Un attacco intimidatorio. Spunti di riflessione
Mi sento una spugna. Mi inzuppo di storie.
Oggi siamo stati a Rafah, ospiti di una famiglia di otto figli, tre maschi e cinque femmine, la più grande, A., studia all'Università di Rafah e fa parte del consiglio studentesco. Ha ventinove anni. È stata la prima ragazza ad iscriversi all'ateneo.
Suo padre dieci anni fa, lavorava in Israele come tassista, poi si è dovuto trasferire forzatamente nella Striscia di Gaza con la famiglia, quando il governo gli ha ritirato la licenza.
Vivono nei pressi della facoltà da cinque giorni. Prima abitavano nel Block O, campo profughi costruito dall'UNRWA (United Nations Relief Work Agency, n.d.r.), a pochi passi dal confine con l'Egitto, dove ora per ragioni di sicurezza si demoliscono case e si costruiscono muri di calcestruzzo, reti spinate, strade per il pattugliamento dei mezzi blindati israeliani, ma soprattutto si fabbricano profughi. Ora nella loro casa, come in quelle della zona, è consigliabile stare, al più, durante il giorno. Così i nostri ospiti, cinque giorni fa si sono trasferiti in affitto in una parte più tranquilla della città.
Verso mezzogiorno A. e sua sorella (che lavora come segretaria in una ditta di costruzioni) ci hanno accompagnato a visitare la loro precedente abitazione e la zona di confine. Nelle stanze della palazzina a tre piani, ora vuote, la notte si rifugiano i senzatetto palestinesi.
Davanti all'abitazione, a sorvegliare l'area, c'era un tank israeliano che poi ci ha seguito lungo la linea di confine, per qualche centinaio di metri, tenendoci di vista e di mira. Eravamo fermi da pochi minuti a guardare il confine poco distante da noi, le case in Egitto, i reticolati e le contraddizioni di questa guerra materializzate a pochi passi, quando dal carro armato sono partite varie raffiche di mitragliatore nella nostra direzione. Nonostante fosse palesemente visibile che eravamo occidentali e soprattutto fosse chiaro che eravamo lì solo per renderci conto da vicino, nel concreto, della situazione in cui i palestinesi vivono l'occupazione, il tank ha fatto fuoco su di noi, a terra, a pochi metri dai nostri piedi, vedevamo la sabbia alzarsi. Poi ci ha seguito mentre ci nascondevamo quasi strisciando. Probabilmente voleva farci assaporare la realtà fino in fondo.
È sconcertante vivere questi crimini sulla nostra pelle, mentre si nascondono e si camuffano sotto l'egida della bandiera bianca della democrazia e delle assurde ragioni di sicurezza che anche il nostro presidente del consiglio non tarda ad approvare e supportare in nome del popolo italiano, e anche mio.
Politica che ogni giorno prende di mira e si accanisce sui palestinesi, che non hanno altra scelta se non quella di subire questa violenza.
Ripensando alle mie giornate in Italia e a quelle di cui sono testimone diretto qui, nella Palestina occupata, riscopro la normalità di azioni che si susseguono quotidianamente, nella fragilità di un momento in cui tutto può succedere, finire. Penso ai panni stesi dai balconi affacciati sulle zone di sicurezza presidiate dalle torrette, alle finestre chiuse delle abitazioni che ancora resistono aspettando la prossima incursione dei bulldozer sionisti, e che sfidano la sorte con la loro presenza proprio sulla Kussufim road, strada dei coloni. Penso ai bambini che crescono respirando violenza gratuita e razzista, alle famiglie decimate dalle rappresaglie terroriste dell'IDF e alla complice omertà dei governi occidentali che oltraggiano dignità umana e giustizia in nome di interessi strategici.
L'importante in fondo è non sentirsi presi in causa in prima persona, messi in discussione nei tanti privilegi che riempiono la nostra mente, le nostre giornate, i nostri pensieri, il nostro stile di vita. Uno stile che diventa imposizione, fra le mille contraddizioni di un modo di pensare, di un sistema economico, politico e militare che sta affondando le proprie unghie nella carne di questa gente, succhiando linfa vitale alle menti e alla cultura di persone martirizzate in quanto retrograde, incivili, terroriste, e che allo stesso tempo le usa come mercato per le proprie menzogne e i propri guadagni, sfigurandole a fini schifosamente propagandistici.
Qui siamo testimoni di una mattanza taciuta dai servizi televisivi che mostrano solo ingiustificabili e deplorevoli atti di terrorismo, e tacciono le esecuzioni extragiudiziali della democrazia israeliana. Noi assistiamo, fin troppo sazi e stanchi di dover udire questo gemito sommesso. Felici di non essere altrove.
Buon Natale Italia.
http://www.icahd.org (Israeli committee against house demolition)

