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Zambia

Visita a Kantolomba

Diario della prima visita in un compound, quartiere fortemente impoverito della città di Ndola. Impressioni, sentimenti, incontri che si sovrappongono alle immagini da documentario e agli stereotipi, lasciando viva la speranza di relazioni nuove e di possibilità diverse per chi non ne ha mai avute.
Marco Pezzoli (Casco Bianco a Ndola, Zambia)
Fonte: Caschi Bianchi Apg23 - 01 febbraio 2010

Mi capita spesso, ascoltando le notizie e osservando le immagini filtrate dai mass media, di giudicare scontri, guerre, oppressioni, devastazioni, catastrofi naturali, come avvenimenti in un certo senso lontani dalla mia tranquilla vita quotidiana, troppo lontani per poterla in qualche modo scuotere. Tutto sembra finto, parte di un copione recitato da milioni di attori, protagonisti tristi pur senza averlo scelto.

Le favelas brasiliane, le baraccopoli keniane, gli slums sudafricani con la loro miseria e povertà ad esempio: quando vengono proposte certe immagini in televisione, documentari o reportage, l’immediata reazione, per quanto mi riguarda, è quella di non volerci credere, di sperare che in fondo quelle realtà non esistano. Addirittura credo che, inconsciamente, mi auto-convinca che davvero la realtà non possa essere, non è, quella gettatami addosso da uno schermo. Compound di Kantolomba, Ndola, Zambia. Figli del compound. Fotografie di Marco Pezzoli.

Oggi sono entrato nel compound di Kantolomba, non molto distante dalla mia abitazione a Ndola, e sono convinto che le parole che userò non saranno in grado, nemmeno in maniera minima, di raccontare tutto quello che i miei occhi hanno potuto e dovuto osservare: l’ingiustizia. L’essenza dell’ingiustizia e di un mondo surreale, di una situazione tanto beffarda quanto drammatica.

Il mio stomaco si è ribellato sin dai primi passi tra le fangose e strette vie del compound.

Mi sono sentito un’attrazione, immerso tra quelle decine di occhi curiosi puntati addosso. Ho avuto paura, una paura mai provata prima d’ora, di scattare una fotografia. Ho avuto vergogna, anche se può sembrare strano, di avere una macchina fotografica digitale nel mio marsupio.

In certi momenti, camminando per quegli stessi sentieri monocromatici e tenendo per mano bambini scalzi e sorridenti, ho avuto addirittura un senso di fastidio nel possederlo quel marsupio.

In questo compound è presente la Comunità Papa Giovanni XXIII, attraverso il progetto Rainbow, un aiuto concreto in termini medici, psicologici, alimentari e materiali per le oltre diecimila persone che lo abitano (..diecimila..tante quasi come quelle che popolano Carugate, il mio paese..), ed è uno dei meno popolati della città.

Vi arriviamo a bordo della nostra jeep, seduti all’aperto sul retro, dopo circa un quarto d’ora di viaggio; più ci avviciniamo e più mi sembra di entrare in un mondo a parte, diverso, un mondo povero, estremamente povero di beni ma ricchissimo di persone incuriosite da quella decina di ragazzi mzungu di cui faccio parte insieme ai miei compagni. Compound di Kantolomba, Ndola, Zambia. Figli del compound. Fotografie di Marco Pezzoli.

Dopo le presentazioni di rito con i responsabili del centro Rainbow ci ritroviamo a camminare tra le strade, o meglio tra i sentieri fangosi e sterrati del compound. Per me l’impatto con questa realtà risulta violentissimo; già mentre siamo sulla jeep, parecchi bambini ci corrono dietro pericolosamente per centinaia di metri, aggrappandosi sorridenti alle sue sponde metalliche per salutarci…chiunque ci saluta, chiunque ci guarda incuriosito.

Ora il compound mi sommerge letteralmente: mi sento schiacciato, oppresso dalla sua miseria da un lato, dai suoi occhi e dai suoi sorrisi dall’altro.

I bambini sono tanti, troppi: mentre sono in cammino li sento seguirmi a piccoli gruppi, rumorosi.

Spesso mi fermo all’improvviso e loro fanno lo stesso mantenendo una certa distanza, mi giro e li osservo col sorriso, loro mi guardano fisso con gli occhi sbarrati, alcuni sorridono altri sono totalmente assorti nella curiosità che suscitiamo. Mi accovaccio, li saluto e porgo una mano verso di loro facendo cenno di avvicinarsi, scoppiano in una grande risata e corrono indietro per pochi passi prima che uno o due di loro ci provino titubanti. Se nessuno ha questo coraggio, si spingono a vicenda verso di me. Lentamente uno di loro posa la mano sulla mia e le osserva attento, io lo accarezzo, sorridiamo… immediatamente tutti gli altri lo imitano e mi prendono le mani, guardano, toccano, parlano, ridono... io rischio di perdere il resto del gruppo e mi alzo per proseguire; loro non mollano le mie mani e camminano con me.

Questa scena si ripete innumerevoli volte anche con i miei compagni, e alla fine un grappolo di una quarantina di bambini meravigliosi ci segue ovunque, ridendo, cantando, senza mai levarci gli occhi di dosso. Alcuni di loro hanno l’addome molto sporgente, che scopro essere sintomo della malnutrizione, tutti sono vestiti quasi di stracci, pochissimi hanno qualcosa ai piedi. Tutti però, nessuno escluso, continuano a sorridere senza smettere per un secondo. Compound di Kantolomba, Ndola, Zambia. Panoramica. Fotografia di Marco Pezzoli.

Visitiamo le “case”, costruite per lo più di fango e lamiera, di alcuni anziani, poi di alcuni malati, l’”officina” all’aria aperta di un falegname che sta scolpendo nel legno cucchiai per cucinare lo n’shima, la polenta tipica di questa provincia, che poi venderà sull’uscio di casa, una produzione artigianale del terribile whisky molto diffuso di questi compound nel mezzo di un sentiero, e una via colma di piccoli locali. Qui gli uomini adulti passano le loro giornate a bere ed ubriacarsi, spendendo quei pochi soldi che possiedono e lasciando le loro mogli a portar avanti la famiglia, sempre più numerosa, e i loro figli a morire di fame.

Al termine della visita ci ritroviamo nel cortile del centro nutrizionale in compagnia di una marea di bimbi e con loro cantiamo, balliamo e giochiamo. Credo di non essermi mai sentito in vita mia tanto utile e appagato per così poco.

Come possiamo sperare che i paesi del terzo mondo raggiungano alti livelli di sviluppo economico, politico e sociale, se le nuove generazioni sono oppresse nella miseria, mangiano tre volte (non tre giorni...) alla settimana e non hanno un’istruzione minima di base?

Questi bambini sono il nostro futuro, hanno gli stessi identici nostri diritti, la stessa dignità dei nostri figli, ho avuto tutto e loro non hanno niente: non è possibile, non è giusto, non devono più esistere certe situazioni di miseria per loro perché tutti dovremmo avere nella vita almeno una possibilità.

 

 

 

 

 

 

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