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Tanzania

Una di noi - visita a Zanzibar

Consolata si rivolge al sistema giudiziario, per il quale è illegale licenziare una persona sieropositiva ...divenendo gratuita la somministrazione, lei e la figlia possono così continuare la terapia antiretrovirale.
Grazia Vulcano (Casco Bianco CVM – Tanzania)
Fonte: Caschi Bianchi FOCSIV - 19 marzo 2007

Sostenere le persone bisognose, siano esse malate od in altro modo vulnerabili, non significa solo offrire aiuti economici e dotarli di una preparazione che li renda meno schiavi dal sistema di dipendenza a cui purtroppo un mondo diviso in prima e seconda classe fa riferimento. Semplicemente, a volte basta accoglierli, dimostrare fiducia e non valutarli in base alle loro carenze piuttosto valorizzandone lo spirito e sottolineare l'importanza di ogni singola esistenza. È solo così che la parola cooperazione, a cui tanto siamo affezionati, assume un valore ed un peso finalmente concreto, superando quel superficiale sentimentalismo che troppo spesso ci muove a compassione.
Consolata è una giovane donna di 36 anni che dal luglio del 2005 è entrata a far parte dello staff CVM di Zanzibar, dopo una precedente esperienza nel team zanzibarino di Save the Children. Consolata è madre di due bambini, un maschio di 14 ed una femmina di 7 anni. Consolata è da quattro anni consapevole di essere sieropositiva e fieramente a capo del gruppo ZAPHA+ di Stone Town (Network di persone che convivono con l'HIV/AIDS).
La sua storia, come quella di molte altre sieropositive che l'esperienza di servizio civile internazionale mi sta permettendo di conoscere, è una triste sequenza di inattesi e dolorosi episodi.
Solitamente quando si parla di sieropositivi si pensa a persone che nel corso della vita hanno commesso i cosiddetti passi falsi, è bene invece ricordarsi che il virus dell'HIV non è una scelta, almeno non per la maggior parte delle donne che qui in Tanzania ne sono vittime.
Prima di scoprire il virus un'altra penosa scoperta affligge Consolata: il marito, in viaggio per lavoro, si è concesso un'amante. Come vuole la tradizione afro-islamica, la donna è costretta ad una formale accettazione del tradimento; purtroppo, perdonato una prima volta, il consorte di Consolata non si scoraggia ed inizia una seconda relazione extraconiugale. Questa volta la notizia è ben più pesante, il tradimento è doppio: la donna è infatti una delle nipoti che vive con loro dalla morte della madre, sorella di Consolata, e se l'allontanamento di un marito infedele non è permesso almeno quello della donna è d'obbligo! Certamente, la situazione non è delle più felici, si aggiunga il fatto che Consolata è incinta di 7 mesi.
Nel 2003, le preoccupazioni per la condotta del marito ed una crescente concentrazione di dolori fisici che gravano su Consolata, spingono la giovane a confidarsi con il suo superiore. Incerta sul da farsi e ostacolata dal consorte ad un dialogo, attende la sua partenza per recarsi ad un vicino centro di consulenza ed effettuare il test HIV. L'esito è positivo, l'ulteriore passo da compiere è convincere il marito a testare il suo stato. Dopo una difficile opera di persuasione, in collaborazione con consulenti sanitari ed il fidato datore di lavoro, riesce a convincere il marito a sottoporsi al test per scoprire ciò che in realtà era purtroppo già evidente, anch'esso risulta infatti positivo e come lui la bimba di soli tre anni.
All'epoca Zanzibar non dispone di un macchinario CD4, così come gli ospedali governativi non dispongono di farmaci ART, di cui sia Consolata che la bambina hanno invece necessità. Frequenti visite a Dar es Salaam e ingenti spese in istituti privati per la terapia rendono Consolata estremamente vulnerabile. Nello stesso periodo il suo superiore, divenuto ormai un confidente per lei, viene sostituito. Il nuovo arrivato non si dimostra affatto della stessa tempra e spaventato dalla presenza di una sieropositiva in ufficio, così come evidentemente infastidito dalle sue richieste di sostegno economico per continuare la terapia ARV, decide in breve tempo di licenziarla. E' in questa occasione che la nostra collega rivela il suo profondo coraggio e sincero attaccamento alla vita. Consolata si rivolge al sistema giudiziario, per il quale è illegale licenziare una persona sieropositiva, dovendo imbattersi in una pietosa battaglia legale. Grazie alla sua determinazione e soprattutto perché dopo soli 6 mesi negli ospedali pubblici diviene gratuita la distribuzione delle medicine necessarie, Consolata e la figlia possono così continuare la vitale terapia antiretrovirale.
Al momento della formazione del network, i membri dello ZAPHA+ sono 27 (oggi se ne contano circa 400 in tutta l'isola) e la presenza di Consolata come leader e portavoce nelle occasioni pubbliche fanno di lei un personaggio popolare in città. Questa situazione, nonostante potenzi Consolata di una carica necessaria ad affrontare la malattia, simultaneamente innesca quel subdolo processo di discriminazione a cui sono sottoposti i sieropositivi. Ne è un esempio l'iscrizione scolastica della figlia, forzatamente rivolta ad una missione anziché ad un istituto pubblico, dove la piccola senza alcun dubbio soffrirebbe di isolamento e derisione. Ed ancora, la scelta di Consolata di non aver informato il figlio più grande, residente a Dar es Salaam per gli studi, circa la condizione sanitaria della sua famiglia, rivela la latente paura che colpisce la nostra società. Oggi Consolata lavora attivamente nel programma di cura e prevenzione dell'HIV/AIDS facilitato da CVM nelle isole di Zanzibar e Pemba, ricordando quanto il rischio di un rifiuto alla condivisione sia ben più amaro dell'inaspettata tragedia umana.

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