Dal diario della mia esperienza
A poco più di due mesi dal mio arrivo in Benin, mi ritrovo a Cotonou, dove per la prima volta nella mia vita, ho messo i piedi sull'"enorme" continente africano. In un attimo mi ritrovo a pensare quasi con nostalgia a quei primi minuti di Africa! Come vorrei riviverli! Minuti dalle sensazioni più varie, ma certamente uno di quei momenti della vita in cui il cuore sembra smettere di battere, in cui in pochi attimi si prova un sentimento incontenibile! Prima di tutto la gioia dell'arrivo e il sentire sulla propria pelle di essere stata come "catapultata" in un altro mondo, in un'altra epoca. Un sentire fatto proprio di fisicità, sono i sensi che scoprono colori, odori, forme e suoni completamente nuovi: non dimenticherò mai l'aria calda e densa che ho sentito arrivarmi addosso, quasi come quando qualcuno ti lancia un pacco enorme improvvisamente fra le mani, e poi la bellissima e rassicurante impressione che il cielo sia più vicino a te, più basso. Tante delle prime sensazioni sono le stesse che continuo a vivere ogni giorno, come il constatare ogni volta che dopo tanto immaginare, studiare e leggere sull'Africa, mi ritrovo a guardarmi attorno e a non riconoscere niente, tutto è così diverso dal mio "ieri", tutto è così nuovo e posso dire che questi due mesi sono stati simultaneamente la paura di ciò che non si conosce, la rabbia davanti a ciò che ti fa male e ti fa respirare aria di disuguaglianza, la vivace curiosità di comprendere e il profondo stupore davanti alle novità. Mi sento continuamente come se stessi vivendo in due dimensioni. Da una parte la passione per questa avventura tanto desiderata, l'attrazione per la natura di questo paese, la savana, il verde "così verde", le forme degli alberi, il sole che sorge dietro ad un baobab mentre sto guidando la moto alle 7 del mattino, i vivaci colori dei vestiti della gente, i movimenti scatenati ed energici delle danze, i bambini di Kandi che mi corrono incontro per salutarmi e che urlano Batulé (donna bianca), i ragazzi che vivono al vescovado che bussano continuamente alla mia porta, gli occhi attenti e desiderosi di imparare delle giovani donne che ho incontrato e i loro dolci "merci", le tante piccole curiosità culturali che man mano scopro (come che le donne si danno lo smalto solo alla mano sinistra, perché la destra è la loro forchetta naturale!). Ma dall'altra parte, convivo ogni giorno con quelle piccole difficoltà concrete che all'inizio ti sembrano quasi insormontabili: la mancanza della doccia, la diversa alimentazione, la febbre tifoide, le zanzare ...ma tutto assume un'altra misura, soprattutto quando, dopo i primi giorni, i miei occhi hanno come messo un'altra lente e dietro alla bellezza delle novità, oltre il primo sguardo, mi sono trovata ad osservare le strade di Kandi con le fogne a cielo aperto, le case di fango, i bambini che corrono nudi in mezzo alle capre e che raccolgono tutto ciò che trovano in terra; mi sono imbattuta nei volti tristi delle donne al centro di salute, in quelli pieni d'invidia di alcune ragazze; sono rimasta in silenzio nell'ascoltare la vita di persone che fanno 3 ore di cammino per andare al mercato a vendere 10 uova, i racconti sulla stregoneria o un bambino che muore per un attacco d'appendicite...sono piccoli esempi che so che non riusciranno mai a dare un'idea vera... ma forse fanno capire perché in tanti momenti mi sono sentita risucchiata da un silenzio interiore, che ti fa sentire impotente, ti fa sentire inutile, ti fa chiedere a te stessa cosa ti ha spinto a intraprendere questa avventura, ti fa urlare verso il cielo "perché?" tanta povertà, perché tanta ingiustizia...ma poi, la semplicità della vita quotidiana di questa gente mi fa assaporare ogni giorno la bellezza della vita, una vita molto meno "complicata", fatta di piccoli e lenti gesti...una quotidianità che, da una parte, sento sempre più "mia" e dall'altra, mette continuamente l'accento sul mio "essere straniera"...

