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Tanzania

Il Natale di Adigia

Dicono che Adigia sia posseduta da un demonio, ma Gianluca non ci crede: e risponde all'indifferenza di tutti con l'accoglienza.
Gianluca Sebastiani (Casco Bianco a Iringa, Tanzania)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 24 dicembre 2005

Dicono che c'è un Natale buono, che non si sa quando arriva, e un Natale cattivo che fa orario continuato.
Un Natale chiuso in scatola, che frequenta i salotti, e uno che non si può impacchettare e vive dentro le crepe.
C'è un Natale di facciata, che va in onda in diretta, e un Natale di schiena che porta addosso i ricordi di tutto l'anno.
C'è un Natale incalcolabile, fatto di gesti, e un altro Natale fatto di scontrini e biglietti, di glielo-cambio-se-non-gli-piace.
C'è un Natale dolce, fatto di muschi e di gemme rossastre, e uno più falso, che scandisce le cene aziendali.
Poi c'è un Natale che ha il sapore di mandarino, davanti al quale non mi tiro mai indietro...

Non so quale dei mille Natali riempirà casa vostra, ma l'augurio è che arrivi inaspettato, filtrando sotto l'uscio o nascosto da tempo dietro una ragnatela, più con l'imprevedibilità del pellegrino che con la stabilità e la fermezza dell'ospite.
Per me sarà il primo Natale lontano dai miei genitori, e più che essere dispiaciuto c'è la preoccupazione di creare a loro un dispiacere. Sarà un Natale senza le bancarelle del centro, che ogni anno a Dicembre riempiono per un mese la piazza della mia città, e tutto sommato 10 minuti di stupore riescono ancora a regalarmelo, prima che si disveli il trucco: sono come i film di Hollywood, negli anni restano tutte uguali. Basta guardare le prime due file, e poi è solo un ripetersi esponenziale. Ma non so dire molto di più: da anni ho abbandonato la matematica, le copie e i copioni.
Sarà un Natale senza certe lentiggini, rischiarate in spiaggia a lume di una lampada ad olio.
E purtroppo sarà un Natale che non potrò passare in campagna, scendendo con un sacco di plastica da un campo su cui è caduta la neve. E non è per le folli corse, non è per i ruzzoloni, non per il voler fare i bambini a tutti i costi, ma è quell'impagabile piacere di asciugarsi poi al fuoco di una stufa. Perché solo la stufa è capace di un tepore dotato di profumo, niente a che vedere col gas o coi termosifoni. Perché ogni tronco è un sapore, ogni brace un'essenza, e anche la cenere impalbabile entra nei nasi e li pizzica, e io ringrazio la cenere perché ne faccio un sapone, perché mi ci scaldo il letto, perché ricopre i germogli dei semi che pianto. E intanto la ghisa ha memoria storica, più di qualsiasi professore o giornalista o sapientone, e custodisce e diffonde l'aroma delle castagne, le uova che frissero in padella, la caffettiera lasciata sul fuoco troppo a lungo e da cui è scappato il caffè. Ogni gusto lo attira e lo scaccia, come un pittore con i raggi del sole. L'anima della stufa.
Forse altre cose mi mancheranno, anche loro dotate di anima, ma non meno sono felice, perché questo Natale sarà il primo che passerò in compagnia di Adigia..

Ed è la storia di Adigia quella che dovrebbe essere conosciuta, solo che nessuno la conosce davvero. Neanche lei.
Adigia ha:
una mamma
una sorella più grande di lei, di nome Awa
un fratello più piccolo che si chiama Adam e compirà due anni
bisogno di aiuto

Adigia non ha:
un padre
le rotelle tutte a posto
la certezza di dormire sotto un tetto la sera
il DVD con gli episodi di "medici in prima linea"
una madre astemia
un brutto sorriso
qualcuno che le faccia un sorriso
bisogno di aiuto perché se la cava da sola
un vestito che non sia un sacco di patate
un sacco di altre cose.
Ma soprattutto Adigia non si è ancora decisa a scrivere la letterina a babbo natale, e coi tempi delle poste africane non so come farà. Sono preoccupato.

Adigia l'ho incontrata la prima volta a Mwanyi'ngo, un posto che difficilmente un bianco può pronunciare in maniera corretta, ma basta che abbia due spiccioli in tasca e ci può pure andare. Lì si trovano un mucchio di negozi, baracche e bancarelle, che vendono un po' di tutto, e siccome vendono tutto a mucchi, si può dire che a Mwany'ngo c'è un mucchio di mucchi.
Io ci vado ogni volta che devo comprare del cibo per il Centro Nutrizionale dove lavoro, oppure se voglio fare due chiacchiere con un gruppo di quattro o cinque svarionati che ho conosciuto, e passano le giornate giocando a carte su una specie di panchina e non fanno nient'altro che giocare. Non hanno niente da darmi, ma molto da dirmi, quindi mi fermo volentieri a parlare con loro per imparare meglio il kiswahili. E poi a Mwany'ngo c'è un rivenditore di cassette musicali. Ogni volta che passo mi fermo, indico una cassetta tra quelle esposte in una teca di vetro che mi ricorda il laboratorio di biologia delle superiori, e lui la infila nello stereo, a cui sono collegate due enormi casse che danno sull'esterno del negozio, e così tutta la strada conosce i miei gusti in fatto di musica. Forse anche di donne. Questa è Mwany'ngo.

Io stavo lì, un po' confuso dalle domande di una bella mammina che faceva fischiare una vecchia Singer, e aspettavo Imma, che a dispetto del nome di donna è un macellaio poco più che diciottenne. In negozio non c'era nessuno, e lui era andato non so dove a bere una tazza di tè. Conoscendolo meglio ho capito che in realtà è un diciottenne poco più che macellaio. Così mentre qualche passante gentile, per darmi man forte, si era messo a gridare al vento "IMMA! IMMA!", io mi sono distratto un attimo, non ho più prestato attenzione agli ingranaggi della macchina da cucire e alle belle caviglie della signora che la azionavano, e tra mille cose e persone che si muovevano sono stato catturato da una bambina che stava appoggiata a una cabina del telefono non molto lontano.
La cabina era gialla. La bambina era nera. Sventolava per aria una cornetta a cui mancava il filo e mi guardava. Ora, tutti sappiamo benissimo che c'è modo e modo di fare le cose. Per esempio io non ho mai cucinato una torta che non fosse buona (strabuona dicono i bambini), e il segreto è che la cucino sempre e solo per qualcuno che mi piace che poi la mangerà (o qualcuno che mi piace che poi non parla l'italiano, perché ha la bocca piena). Ma quando tornavo da lavoro alle 11 di sera, stanco, senza mia moglie ad aspettarmi, coi vestiti che sapevano di fritto, con la sveglia il giorno dopo alle 6 e 40, giusto un minuto prima di leggere la prossima cambiale, e nel fare due conti mi cucinavo anche due toast, bhè quello non era un piatto altrettanto buono.
Lo stesso vale per lo sguardo: si può guardare in maniera accattivante, e il termine è già indicativo (anche se in realtà è un participio presente con valore aggettivale, oppure in maniera innocua. Si può anche solo sorvolare con lo sguardo, senza essere per forza su un aereo, oppure toccare una donna con gli occhi. Si può strizzare gli occhi se non si vede bene, ma non si può stenderli ad asciugare neanche quando si piangono lacrime. C'è uno sguardo penetrante, un altro ingenuo, uno che nasconde tante cose.
Adigia mi ha preso perché aveva occhi di lupa.
Adigia mi ha preso. Ha aspettato un mio gesto, che c'è stato, e mi è corsa incontro.
Forse lo sapeva quello che sarebbe successo.

Senza quasi accorgermene ho iniziato a cambiare abitudini. Di ritorno dalla città stavo apposta sull'autobus per un alcune fermate in più e scendevo a Mwany'ngo, lasciando che Adigia mi accompagnasse verso casa per un tratto tenendomi per mano.
Se invece non era nei paraggi bighellonavo un poco. Guardavo la frutta e le verdure, ci mettevo tanto ad attraversare la strada (una strada larga pochi metri, che sta quasi diventando di campagna) e compravo alcune frittelle da una bambina di cinque anni che le vendeva dentro a un secchio di plastica giallo. Ogni volta chiedevo il prezzo, che ogni volta era diverso a seconda dei capricci della piccolina. Lei sorrideva e mi arrotolava cinque o sei di quelle palline fritte dentro a un foglio di giornale. Solo a questo punto chiedevo notizie di Adigia. "L'avete vista?", mi rivolgevo ai 10 bambini che si erano adunati a farmi compagnia. Ho sempre pensato che i bambini sappiano tutto dei bambini, e quando sembra che si sbagliano non è che non lo sanno: non te lo vogliono dire. Hanno come una radio tutta loro, Radio Lasagna, e il problema non è sintonizzarsi sulla stessa frequenza. Sono le pile che sono diverse.
Ma a questo punto di solito Adigia arrivava per i cavoli suoi. E se non lo faceva, mi sentivo un po' preoccupato, e quasi geloso della sua libertà. Adigia viveva per strada e a casa ci stava ben poco, forse per solidarietà allo stile della madre, ma parlare male degli assenti può essere facile e può anche essere giusto, quasi mai è bello. Dal padre, invece, dicono che abbia preso una specie di sortilegio, qualcosa che l'abbia privata di sé a sé e l'abbia resa posseduta dal demonio. E' vero che spesso miagola incomprensibili parole come fosse una gatta, e poi all'improviso è capace di farti alcune domande con un tono di voce uguale a quello di Sandro Ciotti al culmine della telecronaca. E' vero che a volte si contorce per terra e ha crisi isteriche. Però non vomita, non è verde per metà e soprattutto ho provato a girarle la testa ma mi ha morso prima che riuscissi a farle fare il giro completo. E comunque se anche succedessero queste cose, sarebbero solo indizi presi da un film anni '80. Ma non credo che Satana si divertirebbe a passare cinque o sei anni della sua vita (perché Adigia ha 12 anni, ma non è così da sempre) dentro al corpo di una bambina africana che vive di botte ed elemosine e non si lava quasi mai, e la sua massima esaltazione è spingersi fino a un mercato che si chiama Kihesa.
Per me gli spiriti non c'entrano. E' solo una bambina che ha qualcosa e non si sa cos'è, e questo complica orribilmente le cose.

L'ho detto con Laila. Un giorno l'ho guardata in faccia e gliel'ho detto. Laila è la responsabile della casa in cui vivo. Di persone ne ha accolte, ancora non riesco a contarle tutte. Ci sono bambini piccoli, signorine ultra dodicenni, c'è un ragazzo sordomuto, c'è la Swena che è matta, Elioti che se ne sta buono buono ma non perché sia educato. E conoscendoli meglio in alcuni casi ci sono anche una serie di sfighe sovrapposte: quello che la mamma gli ha passato il virus, gli è morta la nonna, ha pianto e ha i duroni ai piedi. Quello che è muto ma è cascato male ed è anche un po' storpio. Quello che parla benissimo ma dice solo cazzate. Quella con la faccia d'angelo che tutti la amano, ma poi ogni cosa che tocca si rompe entro cinque secondi e allora tutti la odiano. Quello che soffre, ma se gli chiedi cosa lui ti dice solo "soffro", e allora un po' ti dispiace ma poi lo mandi a fare astrazioni a quel paese.
Ogni tanto vedo una faccia nuova, saluto, lo squadro un po' e poi gli chiedo: "sei nuovo, sei un ospite o sei un volontario?". I più ganzi riescono ad essere tutte e tre le cose contemporaneamente.

"Perché non prendiamo quella bambina. Secondo me ci sarà da divertirsi" ho detto con Laila. Ma come sempre ero in ritardo sui suoi pensieri, che vivono qui da quasi dieci anni, e non c'è stato bisogno di grossi convincimenti. E' bastata una piccola scommessa, giusto per il gusto dell'azzardo, e la promessa che avrei fatto di tutto per accollarmi la mia parte di Adigia.
Abbiamo rintracciato la madre che beveva dentro a un kilabu, delle distillerie per alcolisti che sono moralmente degradate, e da lì ci ha portato a casa sua, che invece è degradata fangosamente parlando. E' stato il tempo della narrazione, di un album di famiglia che non ha foto ma tante ferite, delle offerte d'aiuto, dei sospiri, della firma su un foglio da parte del capo di quartiere, dei comportamenti posati e diplomatici, dei dubbi di una madre che sola non ce la fa, delle risposte. In una sola parola gli africani dicono: è stato il tempo del taratibu. L'ufficiosità anche senza tanti uffici.

Adesso Adigia vive con noi. Il primo giorno vuole scappare, andare per la sua strada. O sulla sua strada. Il secondo giorno decide di lavare i panni, ma proprio tutti, anche quelli che indossa, e ce la ritroviamo che gira nuda per il cortile. Il terzo giorno è pulita, stabile, gioca un po' con tutti, a tavola mangia quasi in maniera decente solo che appena finisce vorrebbe levare di bocca i piatti anche a tutti gli altri. Il quarto giorno basta, non è che ad ogni alba deve per forza fare dei progressi: in fondo viene da anni di strada. Ci dovrebbe anche essere una qualche teoria pedagogica che parla di accomodamento progressivo, ma dei banchi di scienze dell'educazione fortunatamente ricordo solo le copertine dei libri fotocopiati, tutte inspiegabilmente rosa, sarà stato un omaggio alla netta prevalenza di ragazze educate che studiavano in quella facoltà.

Finisce che la prima sera Adigia si siede vicino alla Swena, e scatta la gara tra matti. Noi altri ce la ridiamo tutti.
Swena ci fa notare che la sua rivale non sa impugnare un cucchiaio. Effettivamente lo stile di mangiare è abbastanza sbrodoloso. Adigia guarda la sua vicina, la squadra quasi a cercarle un moscerino in un occhio, e poi si volta per chiederci con superiorità: "Ma è normale, questa qua?". Scoppiamo a ridere. Ride anche la Swena, meno male.
Gli spieghiamo che è normale quanto lei, e penso che sia abbastanza sveglia per intendere. La gara continuerà un altro giorno.

Adigia va a letto presto, stanca. Come tutte le sere mi ritrovo in cortile con la Swena a guardare le stelle e dirci che sono molte. L'aria è davvero piacevole, rinfresca e lenisce le fatiche del giorno. Dalla finestra della cucina sento qualcuno che lava i piatti della cena. Immagino le sue mani immerse entrambe nell'acqua e la pelle dei polpastrelli che si rilassa. Una luce da pochi watt cerca di uscire dalle pareti di casa, accompagnata da una canzone di Battiato:
...non domandarmi dove porta la strada, seguimi e cammina soltanto..
Le stelle sono tante, di diversi emisferi, e sembrano lanciate con una mano appena sopra noi. "E la luna?" chiedo alla Swena.
"Mwezi bado" mi risponde lei, con un filo di dispiacere. E' il tipo di matta con il senso del romanticismo.
Adigia ancora non sa dove porti la sua strada, ma vedendomi passare ogni volta ha deciso di seguirmi. O forse ha semplicemente fatto in modo che fossi io a seguirla, anche standole davanti. E adesso sono io a non sapere dove arriverò, ma ho ancora tanta voglia di camminare.
Sarà un Natale diverso per tutti.

Finiti questi pensieri guardo la Swena con occhio furbetto e lei capisce al volo e si mette a correre. Io la inseguo cercando di pestarle l'ombra e urliamo tutti e due e facciamo un gran casino, e disturbiamo la luna che si sveglia e scende dal cielo e viene a farci compagnia.

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