Gerusalemme Est: un'economia con le spalle al 'Muro'
Questo video, ispirato al testo di Shir Hever, dà voce ad alcune persone comuni la cui vita è cambiata in relazione alle conseguenze economiche della costruzione del muro.
"Contro ogni muro di soldi e morte". Questa scritta si confonde fra le centinaia di murales che decorano, o che tentano di decorare, i 750 chilometri di blocchi di cemento armato e filo spinato che separano la Cisgiordania da Israele. Ma queste semplici parole, rispetto alle centinaia di frasi contro il Muro di separazione, hanno, forse inconsapevolmente, un messaggio da dare. Molto spesso infatti l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale si è focalizzata sulle violazioni dei diritti umani causate da un Muro che divide la gente dalle proprie famiglie. Meno spesso però è stata fatta una stima economica dei danni effettivi causati dalla costruzione di quella che è stata definita una "misura di sicurezza" necessaria dal governo israeliano.
Shir Hever, economista israeliano dell'Alternative Information Center, ONG israelo-palestinese che da circa 20 anni lavora nel campo dell'informazione e della promozione del dialogo in Medioriente, ha presentato in questi giorni un bollettino sulle "conseguenze economiche del muro a Gerusalemme Est". La città, il cuore del conflitto mediorientale per la centralità politica e strategica che ricopre, ma anche per il valore religioso che ricopre per le tre grandi religioni monoteiste, è forse quella maggiormente colpita economicamente dalla costruzione del muro.
The 'Economy of the Occupation' è una collana che affronta le tematiche inerenti l'intricata questione mediorientale secondo una prospettiva socioeconomica, mediante dati statistici e ricerche.
Questo bollettino affronta anche questioni quali lo sconvolgimento del mercato del lavoro palestinese causato dal muro, e dalle restrizioni notevoli imposte alla libertà di movimento della forza lavoro palestinese. Le lunghe code alle cinque del mattino per entrare in Israele, la 'parsimonia' e l'irregolarità con cui vengono distribuiti i permessi di accesso sono solo alcuni degli ostacoli che coloro che hanno la carta d'identità verde, ovvero gli abitanti dei territori, devono affrontare.
Un'altra conseguenza è la creazione di zone isolate da servizi pubblici, ospedali e scuole, le cosiddette enclavi, che la barriera ha creato nelle zone circostanti Gerusalemme. Interi villaggi, come quello di Shau'fat, di Anata, o quartieri, come quello di Abu Dis, dove si trova l'università araba di Al Quds, ed il monte degli ulivi, luogo importante per la cristianità, restano tagliati fuori dalla città o divisi a metà con conseguenze economiche chiaramente intuibili. In un mercato chiuso infatti si genera scarsità di beni, e le difficoltà di trasporto di questi fa aumentare i prezzi. Questo ha effetto per esempio sulla popolazione di Shua'fat, il cui 93% ormai fa acquisti solo all'interno del villaggio.
Anche l'economia Israeliana sta subendo un duro colpo per via del muro, non solo perché la sua costruzione grava sulle spese di difesa militare, una delle voci più pesanti nel bilancio israeliano, ma anche perché calcolando i costi di compensazione che lo Stato dovrebbe pagare ai singoli palestinesi per l'espropriazione delle terre, il debito pubblico crescerebbe notevolmente.
Si può parlare inoltre di un grave danno all'immagine di Israele di fronte all'opinione pubblica internazionale che, con la sentenza del tribunale dell'Aja del novembre 2004 ha sancito l'illegalità del muro. Anche se il governo israeliano ha sempre presentato il muro come una necessità per la sicurezza di Israele e per la prevenzione di attentati suicidi, la sua realizzazione ha rivelato un proposito esplicitamente economico. Il percorso di questa 'barriera' infatti sembra essere progettato, e con molta precisione, per ritagliare ed annettere alcuni terreni coltivabili alla parte israeliana ed includere alcuni insediamenti israeliani che si trovano in Cisgiordania, ma che non sono legalmente riconosciuti, nemmeno dal loro stesso governo.
Invece di innalzare il livello di sicurezza, tutte le conseguenze del muro sui palestinesi non fanno che aumentare il malcontento fra la popolazione e l'agitazione che ne deriva potrebbe mettere a rischio la stessa sicurezza che si cerca di ottenere. "C'è gente che non si conosce. Ebrei che hanno paura dei musulmani e viceversa - racconta una giovane pacifista israeliana durante una marcia di protesta contro il muro nel paesino di Bil'in - e la 'separazione' non è assolutamente la soluzione".
Secondo Israel Kihmi, israeliano, ricercatore presso il Jerusalem Institute for Israel Studies, a Gerusalemme Est, nonostante fosse una delle città più pacifiche e benestanti della West Bank, stanno nascendo i presupposti per una terza Intifada. L'economia in Cisgiordania è fortemente dipendente da quella di Gerusalemme Est. L'instabilità economica di circa 850.000 palestinesi colpiti direttamente ed indirettamente dal muro si riflette naturalmente su quella sociale.
La storia ci insegna dunque a non sottovalutare le crisi economiche e sociali, ma soprattutto che non è mai servito nascondere i problemi dietro ad un muro, sia di cemento o di danaro.
Durata: 10 min. ca.
Data di realizzazione: 12 Marzo 2007
Autori: L.C. e L. S., Caschi bianchi in Palestina/Israele.
Testi liberamente tratti da: Shir Hever, The separation wall in East Jerusalem, economic consequences (Alternative Information Centre).

