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Palestina

Un Circo Poeticamente Politico

Le arti del circo per abbattere il muro e le barriere che dividono la società palestinese. L'esperienza artistica della prima Scuola di Circo Palestinese come forma di impegno sociale e di resistenza creativa contro l'occupazione israeliana.
14 marzo 2007 - Federica Battistelli e Lorenza Sebastiani (Caschi Bianchi in Israele/Palestina)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 14 febbraio 2007

Al-Am’ari è uno dei campi profughi di Ramallah, all’interno dei Territori Occupati. Circa 9000 persone vi vivono dal 1948, da quando fu proclamato lo Stato di Israele, e da quando nel 1967 è avvenuta l’occupazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Molti dei suoi abitanti sono giovani dai tre ai quindici anni, ai quali l’occupazione militare israeliana ha portato via ogni diritto, ma non la capacità di sorridere e di riscoprire la dimensione del gioco. Palestina. Foto di Federica Battistelli.
Circa un centinaio di questi bambini ha partecipato, venerdì 13 gennaio, allo spettacolo/workshop organizzato dalla prima Scuola di Circo Palestinese, all’interno del campo profughi gestito dall’UNRWA. Giochi di destrezza, palline multicolori, acrobatica, un goffo clown che imita se stesso sono gli elementi essenziali del progetto artistico – dal gusto squisitamente politico - nato nell'agosto 2006 dalla mente di Shadi Zmorrod, il direttore artistico della Scuola di Circo palestinese. La finalità è quella di restituire ai giovani uno spazio in cui potersi esprimere liberamente, interagire con l'altro, sviluppare le proprie abilità in un ambiente sereno di mutuo rispetto e di continua dialettica interpersonale. Ciò affinché possano riacquistare la fiducia nelle proprie capacità e l’autostima, messe a dura prova ogni giorno dall'umiliazione legata all'occupazione israeliana, e mostrare che il popolo palestinese è ancora capace di sorridere e divertirsi. Questa non è una sfida semplice, soprattutto se si pensa che il circo rappresenta una forma di espressione artistica del tutto inconsueta nell'ambito della società palestinese e del Medio Oriente in genere. Palestina. Foto di Federica Battistelli. L'arte circense, in particolare quella che non prevede uso di animali, è un fenomeno abbastanza recente in questa terra, di qui le difficoltà della scuola nel reperire allenatori, attrezzature, e spazi idonei in cui i ragazzi della scuola possano allenarsi. Ma esiste un detto in Palestina: "ciò che una persona semina non andrà mai perso: alla fine quel qualcosa ritornerà indietro".

La Scuola di Circo sta cominciando ora a raccogliere i dolci frutti del proprio duro lavoro. I ragazzi attendono fondi e nuove attrezzature dalle scuole di circo di tutto il mondo, specialmente dall'Europa, ma soprattutto aspettano l'invio di nuovi formatori internazionali che sveleranno loro i segreti delle arti circensi, segreti che i ragazzi stessi, a loro volta, trasmetteranno ad altri giovani desiderosi di fare parte della scuola.

Il valore del progetto di Shadi Zmorrod è stato confermato dalla calda accoglienza che il pubblico ha dimostrato durante l'ultimo show tenutosi il 28 dicembre scorso a Ramallah, nel Teatro nazionale al-Kasaba, dove molte famiglie con i loro bambini e ragazzi sono accorse ad assistere allo spettacolo "Circo dietro il muro". Il muro è il soggetto principale della performance: rappresentato attraverso coreografie ed immagini prodotte da architetture umane, esso visualizza la barriera fisica dell'apartheid israeliano, così come le tante barriere sociali, culturali e mentali che dividono le persone all'interno della società palestinese. Utilizzando le tecniche e gli strumenti delle arti circensi, durante lo show, i giovani artisti sfidano il muro in un atto di resistenza creativa, mostrando idealmente come sia possibile abbatterlo e superare barriere e divisioni. Palestina. Foto di Federica Battistelli.
Il pubblico ha mostrato di apprezzare questa nuova forma d’arte: gli artisti mettono in scena storie reali e le persone si riconoscono in esse. Alternando scene comiche interpretate da clown e giocolieri a fantastici esercizi acrobatici, gli attori comunicano le problematiche affrontate quotidianamente dai palestinesi e sottolineano gli effetti dell’occupazione sulle loro vite. Certamente dunque si tratta di un circo con lo scopo di divertire ed entusiasmare giovani e meno giovani, ma anche di un circo che possa parlare alla gente e raccontare le quotidiane sofferenze e le umiliazioni vissute dal popolo palestinese, che aiuti i giovani a mettere in scena la vita di ogni giorno con un effetto catartico e terapeutico degno di considerazione.

Shadi Zmorrod afferma che potrebbe insegnare ai suoi studenti a valicare il muro; il suo scopo però non è quello di guardare cosa c’è oltre il muro, ma di far cadere il muro stesso. Da questa prospettiva l’esperienza artistica non assume solo un valore estetico, ma rappresenta una forma di resistenza. Lo scopo condiviso della Scuola di Circo è quello di rafforzare gli studenti e attraverso di essi la società palestinese tutta. Ciò significa anche rompere le barriere, comprese quelle di genere, all’interno delle comunità, delle famiglie e degli individui stessi, in un processo di continuo empowerment. In maniera del tutto simbolica, infatti, nello spettacolo “Circo dietro il muro” un muro di uomini, allacciati gli uni agli altri, viene attraversato da alcune donne, che insinuano elegantemente i loro corpi attraverso gli spazi vuoti. Questa immagine richiama il grande potenziale rivoluzionario delle donne all’interno della società palestinese. Forse più di altri, le donne hanno risentito della lunga occupazione israeliana e della persistente politica di segregazione. La loro partecipazione alla creazione di una società civile attiva, il loro supporto alla lotta politica e al processo di costruzione della nazione sono drammaticamente diminuiti nel tempo, soprattutto dopo lo scoppio della seconda intifada. La Scuola di Circo, dunque, mette in discussione stereotipi sociali e ruoli precostituiti cercando di avviare un lento processo di cambiamento e coscientizzazione, partendo dal pieno rispetto delle tradizioni palestinesi. “Abbiamo provato alla gente che non andiamo al di là dei limiti delle nostre tradizioni” sottolinea il direttore Shadi. “Questo ci dà credito. Non abbiamo messo una ragazza in bikini sul trapezio. Certamente però cerchiamo di avviare un processo di cambiamento: abbiamo classi miste di ragazze e ragazzi che si cimentano nelle arti acrobatiche assieme.”
Alla domanda su quanto conti la politica in questa esperienza artistica, il direttore Shadi risponde: “Come palestinese, credo che i bambini qui non bevano latte quando vengono al mondo. Se parli di Sharon, Olmert o Bush, ad un bambino di cinque anni lui sa esattamente di chi stai parlando. Saprà anche delle caricature di Maometto in Danimarca. I bambini palestinesi non bevono il latte della madre, bevono politica. Più del 60% di loro è collegato ad un martire: il padre, il fratello, il cugino, il vicino di casa…la politica è parte delle nostre vite, rappresenta un pezzo significativo delle nostre esistenze. Felicità e divertimento costituiscono l’essenza più intima dell’infanzia. Ero contrario a creare uno spettacolo che parlasse della sofferenza del popolo palestinese. Il mio progetto iniziale era Il bambino sognatore, ma poi i ragazzi mi hanno convinto a creare uno spettacolo che parlasse della vita quotidiana.”

Le parole di Shadi dimostrano come, nell’esperienza artistica palestinese, esista una continua tensione fra dovere e libertà. Gli intellettuali che cercano di essere indipendenti dalla politica possono ritrovarsi alienati di fronte alla realtà ed estranei alla vita quotidiana della gente comune. In questo modo un intellettuale può tradire non solo se stesso, ma anche la sua comunità. Non c’è via d’uscita da questo dilemma. Il dovere di difendere la causa palestinese ha più di una volta portato gli intellettuali di questo paese a limitare la propria creatività e il proprio lavoro a tematiche legate alla realtà politica. Gli artisti palestinesi soffrono a causa dell’occupazione e combattono contro di essa per elaborare e superare la propria sofferenza.

La Scuola di Circo palestinese è una delle prime nel paese ad avere un così chiaro ed esplicito approccio pedagogico. L’arte circense comporta coordinazione e cooperazione non solo fra le diverse parti del corpo, ma anche fra diversi soggetti. Essa aiuta la persona ad acquisire un migliore equilibro sia fisico che mentale, a conquistare una maggiore consapevolezza del proprio corpo e una nuova familiarità con lo spazio circostante e con la forza di gravità a cui ciascuno è sottoposto ogni giorno. Per praticare l’arte circense è necessario avere fiducia in sé stessi e nel proprio partner: tutti possono fare circo e il processo di apprendimento di quest’arte produce autostima, sicurezza e fiducia in sé stessi e nelle persone coinvolte. In questo senso l’arte circense, almeno come la prima Scuola di Circo Palestinese la interpreta, ha molte analogie con l’esperienza del Teatro dell’Oppresso. Nelle parole di Augusto Boal ritroviamo lo spirito e l’intento della scuola di Circo: “Tutti possono fare teatro…anche gli attori. È possibile fare teatro ovunque…anche nei teatri.” L’utilizzo di un diffuso linguaggio teatrale, di uno spazio estetico e delle sue proprietà serve a dare vita a un processo di coscientizzazione, un processo di cambiamento sia sociale che personale. In altre parole uno degli scopi è quello di sviluppare la teatralità umana e trasformare le situazioni di malessere, conflitto e oppressione.

Per combattere l’oppressione e l’occupazione israeliana la società palestinese ha bisogno di restare unita e di condividere scopi e strategie in un comune sforzo di fiducia. Oggi la società palestinese è ferita e scoraggiata. Conflitto e violenza iniziano all’interno delle stesse famiglie, sulle strade, e si riflettono sulla situazione nazionale. Negli ultimi anni l’occupazione israeliana ha peggiorato le condizioni di vita ed instillato il seme del sospetto all’interno delle comunità e delle famiglie stesse.
E come spesso accade quando politica e media falliscono nell’analizzare profondamente la società e nel rappresentarla, nel comprenderne e comunicarne i bisogni più intimi, l’arte ci viene in aiuto. In un contesto come quello palestinese in cui tutto è permeato e influenzato dalla politica, l’arte svolge un ruolo che molti le contestano: essa rappresenta la realtà e con una sensibilità estranea alla politica ufficiale ne trasmette problemi e complessità. Oltre che essere un’allegoria della realtà e un canale di comunicazione, l’arte può diventare laboratorio, sperimentazione, analisi e progettazione. Questo e molto altro è ciò che la Scuola di Circo palestinese trasmette: la sensazione di essere di fronte ad un processo di cambiamento.

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