il documento di residenza permanente di Gerusalemme.
In aggiunta a questo problema, durante gli ultimi 15 anni, le politiche di urbanistica finalizzate all’espansione israeliana sull’area hanno avuto un diretto e considerevole effetto sulla vita del villaggio, contribuendo ad aggravarne la situazione generale.
L’insediamento di Har Homa si trova infatti accanto ad Al Nu’man e il Piano di Sviluppo generale della municipalità di Gerusalemme del 2000 prevede la sua espansione sull’area adiacente al villaggio (“Har Homa D”), su una parte consistente (circa 530 dunams) delle terre di Al Nu’man.
Da ricordare che una parte considerevole delle terre appartenenti agli abitanti del villaggio era già stata espropriata negli anni passati per la costruzione di un’area militare, così come per la costruzione del nuovo terminale commerciale Mazmouriyya – i cui lavori sono tuttora in corso – che dovrebbe consentire il passaggio e controllo di merci e persone dalla West Bank a Israele e viceversa.
Oltre a ciò, il percorso della cosiddetta “Jerusalem Ring Road”,

Tutto questo mentre i cittadini israeliani degli insediamenti illegali di Teqoa e Nekodim aspettano con entusiasmo che venga ultimata della bypass road – cosiddetta Lieberman Road dal nome del Ministro per gli Affari Strategici che risiede a Teqoa - riservata esclusivamente al traffico dei vecoli con targa gialla israeliana, che permetterà loro di sfrecciare a tutta velocità verso Gerusalemme.

Per finire, come se tutto ciò non bastasse, il villaggio è delimitato su tre lati dalla Barriera di Separazione, che in questo punto si presenta sotto la forma di una recinzione di ferro, e che sarebbe più opportuno chiamare “Muro di Annessione”, dal momento che è stato illegalmente costruito oltre il tracciato della Green Line, su territorio della West Bank.
Il muro intrappola gli abitanti di Al Nu’man ricomprendendendoli su territorio israeliano e separandoli dal resto del territorio palestinese, con il risultato che anche la strada che conduce a Betlemme è ora proibita.
Da maggio 2006 un checkpoint permanente rappresenta la sola via di entrata e di uscita dal villaggio per la popolazione che vi abita.
In conseguenza dei piani di sviluppo di Israele nell’area, per i quali la presenza del villaggio di Al Nu’man rappresenta senza ombra di dubbio un ostacolo, alcune organizzazioni palestinesi e israeliane hanno comiciato a denunciare la campagna sistematica messa in atto dal governo israeliano per liberare l’area dai suoi originari abitanti palestinesi e successivamente appropriarsi delle terre del villaggio.
Ciò rappresenta una grave violazione del diritto internazionale umanitario; in particolare la quarta Convenzione di Ginevra (art. 49) proibisce la deportazione e il trasferimento forzato di persone (protette) dal territorio occupato ad opera della potenza occupante. E i residenti di Al Nu’man sono ricompresi nella categoria della “popolazione protetta” ai sensi dell’art. 4 della Convenzione stessa.
Le severe condizioni di vita imposte sulla popolazione di Al Nu’man da parte del governo israeliano stanno lentamente spingendo le persone a lasciare il villaggio e trasferirsi altrove.
Secondo quanto denunciato dall’organizzazione Al Haq che si batte per il rispetto dei diritti umani nei Territori Occupati, ciò che sta accadendo nel villaggio di Al Nu’man rappresenta chiaramente un caso di trasferimento forzato indiretto, che non sarebbe giustificato da ragioni di “sicurezza per la popolazione occupata”, nè tanto meno da “imperative ragioni militari”.
Il concetto di trasferimento forzato indiretto di persone è codificato nell’ordinamento penale internazionale in virtù dell’art. 8 dello Statuto di Roma che istituisce la Corte Penale Internazionale e che include tale tipologia di reato nella categoria dei “crimini di guerra” statuendo anche che questo può verificarsi direttamente o indirettamente.
La grave violazione del diritto internazionale umanitario da parte di Israele e il crimine di guerra di illegittimo trasferimento forzato della popolazione di Al Nu’man è il diretto risultato della combinazione di numerose violazioni del diritto umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani commesse dal governo israeliano e riportate alla Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle NU, Radhika Coomaraswamy.
Alla visita erano presenti alcuni abitanti del villaggio, giovani e meno giovani, rappresentanti della comunità di Al Nu’man, membri dell’organizzazione Defence for Children e alcuni funzionari delle Nazioni Unite, accolti con fervore nel giardino di Yousef per illustrare la situazione del villaggio e porre l’accento sull’imminente decisione della Corte Suprema israeliana in merito alla petizione.
Il giardino di Yusef rappresenta un punto d’incontro per la comunità che vive sul territorio. La sua casa, situata al centro del piccolo villaggio, guarda da un lato alle dolci colline circostanti, i cui pendii sono interrotti dal vicino insediamento di Har Homa, e dall’altro al muro, che separa Al Nu’man dal suo villaggio gemello Al Khas, situato nel territorio della West Bank.
Adiacente alla sua casa, giacciono ancora le rovine di due costruzioni, demolite dalle autorità israeliane pochi mesi fa e che sembrano quasi rappresentare un monito per il futuro.
Gli abitanti del villaggio, uno dopo l’altro, hanno cominciato a riferire alla Rappresentante Speciale Radhika Coomaraswamy dei problemi che i membri della comunità devono affrontare ogni singolo giorno per poter compiere le minime azioni e doveri quotidiani.
Essi hanno cominciato a capire la loro strana situazione solamente con l’inizio e l’implementazione della politica di closure degli anni ‘90, che li ha posti nella condizione di essere tagliati fuori da Gerusalemme, la quale fino agli anni ‘80 ha rappresentato il principale punto di riferimento sociale, economico e culturale per la comunità.
La costruzione del muro, cominciata nel 2003, e la creazione del checkpoint all’entrata del villaggio hanno costituito un punto di rottura nella vita degli abitanti del villaggio, i quali si sono ritrovati segregati e tagliati fuori sia da Gerusalemme che dal territorio della West Bank.
La strada principale che dal villaggio conduce, passando per Umm Tuba, a Gerusalemme è stata distrutta dalle autorità israeliane e risulta ora totalmente impraticabile, a dispetto del fatto che il 10% della popolazione di Al Nu’man possiede la ID di Gerusalemme e che, di conseguenza, può avere accesso alla Città Santa e al territorio di Israele.
Quando gli attivisti dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Tayush, quattro anni fa, cominciarono ad interessarsi al caso, la situazione sembrava offrire una semplice soluzione. Non vi era alcuna ragione, apparentemente, perchè il Governo israeliano si rifiutasse di modificare il percorso del Muro di Separazione in quest’area. Ma essi non erano coscienti, a quel tempo, del fatto che dietro agli interessi di Israele su quest’area, vi fosse in realtà la pianificata espansione dell’insediamento Har Homa che si trova lì accanto, a spese del villaggio.
Gli abitanti di Al Nu’man hanno cominciato a fare i conti a poco a poco con la nuova realtà, segnata dal peggioramento delle loro condizioni di segregazione. Le sole persone in grado di varcare il checkpoint in questa parte della barriera sono registrate in una lista conservata dai soldati al cancello, che comprende solamente gli abitanti del villaggio.

A dispetto dell’esistenza di questa lista che dovrebbe garantire il loro passaggio evitando l’insorgere di problemi, le loro vite sono segnate dal continuo timore, perchè la loro libertà di movimento dipende dalla volontà e dall’umore della Polizia di Frontiera: alcune volte il transito attraverso la barriera è permesso, altre volte esso è soggetto a ritardi e vessazioni.
Ciò risulta ancora più fastidioso se si pensa al fatto che, a causa delle piccole dimensioni del villaggio che non ha una scuola, un negozio di alimentari, un luogo di preghiera o una struttura di cura, i residenti di Al Nu’man dipendono totalmente da villaggi e città vicini (come Al Khas, Betlemme) per quanto rigurada l’istruzione, il culto, l’approvigionamento di provviste e materiali di fornitura e le cure mediche.
Il personale medico della West Bank non può attraversare il checkpoint e recarsi al villaggio a visitare i pazienti, poichè solo coloro che possiedono permessi speciali sono autorizzati a varcarlo. Questo significa molto spesso che i malati sono costretti ad uscire dalle proprie case, non importa quanto grave sia il loro stato di salute, e recarsi dall’altra parte della Barriera di Separazione per ricevere cure adeguate. Del resto ed in compenso, non possedendo la ID blu che contraddistingue i palestinesi di Gerusalemme, ma possedendo la ID verde che marchia a fuoco i palestinesi della West Bank, il 90% degli abitanti di Al Nu’man non è coperto dall’assistenza sanitaria in caso di malattia, per cui curarsi nelle strutture ospedaliere comprese nell’area di Gerusalemme, oltre che proibito, risulterebbe anche piuttosto oneroso.
Per descrivere il grande paradosso che attanaglia il piccolo villaggio di Al Nu’man, alla Relatrice Speciale per i fanciulli e i conflitti armati è stata narrata una divertente quanto reale storia accaduta poco tempo fa a proposito della vaccinazione degli animali da pascolo allevati nel villaggio: dopo che al veterinario fu negato, dalla Polizia di Frontiera di turno al checkpoint, l’accesso al villaggio, soltanto dopo lunghe trattavie, il gregge di capre fu autorizzato a varcare il cancello per ricevere le opportune vaccinazioni nell’area antistante.
Oltre a ciò, i collettori di rifiuti non sono autorizzati ad entrare nel villaggio, con la conseguenza che, al momento, gli abitanti bruciano la spazzatura in loco o all’entrata del villaggio stesso. Il veicolo per il rifornimento del gas, che era solito provvedere alle esigenze della popolazione di Al Nu’man, non è più autorizzato ad entrare e i residenti sono costretti a trasportare individualmente bombole di gas fino alle proprie case.
Il servizio di trasporto pubblico egualmente è stato interrotto a causa della costruzione del Muro e del divieto di accesso al villaggio ai non residenti.
I giovani di Al Nu’man hanno raccontanto alla Rappresentante Speciale delle NU come, in quanto studenti, essi siano costretti ogni giorno a raggiungere a piedi il checkpoint dalle loro case, oltrepassarlo e camminare ancora, sotto la pioggia o il sole, fino a raggiungere i villaggi vicini o la strada principale percorsa dagli autobus diretti a Betlemme o Beit Sahour.
Molto spesso, inoltre, tali fanciulli sono vittima di lunghe attese e vessazioni al checkpoint, risultanti in ritardi a scuola e insostenibili ore di viaggio. In aggiunta a ciò il villaggio non possiede alcuna linea telefonica perchè la Municipalità di Gerusalemme non ha autorizzato la fornitura del servizio da parte dell’amministrazione dell’ANP, così gli studenti non possono utilizzare internet per i loro studi all’università e necessitano di trascorrere molto tempo fuori casa.
Ad ogni modo, ciò che più si ripercuote sulla vita degli abitanti del villaggio è l’interruzione e limitazione della vita familiare e sociale.
I fanciulli non possono invitare gli amici che abitano nei vicini villaggi, situati a poche centinaia di metri in territorio della West Ban, nelle proprie case; intere famiglie non possono ricevere la visita di parenti e familiari che vivono al di là della barriera di separazione, neppure in occasioni particolari, come in caso di malattia, matrimonio o festività.

Anche qui il caso particolare, ironico e aberrante nello stesso tempo, in cui, durante un matrimonio, il punto di incontro tra lo sposo, del villaggio di Al Nu’man, e la sposa di un villaggio limitrofo nella West Bank, è finito per risultare il checkpoint stesso.
Una volta sposati, le giovani coppie di Al Nu’man devono affrontare il problema dell’abitazione. Ciò risulta particolarmente difficile dal momento che, a partire dal 1992, non sono più stati accordati dall’autorità israeliana permessi di edificazione con il pretesto che l’area interessata secondo il nuovo piano di sviluppo è stata dichiarata “area verde”. Così l’unica alternativa possibile per le giovani nuove coppie è lasciare il villaggio e trasferirsi altrove. Coloro poi che, senza autorizzazione, hanno costruito la propria abitazione, non hanno ottenuto retroattivamente la licenza di edificazione, per cui si sono visti demolire la casa. Sino ad ora due abitazioni sono state demolite e, al momento, un ordine di demolizione risulta ancora pendente.
La Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite ha rassicurato gli abitanti di Al Numan sul fatto che cercherà di fare pressione sulle Autorità israeliane riguardo a due obiettivi: affinchè Israele applichi senza riserve il diritto umanitario internazionale e affinchè non si nasconda dietro al concetto di “sicurezza” quale dottrina che può essere utilizzata per mitigare la piena applicazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani nei Territori Occupati.
Pretestuose “ragioni militari”, di cui Israele ha fatto ampio uso, non possono essere utilizzati al fine di proteggere i civili israeliani insediati nel territorio della West Bank, tanto più se si considera che, secondo il diritto internazionale, gli insediamenti risultano del tutto illegali.
Al contrario, come dimostrato dal caso particolare di Al Nu’man così come in molti altri casi nella West Bank e a Gerusalemme Est, Israele ha espropriato e annesso terre e villaggi a vantaggio dei propri insediamenti e coloni, utilizzando una ampia varietà di mezzi legali o al limite della legalità al fine di camuffare di legittimità la propria politica di occupazione.
L’imminente decisione della Corte sul caso di Al Nu’man, che considererà e deciderà sulla richiesta della comunità di spostare la barriera o, in alternativa, di accordare a tutti i residenti la ID di Gerusalemme (con tutte le prerogative che questa implica), non sarà che un altro tassello della perdurante politica israeliana tendente a camuffare di presunta legalità azioni e violazioni sistematiche dei diritti del popolo palestinese.

