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Russia

Cittadini onorari

Privi di documenti, non hanno la minima tutela giuridica né assistenza sanitaria, i barboni che Mirella incontra nella città di Astrakan. Hanno storie diverse, ma sono accomunati dal rifiuto della società in cui vivono come ospiti indesiderati, agli angoli di strada.
Mirella Zanon (Casco Bianco ad Astrahkan, Russia)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 14 aprile 2007

Quando piove di solito sono pochi. Oggi è un'uggiosa giornata d'inizio aprile e non ne abbiamo incontrato quasi nessuno per le strade di Astrakhan. I senza fissa dimora qui sono molti e diversissimi tra loro: anziane signore, uomini oltre la cinquantina, bambini zingari, invalidi, ragazzi e ragazze, madri con figli da allattare, ex carcerati, distinti signori dallo sguardo penetrante, donne zoppe e ricurve, uomini dall'età indefinibile con gli occhi spenti.
Sono tutti accomunati dal rifiuto della società in cui vivono, un rifiuto subito, scelto, innato o cercato. Qualcuno ha come rifugio un tombino, qualcun altro dorme sulle tubature del riscaldamento che attraversano la città in superficie. Tra questi, chi è più sfortunato muore sciolto nel sonno, con la pelle incollata ai tubi bollenti. Altri, gli zingari soprattutto, stanno di solito ad elemosinare al mercato coperto. La maggior parte si raduna davanti alle chiese ortodosse della città. Astrakhan, 2007. Mirella Zanon ed alcuni senza fissa dimora.

Questa mattina non si vede quasi nessuno, forse perchè la pioggia li ha portati a rintanarsi in qualche buco, in qualche rovina abbandonata. Chissà dove sono le madri che se ne stanno sedute sul marciapiede davanti alla moschea, con i loro bambini piccolissimi e malati tra le braccia. E la nonna mezza matta vicino ai chioschi del grande mercato cittadino dei Bolshie Isady, con il suo impermeabile grigio sempre sudicio? Forse la figlia l'ha riempita ancora di medicine e lei non ha avuto la forza di uscire sulla strada. Non c'è nemmeno l'uomo con le stampelle, quello senza una gamba, che di solito se ne sta appoggiato alle tubature e mi sorride e mi benedice appena mi vede arrivare col furgone da lontano, assieme agli altri volontari. Oggi nell'aria manca la puzza dei bambini che mi corrono incontro e mi abbracciano, sorrisi sdentati e mani sporche. Lasciano cadere per terra le salsicce che distribuiamo tra due fette di pane, tanto la voglia di guardarci e parlare con noi supera l'attenzione verso il boccone ricevuto. Mi chiedo dove sia finita anche quella donna che si lamenta sempre del the, a volte poco zuccherato, a volte tiepido, a volte già terminato. Astrakhan, 2007. Ragazzo di strada. Foto di Mirella Zanon. "Fa schifo questo the oggi", ha detto una mattina, gettando via il contenuto del bicchiere mentre s'allontanava. Non si vede nemmeno quell'allegro signore che mi sorride e mi dà le pacche sulla spalla, col berretto di pelliccia nero che fa risaltare ancora di più gli occhi azzurri, vispissimi. L'ultima volta mi ha regalato due cioccolatini, pregando Dio di darmi salute e felicità.
La città sembra surreale, senza incontrare per le strade i loro volti e le loro storie. Ogni volta ci sono persone nuove da conoscere, ogni volta le solite facce conosciute da incontrare, le facce di quelli che ormai sono diventati i cittadini onorari della strada. Mi ritrovo inevitabilmente a pensare dove siano finiti quelli che mancano, se li rivedrò, se sono vivi da qualche parte.

Non esiste una minima tutela giuridica per queste persone, non solo perché quasi tutte sono senza documenti, ma anche perché allo stato russo non servono a niente e quindi semplicemente per la legge non esistono. Per questo motivo la milizia non interviene quando diventano vittime di pestaggi da parte di bande giovanili di tossicodipendenti o delinquenti; anzi, la polizia stessa sempre più spesso effettua ronde diurne per portarsene via qualcuno e farlo lavorare "per conto proprio". Chissà cosa mai significa questa espressione: nella sua ambiguità, mi spaventa. Astrakhan, 2007. Mirella Zanon e una famiglia senza fissa dimora.
Questi cittadini onorari della Russia non hanno diritto a cure mediche, non hanno diritto di sedersi su una panchina della stazione quando d'inverno la temperatura scende a 20 gradi sotto zero e loro se ne stanno stesi sul pavimento, non hanno diritto ad una casa o ad una famiglia. Non hanno neanche la pietà di chi passa loro accanto sul marciapiede e li urta col piede mentre mangiano, borbottando se per caso non abbiano scambiato la strada con un ristorante.
E pensare che oggi come me forse speravano in una giornata di sole primaverile, ma diversamente da me si sono svegliati con la pioggia sulla testa e i piedi nel fango. Torno a casa mentre mi risuonano in testa le parole di uno di loro, che un giorno alla domanda "Tu credi in Dio?" mi ha rispoto: "Dio? E come faccio a crederci? Io non l'ho mai incontrato..."

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