Mi racconti una storia?
Mi racconti una storia? Questa domanda da quando sono in Kossovo la faccio spesso, la faccio agli altri che sono con me, parte di Operazione Colomba. La faccio forse perché vorrei pensare ad altro che non la realtà che mi circonda. È il desiderio infantile di sentire qualcosa di bello con un lieto fine, un principe azzurro che conquista la sua bella, la strega cattiva che viene sconfitta alla fine e tutti vivono felici e contenti fino alla fine. Forse è il mio modo per reagire alle storie di vita che mi circondano tutti i giorni e che sono reali e spesso non hanno nessun lieto fine e continuano giorno dopo giorno. Storie di guerra, di sofferenza, di chi ha perso casa, parenti, di chi ha combattuto, di chi è stato picchiato o maltrattato, di chi è scappato, di chi è stato o è tutt'ora profugo o sfollato, di chi non sa come costruirsi un futuro in questo paese, di chi non ha lavoro, di chi vorrebbe studiare, di chi.... mille storie, mille volti, mille sguardi.
Quante volte avrei voluto avere la risposta pronta, la bacchetta magica per alleggerire il peso, e invece il più delle volte posso solo ascoltare. Ma ascoltare a volte non è così facile, fa male, mi riempie di sofferenza che non è la mia, che sento riflessa in me e a cui spesso non so come reagire. Io che la guerra non l'ho mai vissuta né vista, io che sono stata risparmiata dalla sofferenza. Io che per scelta sono andata a vivere in Kossovo da ormai più di un anno. Per scelta, perché quando voglio posso prendere e tornare a casa e ogni tre mesi lo faccio. Loro no, la guerra non se la sono scelta, se la sono trovata a casa.
E ogni giorno mi impongo di raccontare di loro, delle persone splendide, forti e coraggiose con le quali vivo, mi propongo di raccontare le loro storie quando sono in Italia, per dare voce a loro e raccontare il Kossovo della gente comune, da parte di una persona comune che vive lì con loro. E ogni volta quando torno non ci riesco, spesso perché il tempo non c'è per spiegare bene. Come faccio a raccontare in 5 minuti la vita di una persona, o la situazione. Non ho le risposte pronte, né le soluzioni facili, non c'è il nero e il bianco, il buono e il cattivo, il colpevole e la vittima, non è così evidente e più tempo passo in Kossovo più mi rendo conto di quanto difficile è "capire qualcosa". Mi preme essere esauriente, rendere il quadro più completo possibile e mi blocco. Invece è importante raccontare e lo so, raccontare non solo i grandi eventi, le discussioni sullo status futuro del Kossovo o i momenti di disordine. È importante dare un volto alle persone che incontro giorno dopo giorno. Ogni volta che qualcuno mi vuole raccontare la sua storia, per me è come ricevere un tesoro prezioso da custodire, una responsabilità grande.
Sono dovuti crescere in fretta i ragazzi qui, molto in fretta, e le loro storie sono dense. Come quella di E., 20 anni, che durante i bombardamenti aveva 13 anni e ha visto un cadavere. "Non potrò mai dimenticare quel corpo, avevo 13 anni, ma vedere una persona ammazzata non te lo dimentichi". E pochi giorni fa ne ha vista un'altra, qui nella città di Peja/Pec. Un uomo è stato ammazzato per un regolamento di conti e E. è passato lì. Poco dopo due uomini hanno un diverbio molto forte per il posteggio di due macchine. E. è molto provato, "Qui se offendono l'onore di una persona sono anche in grado di arrivare ai coltelli o alle armi. Vivere qui a giorni mi deprime".
O la storia di L., 21 anni, che nel 99 è dovuta scappare in Macedonia. Alla frontiera non facevano passare i profughi, per poco ha perso suo fratello piccolo; sentire la sirena di mezzogiorno a Rovereto, durante una breve visita in Trentino, le fa scattare tanti ricordi dolorosi.
O quella di R., 23 anni, che non vede futuro nel suo villaggio dove abita da 7 anni senza prospettive di costruirsi un futuro lì. Si è costruito una casa in Serbia, come hanno fatto tanti, e sta per partire per diventare sfollato.
O quella di S., 25 anni, che ha perso la casa, ma la cosa più grave sono i ricordi che sono bruciati insieme alla casa. "La casa si può ricostruire, ma le foto sono perse per sempre". Soprattutto i ricordi del padre, morto quando S. era ancora piccolo. Gli è rimasta solo una piccola foto-tessera.
E sono proprio loro che con coraggio si incontrano una volta a settimana, serbi, albanesi, egiziani, bosniaci, rom, gorani (perché in Kossovo non vivono solo albanesi e serbi), per parlare insieme, per tentare una via alternativa alla logica dell'odio fra le parti e del conflitto. Per cercare di capirsi meglio o almeno ascoltarsi, per conoscersi e rompere lo schema del "nemico" che è un tutt'uno senza faccia né nome. Non è facile per nessuno fare un passo verso l'altro, vedere cosa si può fare semplicemente per vivere meglio. "Semplice" in Kossovo non è niente. Le ferite sono recenti, la situazione non è ancora chiara e le diverse comunità fanno fatica a riscoprire modi per vivere insieme o uno a fianco all'altro.
Il Kossovo multietnico è quello propagato dall'amministrazione internazionale ad interim delle Nazioni Unite UNMIK, è quello "imposto" dall'alto che fa fatica a produrre i "risultati attesi". A me come altoatesina di madrelingua tedesca il Kossovo fa pensare molto. Noi qui abbiamo un'autonomia provinciale basata sul principio "più ci separiamo, meglio ci capiamo" e quindi fondamentalmente a livello istituzionale tutto è diviso per il gruppo linguistico tedesco-ladino e per il gruppo linguistico italiano. Quello che è garantito per uno lo è anche per l'altro, ma tutto minuziosamente e rigorosamente diviso, fare qualcosa insieme diventa così - a livello istituzionale - impossibile.
Da anni in Alto Adige ci sono movimenti "dal basso" da parte della popolazione che spingono per un asilo mistilingue o altre iniziative comuni, e ogni volta vengono bloccate o frenate a livello istituzionale.
In Kossovo la situazione mi pare opposta. Le istituzioni spingono o vengono spinte a fare tutto insieme, tutto deve essere "multietnico", quando la popolazione non è ancora pronta. Il conflitto si è appena concluso, le ferite sono ancora fresche e penso che oggi le diverse comunità non si sentano sicure, o meglio, garantite nella loro esistenza.
È difficile fare un passo verso l'altro se non sento garantita la mia sopravvivenza come comunità distinta. Penso infatti che la spinta dal basso che c'è in Alto Adige a fare delle cose insieme, derivi anche dal fatto che le diverse comunità si sentono garantite nella loro identità. Non è forse facile da capire o intuire, ma credo che la paura di fondo sia sempre presente in una situazione di minoranza-maggioranza, paura di perdere la propria lingua e cultura, paura di dover studiare la storia dal punto di vista della maggioranza... In una situazione di questo tipo, fare un passo verso l'altro è veramente difficile, perché significa in un certo senso tradire la propria comunità.
In Kossovo negli ultimi anni, dalla fine della guerra, maggioranza e minoranza si sono alternate. Cioè se fino al 1999 il Kossovo era a tutti gli effetti una parte della Federazione di Serbia e Montenegro, quindi la popolazione albanese era minoranza a livello di Federazione, ora, con l'amministrazione UNMIK pur lasciando ancora formalmente il Kossovo parte della Serbia, di fatto la popolazione albanese è la maggioranza a livello del Kossovo e i serbi sono di fatto la minoranza. Ciò comporta anche un problema linguistico forse nuovo, forse molto vecchio.
Se sono maggioranza nazionale, mi aspetto comunque in un certo senso che la minoranza impari la mia lingua, prima forse che io debba anche imparare la loro e come minoranza la lingua nazionale almeno un po' la devo sapere, anche perché alla fine mi conviene forse.
Fino al 1999 erano dunque i serbi la maggioranza nazionale e gli albanesi la minoranza. Ora - a situazione politica cambiata - i serbi sono la minoranza e gli albanesi la maggioranza e ciò comporta delle complicazioni e sofferenze da entrambe le parti. È un bilinguismo da riscoprire (perché fino al 1989 c'era in Kossovo un'autonomia con un sistema bilingue simile all'Alto Adige), da riscoprire però, avendo garantito "la sopravvivenza culturale, linguistica, storica" di ognuna delle comunità, altrimenti fare un passo verso l'altro diventa ancora più difficile se non proibitivo per la paura di essere assimilati.
Non penso che il "modello Alto Adige" sia la miglior soluzione che si possa trovare, risale al 1972 ed è basato su un sistema composto da due binari che non sono pensati per potersi mai incontrare. Penso sia fondamentale dare a tutte le comunità la possibilità di evolversi separatamente, di sentirsi sicure e tranquille, di poter continuare ad esistere come entità diverse anche vivendo insieme, ma è altrettanto fondamentale lasciare spazio anche per fare dei passi gli uni verso gli altri, per costruire una convivenza che marcia al passo della gente e che è fatta secondo i bisogni delle persone e non delle istituzioni o delle organizzazioni che hanno bisogno di foto "multietniche" per far apparire una realtà che non è ancora pronta per un nuovo cammino tutto da ri-costruire.

