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Brasile

Pennellate dal Brasile

Appena sbarcata in Brasile, Laura cerca di sgombrare la mente per prepararsi a nuovi incontri, ed imparare ad "ascoltare" la vita.
Laura Milani (Casco Bianco in Brasile)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 19 dicembre 2005

Prima di atterrare a Belo Horizonte, mi figuravo un Brasile in bianco e nero: da una parte samba, capoeira, football...dall'altra povertà, favelas, corruzione, violenza....
Ma è bastato solo uno sguardo a Belo Horizonte, giovane capoluogo dello stato del Minas Gerais, nel sud-est del Brasile, per capire che la realtà è ben piú complessa e, forse, è la nostra cultura occidentale che pretende di poterla ingabbiare in stereotipi.
Una città grigia, Belo Horizonte, intristita dal traffico, di cui le protagoniste sono le nostre vecchie Fiat...ovunque presente nostra senhora Coca Cola. Un centro commerciale che ti ubriaca con le sue luci di Natale, con un Jingle Bell cantato in portoghese e colori accattivanti. Quasi di fronte le mura grigie e precarie di in ambulatorio gremito di madri coi loro bambini, che probabilmente in quel centro commerciale non entreranno mai. Un ristorante self-service in cui con poco più di 30 reais ( pari a circa 12 euro) mangiamo abbondantemente in 5...spesa insignificante per le nostre tasche, ma per quelle di un lavoratore medio che guadagna al mese circa 300 reais forse no.
La prima settimana di permanenza mi fermo due giorni a Fabriciano, a 210 km circa dal capoluogo, poi ad Araçuaí, dove è situata la casa famiglia di Reno, responsabile di zona, e ad Itaobim alla casa de juventude, un centro per bambini di strada. Sia Araçuaí che Itaobim si trovano nel nord del Minas Gerais. Il paesaggio cambia: da una vegetazione rigogliosa grazie ad un cielo generoso di pioggia, alla Valle della secca. Le immagini però sono costanti: piccole abitazioni di mattoni grezzi che sembrano cadere sotto il peso di immense paraboliche. Ragazzine di 13 anni giá madri, bambini abbandonati, droga...
Finché non ti fermi e i tuoi piedi non calpestano la stessa terra per piú di 2 giorni, tutto appare come un’insanabile contraddizione, come se non ci fossero più nè morale, nè dignità.

Poi finalmente calpesto la terra rossa di Córrego alto, Fabriciano, questa volta per rimanervi. La strada, una coltre di fango, percorre un’ampia e verde vallata, circondata da timide alture, in cui qua e là l’occhio scorge piccole piantagioni di banane, alberi di manga, eucalypto, limone, goiaba, arancia... Il cielo nella stagione estiva è quasi sempre gonfio di pioggia, che a volte causa il crollo delle case più precarie, com’è accaduto pochi giorni fa.
Mi accoglie Santina, membro della comunità: vive con Tiago, Thales e Thais, 3 fratellini...l’ennesima storia di abbandoni e violenza domestica.
Infine c’è Cida, sordo-muta e microcefalica. Mi guarda e sorride. A volte percepisco la sua voglia di comunicare, ma non è facile comprenderla. Al mattino frequenta il Centro diurno para surdos, aperto circa un anno fa da Santina e che accoglie bambini e ragazzi sordi, proponendo loro varie attività, come lezioni di libras (il linguaggio per sordi), di informatica, capoeira, artigianato. Nel pomeriggio Cida va a scuola: apprende poco, a causa del suo handicap, ma per lei è un’occasione per stare con la gente e integrarsi. Questo microcosmo mi interroga sul diritto dei bambini ad avere una famiglia che li ami, ad avere un’istruzione adeguata; sul diritto delle persone con handicap a essere integrate e non ghettizzate nella società in cui vivono.
Córrego alto è animata da diverse realtà. C’è una scuola materna aperta a tutti, l’Espaço criativo, pensata proprio perchè in Brasile le scuole materne sono private, di conseguenza i bambini che non se le possono permettere, come Tiago, Thales e Thais, a 5 anni non sanno parlare bene e ignorano le nozioni più elementari, come il nome dei colori...Questa scuola fornisce loro l’opportunità di accedere in alle scuole dell’obbligo con una preparazione migliore.

Le vere piaghe qui sono la droga e l’alcool, con la violenza che ne consegue. Il programma terapeutico proposto dall’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII si divide in tre fasi. La casa di prima accoglienza maschile e quella femminile sono strutture della comunità che accolgono persone con problemi di droga e alcool: è la fase di disintossicazione, che dura tre mesi. Poi comincia il programma di inserimento nella società: gli accolti vivono i seguenti 6 mesi nella Fazenda Bom Samaritano in cui, oltre a continuare il programma terapeutico, sono impegnati in varie attività lavorative (lavoro nei campi o artigianato), ma a differenza della prima accoglienza, ciascuno è diretto responsabile di una precisa attività. Nell’ultima fase, che dura all’incirca 3 mesi, queste responsabilità aumentano e gli accolti cominciano ad autogestirsi e a raggiungere una certa indipendenza, per poi reinserirsi nella società. Questo avviene nella Casa da lagoa, in cui si vive del frutto del proprio lavoro. Alla medesima fase appartiene, infine, la Casa da partilha, in cui i ragazzi che stanno terminando il percorso terapeutico, oltre a impegnarsi nelle occupazioni manuali, convivono con altri adolescenti che hanno contratto problemi con la giustizia. Tra coloro che hanno terminato il programma terapeutico, alcuni poi rimangono come volontari o chiedono di entrare nelle comunità.
Questa realtà, che subito mi appariva così grigia e contraddittoria, mi sta regalando giorno per giorno frammenti di speranza e solidarietà attraverso le persone che incontro nelle comunità, per strada, dal panettiere, nell’autobus... Vivendo in mezzo alla gente, mi accorgo di quanto sia necessario fare tabula rasa di tutti i pregiudizi che mi porto dietro dall’Italia, e dal vizio occidentale di affibiare un’etichetta ad ogni realtà. Credo che, da ora in poi, lascerò parlare le persone che un po’ alla volta cominciano ad entrare nella mia quotidianità...lascerò che mi raccontino semplicemente il Brasile, con le loro vite.

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